La Festa di Roma, un cine-fast-food 

(PIER PAOLO MOCCI) – ROMA lo ha fatto di nuovo. Per dare sfoggio della sua onnipotenza, ha messo in campo una Festa ricchissima di film, masterclass, incontri d’autore ed eventi collaterali non meno interessanti del programma ufficiale (si pensi a Christian De Sica, venerdì scorso, ospite dello spazio di Roma Lazio Film Commission quasi a sorpresa).

Celebrità, anteprime, conferenze stampa, pranzi, round table, aperitivi e bagni di folla, come quello di ieri per Johnny Depp. Anche stavolta la Festa del Cinema di Roma, in corso da una settimana e in programma fino a domenica, ha voluto strafare. Ogni giorno almeno 10 eventi grandi e piccoli da seguire, tra proiezioni in concorso, fuori concorso, titoli di qualità dentro Alice nella Città, inaugurazioni di mostre, sezioni parallele, documentari, live, showcase, dibattiti e cortometraggi.

Tutto senza sosta, tutto d’un fiato, tutto fagocitato dalla velocità e da un senso di cine-fast-food un po’ ansiogeno. Davvero labile e forse oltrepassato il confine tra offerta molto ricca e opulenza, tra abbondanza e bulimia. Forse perché si tratta dell’ultima edizione diretta da Antonio Monda, il critico-dandy che vive a New York e che ha messo nel board della Festa l’attivista politico del Cinema America, Valerio Carocci. Si è passati, ad un mese di distanza, dalla sobrietà di Venezia allo sfarzo radical-kitsch stile Jep Gambardella.

La Festa è bella, non c’è dubbio, ma per noi addetti ai lavori è praticamente impossibile seguirla e ci ritroviamo ogni giorno a dire molti no e a togliere, anziché mettere, fallendo nella nostra missione di informare e dare spazio anche a progetti più piccoli e indipendenti.

Pluralità dell’offerta? No, una certa lussuria piuttosto, che finisce sempre con il confinare tanti bellissimi documentari o film “sperimentali ”di nicchia” in favore di qualcosa più grande e più pop. Cosa arriva al pubblico nazionale di tutto ciò? Chissà. L’impressione è che Roma sia tornata Roma, boria compresa. Una strafottenza “alla romana” che ben si sposa con la poetica del Marchese del Grillo, la cui mostra è celebrata proprio in questi giorni all’Auditorium.

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  1. Draghi trova posto a D’Alia, l’ex Dc fedelissimo di Casini

    L’ex ministro è stato nominato consigliere dal governo alla Corte dei Conti con lo zampino del “quirinabile” Pierferdinando

    (di Ilaria Proietti – Il Fatto Quotidiano) – Rieccolo, anche se non se n’era mai andato: un dc del resto, come i diamanti, è per sempre. L’ex ministro Gianpiero D’Alia è stato nominato dal governo di Mario Draghi consigliere della Corte dei Conti, visto che è quasi in scadenza la sua poltrona al Consiglio di presidenza della Giustizia tributaria. Incarico, quest’ultimo, acciuffato nel 2018 grazie al voto dei suoi ex colleghi della Camera dove aveva, diciamo così, deciso di non ricandidarsi.
    Sì, perché nel frattempo era accaduto un gran bisticcio tra i centristi, causa ufficiale il referendum costituzionale che a Renzi è costata una batosta e per i centristi l’harakiri: da una parte Lorenzo Cesa contrario alla riforma, dall’altra Pierferdinando Casini favorevolissimo al progetto del Rottamatore così come pure D’Alia.
    Che aveva tuonato senza pietà contro i suoi ex sodali: “L’Udc è morta”. Risultato: Cesa lo aveva deferito ai probiviri con la minaccia di espellerlo dal partito di cui era stato segretario nazionale. Un bisticcio micidiale a cui D’Alia aveva risposto facendo le valigie per mettersi in proprio insieme all’inossidabile Casini in un nuovo Movimento, i Centristi per l’Europa, che almeno in Sicilia aveva lasciato in braghe di tela l’Udc: in un colpo avevano cambiato casacca 8 deputati del gruppo e due assessori regionali, tutti al seguito della nuova avventura.
    Insieme a D’Alia e a Casini che, a dispetto dei magri risultati del nuovo partito, era comunque riuscito a staccare l’ennesima elezione in Parlamento anche se solo grazie al Pd renziano. E il suo gemello diverso D’Alia? Nel 2017 era già pronto a candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia con la benedizione del solito Casini, che aveva fatto appello alla reunion di tutti i moderati che però non c’era stata.
    E neppure il sostegno del Pd che forse non aveva gradito l’approccio. “Quando avranno finito di giocare al gioco dell’incularella e vorranno parlare di politica, noi siamo qui. Ma facciano presto”, aveva flautato D’Alia. Poi, di fronte alla sua candidatura che non era lievitata, si era fatto da parte, ritirandosi dalla politica attiva, che però non si era dimenticata di lui. Infatti era saltato fuori comunque uno strapuntino: l’elezione nell’organo di autogoverno di giustizia tributaria, dove però non è riuscito a diventare Presidente, strapazzato ai voti da Antonio Leone che si era guadagnato la poltrona sempre grazie agli ex colleghi deputati che ancora prima lo avevano eletto membro laico del Csm.
    Ma D’Alia non si è perso d’animo e anzi s’è pure rimesso in forma: ora che ha riconquistato la linea grazie alla dieta e al padel, è pronto al nuovo incarico alla Corte dei Conti come consigliere nominato in quota governativa, a quando pare, sempre grazie allo zampino del quirinabile Pierferdinando Casini che avrebbe sponsorizzato il suo nominativo con il premier Mario Draghi. E questi non ha fatto fatica ad accontentarlo. Anche perché D’Alia è una garanzia: dopo una lunga carriera politica nella natia Messina, è stato eletto per la prima volta alla Camera dei deputati nel 2001 e ha collezionato a Montecitorio tre legislature in tutto, più una da senatore, nell’Anno del Signore 2008.
    Ma è stato anche sottosegretario all’Interno nel governo Berlusconi 3 e poi ministro della Pubblica amministrazione e la Semplificazione del governo Letta. Una collezione di incarichi vari che ancora prosegue, mentre immutata resta la fede centrista: quella che lo ha portato a scalare i vertici dell’Udc, che poi ha abbandonato per l’Area popolare di Angelino Alfano, salvo poi la fondazione dei Centristi per l’Europa e un momentaneo invaghimento per Mario Monti e la sua Scelta Civica.
    Ma ha avuto anche altri innamoramenti, come per esempio quello per il Ponte sullo Stretto di Messina, salvo poi, quando Berlusconi decise che doveva farsi a tutti i costi, opporsi ferocemente all’opera: non tanto perché convertito improvvisamente alle ragioni dell’ambientalismo. Ma solo, dissero i soliti maligni, dopo aver comprato una mega villa con vista sullo Stretto.

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