Lo studio pagato da Speranza che demolisce il green pass

I report voluti da Lungotevere Ripa svelano il bluff del certificato: è un obbligo surrettizio, non uno strumento di sicurezza. Intanto, il caso del vescovo di Catania, contagiato dopo gli «shot» e salvato dai monoclonali, certifica che bisogna investire anche sulle cure.


(Maurizio Belpietro – laverita.info) – Il risultato di questo studio «dovrebbe essere considerato con attenzione per la salute pubblica, sottolineando l’importanza di una corretta comunicazione, perché il vaccino non conferisce l’immunità sterilizzante». Chi lo dice? Un pericoloso no vax? Qualche giornalista negazionista? Carlo Freccero oppure Massimo Cacciari, cioè i due commentatori che più si sono scagliati contro il green pass e l’obbligo vaccinale? Nessuno di questi. A scrivere la frase riportata fra virgolette sono i ricercatori dello Spallanzani, ovvero di uno degli istituti più in vista nella lotta contro il Covid, in una ricerca finanziata dal ministero della Salute. In pratica, gli studiosi raccomandano «l’adesione continua alle misure di prevenzione della salute pubblica per gli individui vaccinati fino a quando non sarà raggiunta un’adeguata copertura vaccinale della popolazione o in presenza di individui vulnerabili suscettibili». Non è tutto.

Dicono i ricercatori: «I nostri dati mostrano che gli individui vaccinati che si infettano dopo la vaccinazione, sebbene rappresentino una piccola percentuale della popolazione vaccinata (lo 0,3% nel nostro contesto), possono portare elevate cariche virali nel tratto respiratorio superiore, anche se infettati molto tempo dopo la seconda dose, cioè quando avrebbe dovuto essere sviluppata l’immunità correlata al vaccino». Poche parole, ma assolutamente chiare, che smontano senza alcun dubbio l’utilità del green pass, dimostrando che non è una garanzia di immunità dal coronavirus e nemmeno un passaporto che assicura di non essere contagiosi.

Che fosse così lo sapevamo già, avendo raccontato proprio sulle pagine di questo giornale le storie di persone vaccinate e ciononostante finite in ospedale a causa del Covid, ma ora a dirlo sono gli esperti. I quali chiariscono perché aver ricevuto due dosi non significa essere immuni. L’ultimo esempio è il presidente della Conferenza episcopale siciliana, l’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina il quale, pur essendosi sottoposto a entrambe le iniezioni e dunque risultando pienamente coperto dal siero, si è ammalato di Covid. Lo ha annunciato lui stesso, dicendo che «il vaccino salva la vita e aiuta a lenire gli effetti del coronavirus». Ma ha anche aggiunto di essere stato curato non con una compressa di tachipirina e la famosa vigile attesa, come consiglia a chi si è contagiato il ministero della Salute, ma con la terapia monoclonale. «I dottori mi hanno detto che sono utili, e il trattamento ha funzionato», ha commentato l’alto prelato.

Tutto ciò dimostra dunque una serie di cose. La prima delle quali è che chi è vaccinato non è affatto immune dal Covid, ma semmai può avere conseguenze più lievi, che non gli fanno rischiare la pelle. E, potendo essere contagiato, chi ha ricevuto entrambe le dosi di siero può contagiare e non in maniera lieve, come magari qualcuno potrebbe essere portato a credere, ma esattamente come un non vaccinato. Dunque, ne consegue che il certificato rilasciato dopo che si è offerto il braccio alla patria non consente affatto di socializzare come prima che scoppiasse la pandemia. Altro che togliersi la mascherina in classe, come suggeriva a un certo punto il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi: che si sia vaccinati o meno, non c’è alcuna garanzia di non entrare in contatto con il Covid e di non trasmetterlo ad altri, genitori anziani compresi.

In pratica, il green pass è servito e serve solo a spingere le persone a vaccinarsi, non certo a proteggere le persone come si è voluto far credere. Qualcuno lo ha chiamato uno strumento di libertà, ma in realtà è uno strumento con cui si sono fatti passare principi che non hanno nulla a che fare con la libertà.

Ciò detto, c’è una seconda considerazione che ci pare opportuna. Il caso dell’arcivescovo di Catania è l’ennesima dimostrazione di ciò che non si vuole vedere. Ossia che i vaccini aiutano a combattere la guerra contro il virus, ma spesso da soli non bastano. Per curare le persone servono anche terapie diverse da quelle palliative suggerite da Roberto Speranza con la tachipirina. Nonostante la cocciutaggine del ministro della Salute, ancora una volta si tocca con mano la possibilità di trattamenti alternativi, come le terapie monoclonali, che però stranamente non vengono sufficientemente sostenute. Non è la prima volta che accade. Anche con un professore universitario della Calabria, vaccinato e contagiato, si è fatto ricorso a cure giudicate «non ufficiali». Tanto che il docente scrisse una pagina di giornale per spiegare come le autorità facessero di tutto per ignorare ricerche e documentazione a favore di trattamenti efficaci contro il Covid.

Ci resta una domanda: ma dopo la pubblicazione della ricerca dello Spallanzani, qualcuno al ministero cambierà idea sul green pass e sulle monoclonali o continuerà sulla stessa linea, cioè sulla pelle degli italiani?

4 replies

  1. A chi scrive piace prendere per il culo i lettori!

    Dicono i ricercatori: «I nostri dati mostrano che gli individui vaccinati che si infettano dopo la vaccinazione, sebbene rappresentino una piccola percentuale della popolazione vaccinata (lo 0,3% nel nostro contesto), possono portare elevate cariche virali nel tratto respiratorio superiore, anche se infettati molto tempo dopo la seconda dose, cioè quando avrebbe dovuto essere sviluppata l’immunità correlata al vaccino». Poche parole, ma assolutamente chiare, che smontano senza alcun dubbio l’utilità del green pass, dimostrando che non è una garanzia di immunità dal coronavirus e nemmeno un passaporto che assicura di non essere contagiosi.

    Certo, è vero che i vaccinati possono contagiare, ma solo 3 su mille vaccinati e lo dice charamente: lo 0,3% nel nostro contesto!
    Si può dire lo stesso dei non vaccinati? No! Ecco perché lasciando l’accesso soltanto ai non vaccinati che hanno un tampone recente si abbassa la probabilità che un infetto contagi.

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    • Un altro asino funzionale.

      Perché non paragoni la % di VACCINATI CHE INFETTANO con la % della popolazione NON vaccinata? Infatti, nota bene, lo 0,3% non è dei vaccinati che vengono infettati, ma del TOTALE. Che è come dire che oggi, con 3.000 nuovi casi, e con 12.000.000 di persone NON vaccinate, la % di quelli che infettano è infitesima.

      Capito perché sei un quadrupede con le orecchie lunghe?

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      • SM… ha più neuroni un’ameba di te che non sei nemmeno riuscito a laurearti all’università di vicolo stretto, e non sai neppure screivere in italiano.
        Vuoi insegnare statistica a me, che grazie alla statistica… ma che te lo dico a fare? Sto parlando con un’ameba!

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