Massimo Fini: “L’Isis è il nemico numero uno dei Talebani: capito Onu?”

(di Massimo Fini – massimofini.it) – Alla buon’ora. C’è stato bisogno dell’attentato Isis alla moschea sciita Eidgah di Kabul dove si teneva la cerimonia funebre della madre di Zabihullah Mujahed, capo della Commissione culturale del nuovo governo afghano, perché anche i media e i politici occidentali capissero quello che sto scrivendo da anni: e cioè che Talebani e Isis non solo sono due cose diverse, i primi indipendentisti, i secondi terroristi internazionali, che non sono sovrapponibili nella galassia del radicalismo islamico e soprattutto che si combattono da sei anni da quando Isis ha provato a entrare in Afghanistan. In fondo, anche senza essere sul campo, bastava che ci si prendesse la briga di leggere i documenti. Il 16 giugno 2015 il Mullah Omar inviava ad Al-Baghdadi una lettera aperta in cui gli intimava di non entrare in Afghanistan dicendo sostanzialmente noi stiamo facendo una guerra di indipendenza che non ha nulla a che fare con i tuoi deliri geopolitici. La lettera è firmata da Mansur che era il suo storico numero due (mentre Baradar, indicato oggi impropriamente come co-fondatore del movimento talebano, era solo uno dei collaboratori più stretti di Omar, adibito alla logistica). Comunque a parte le dichiarazioni di principio, sono sei anni che Talebani e Isis si combattono in Afghanistan. Innumerevoli sono stati gli scontri regolarmente ignorati dalla stampa nostrana. Solo che i Talebani dovendo combattere contemporaneamente anche gli occupanti occidentali hanno fatto fatica a contenere Isis. Ora che hanno le mani libere lo spazzeranno via facilmente. Con i loro metodi che, legittimati dalla contro-guerriglia Isis, non sono esattamente quelli di una democrazia occidentale. Quando nel 1996 il Mullah Omar prese il potere cacciando dall’Afghanistan i signori della guerra, il Paese era infestato da bande di briganti che in queste situazioni trovano il loro brodo di coltura. Omar ordinò di arrestarne un manipolo e ne fece impiccare i componenti in una pubblica piazza. Fine dei briganti. La stessa sorte toccherà agli Isis ancora presenti in Afghanistan. In un articolo per Il Fatto (Afghanistan. Le verità che nessuno osa dire, 21.08) dicevo che fra coloro che più rischiavano per la vittoria dei Talebani c’era proprio l’Isis.

Nei giorni scorsi un alto esponente della politica americana, mi pare Antony Blinken, esprimeva la preoccupazione che il disordine che c’è attualmente in Afghanistan avrebbe potuto portare ad attentati jihadisti negli Stati Uniti. Niente di più inverosimile. Se c’è un posto in cui l’Isis non ha possibilità né interesse a restare è proprio l’Afghanistan. Starebbe più al sicuro in Italia. È molto più probabile che gli jihadisti cerchino rifugio in Tagikistan dove sono scappati gli uomini del fu Massoud che hanno il dente avvelenato con i Talebani per essere stati da loro sconfitti due volte. È quindi casomai il Tagikistan e non l’Afghanistan che deve essere “monitorato” in senso anti-jihadista.

Dopo vent’anni di guerra la situazione economica e sociale dell’Afghanistan è ovviamente disastrosa. Gli Stati Uniti hanno congelato 9,5 miliardi di dollari che la Banca centrale afghana, la Da Afghan Bank, aveva depositato nelle banche Usa. Un provvedimento al limite della legalità, o forse del tutto illegale perché questi dollari appartenevano allo Stato afghano e nulla dovrebbe contare il fatto che in Afghanistan è cambiato il governo. Uno Stato esiste a tre condizioni: che abbia un governo, un territorio, una popolazione e queste condizioni lo Stato afghano le ha tutte. Da questo embargo economico, e non dal governo talebano, derivano tutte le difficoltà che affrontano oggi i cittadini afghani: le banche non possono dare più di 200 dollari alla settimana, molti conti sono semplicemente bloccati, difficoltà nel dare i salari ai dipendenti. E questo stato di cose paralizza l’intera società afghana. Gli occidentali avendo perso nel modo più ignominioso la guerra con l’Afghanistan talebano cercano ora di rifarsi strangolandolo economicamente. Non sappiamo far guerre se non economiche. Del resto l’usanza non è nuova. È stata utilizzata con l’Iran, con il Venezuela e con tutti gli Stati e i popoli che non sono allineati con l’Occidente.

La cosa più ragionevole sarebbe che allo Stato afghano-talebano sia riconosciuto un seggio all’Onu e che all’Onu possano essere presenti anche i rappresentanti afghani. Cosa che i Talebani hanno già chiesto ricevendone però un niet. Se l’ottusità ideologica dell’Occidente continua sarà fatale che i Talebani si rivolgano alla Cina, che non li ha aggrediti, e anche alla Russia, che dopo la disastrosa impresa dell’invasione 1979-1989 è stata la prima a cercare di avere buoni rapporti con i Talebani. Già cinque anni fa Putin aveva riconosciuto ai Talebani lo status di movimento “politico e militare non terrorista”. Putin è un delinquente ma è un uomo di Stato intelligente. Non so se la stessa cosa si possa dire di Biden, Macron e compagnia cantante.

6 replies

  1. Sembra che lo zio Sam con un ponte aereo abbia trasferito qualche migliaia di terroristi isis di stanza in siria direttamente in Afganistan, strano che nell’articolo non se ne faccia mensione.

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  2. affari loro, non me ne frega niente. i miei nemici son perlopiù italiani.

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