Ecco perché Renzi non parla più del referendum contro il Reddito di cittadinanza

(Stefano Iannaccone – lanotiziagiornale.it) – Non c’è un comitato promotore. Non c’è stata la mobilitazione per la raccolta delle firme, né con banchetti fisici né con lo Spid. Il referendum sul Reddito di cittadinanza, annunciato in pompa magna, è sparito dai radar: rinviato a data da destinarsi. Un flop per Matteo Renzi, che in piena estate profetizzava “una straordinaria mobilitazione di Italia Viva, comune per comune”, andando “casa per casa”. L’ex presidente del Consiglio, in una e-news datata 9 agosto, garantiva: “Stiamo stilando il calendario preciso della raccolta firme”.

L’estate è finita, gli italiani sono rientrati al lavoro e la mobilitazione non è mai iniziata. A poche ore dalla scadenza (il 30 settembre) per la consegna delle firme, La Notizia ha avuto la conferma che non ci sono sottoscrizioni da sottoporre al vaglio della Corte di Cassazione per validare la consultazione contro il Reddito di cittadinanza. “Come per tutti i referendum bisogna prima depositare il quesito alla Corte e poi iniziare la raccolta di firme”, spiegano fonti di Italia viva. “Per quest’anno non era più possibile fare in tempo per i referendum di primavera”, puntualizzano dai vertici di Iv. E promettono comunque l’impegno per il futuro: “Faremo tutto”.

La tempistica è difficile da immaginare, visto che l’eventuale consultazione sul Reddito di cittadinanza dovrebbe celebrarsi nel 2023, anno in cui sono in programma le elezioni Politiche. Le parole di Renzi sono state solo una trovata propagandistica per attaccare la misura voluta dal Movimento 5 Stelle. E dire che, anche a inizio settembre, l’ex Rottamatore rilanciava con toni spavaldi la sfida: “La mia è una partita win-win. Credo che avremo gran successo nella raccolta firme”. Poche ore dopo, alla scuola di formazione politica Meritare l’Europa, ha fatto un passo in avanti, illustrando alla lettera il quesito esatto da sottoporre agli elettori: “Volete che sia abrogato il dl 28 gennaio 2019, n.4 ‘Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni’, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 28 marzo 2019, n. 26 limitatamente al capo I, art. Da 1 a 13, recanti ‘disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza’…”.

I RADICALI UMILIANO MATTEO. Tutto pronto per la mobilitazione, allora? Macché. Da allora la battaglia referendaria è finita nel silenzio: sul web non c’è traccia neppure di un comitato promotore. L’iniziativa non ha incontrato il favore delle masse, come è capitato invece per altre consultazioni: sull’eutanasia e sulla cannabis si è creato, in poche settimane, un movimento di sostegno. Tanto che i comitati promotori sono pronti a consegnare le firme necessarie in Cassazione per fare indire il referendum. E c’è un altro segnale dell’harakiri renziano: addirittura sui canali ufficiali Italia Viva la proposta arranca. La petizione per chiedere un referendum, promossa sul sito del partito da Renzi in persona in un’altra e-news, è sotto le 5mila firme.

Inchiodata esattamente a quota 4.852 sottoscrizioni online, meno della metà dell’obiettivo di 10mila firme fissato inizialmente. “Noi siamo per dare una mano a chi non ce la fa. Ma pensiamo che sia sacrosanto che la prima mano ciascuno se la dia da solo, mettendosi in gioco. Se poi uno fallisce, lo Stato deve aiutare”, si legge nell’appello via web. “Ma l’idea che si parte dalla certezza di un reddito in quanto cittadini e questo permetta di rifiutare la fatica dell’impegno in nome della pigrizia del sussidio è insopportabile”, incalza Renzi nel suo discorso motivazionale. Ma, nonostante tanto rumore, il suo sogno di cancellare il Reddito di cittadinanza si allontana. Come lo spauracchio di un referendum esistito solo nelle intenzioni.

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6 replies

  1. I giornalisti danno buca. Ordine&Fnsi disertano la camera il decreto che oscura le notizie su indagini e processi avanza

    Presunzione d’innocenza. Discussione in Commissione Giustizia sullo schema di decreto legislativo che regolerà pm e conferenze stampa

    (di Antonella Mascali – Il Fatto Quotidiano) – Magistrati contro la legge sulla presunzione di innocenza, in discussione in Commissione Giustizia della Camera. Ieri ci sono state le audizioni, molto critiche, dei vertici dell’Anm, preoccupati non solo per la “ingessatura” dei procuratori e la “burocratizzazione dei giudici”, ma anche per il bavaglio alla stampa che ne deriverebbe da questa legge. Sembrano non comprendere i rischi, invece, l’Ordine dei giornalisti, che ha declinato l’invito a essere ascoltato in Commissione e la Federazione nazionale della stampa, che ha disdetto il giorno prima.
    Al centro dei lavori della Commissione è lo schema di decreto legislativo del governo sulla presunzione di innocenza, deciso dalla Camera, che ha approvato a marzo un emendamento, su spinta di Enrico Costa di Azione, e dei renziani, che a sua volta recepisce una direttiva europea del 2016. L’emendamento era stato bocciato a novembre 2020 in Commissione, ma con l’avvento del governo Draghi è stato inserito nella legge di delegazione europea.
    E così c’è il rischio concretissimo che assisteremo a conferenze stampa di procuratori che sembreranno dei pesci in un acquario, perché non potranno dire nulla con la scusa che ciascuno è innocente fino a sentenza definitiva: “La diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico”. In silenzio pm e polizia giudiziaria, potranno parlare, si fa per dire, solo i procuratori “esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa”. I cronisti non possono quindi neppure chiamarli al telefono.
    Il diritto dei cittadini a essere informati viene così calpestato, diventerebbe un’impresa ardua se non impossibile conoscere intercettazioni, ordinanze di custodia cautelare e altri provvedimenti di rilevanza sociale, che riguardano politici, membri del governo, magistrati e altri esponenti istituzionali. Per non parlare dei provvedimenti che dovranno scrivere i giudici, talmente burocratici e a rischio contestazioni, che si può determinare, come ha denunciato l’Anm ieri, un ulteriore allungamento dei tempi dei processi. Quanto all’indagato o all’imputato, non deve essere indicato come colpevole “fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza” definitiva e ha il diritto alla rettifica.
    Secondo il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, sentito anche dal Fatto, è una “ingessatura eccessiva” limitare la comunicazione dei procuratori. Si tratta di una “formalizzazione che può essere lesiva del bisogno di una corretta informazione”. Poi Santalucia rileva una incongruenza: da un lato, per esempio, un’ordinanza di custodia cautelare ( eseguita) è pubblicabile, dall’altro abbiamo “un procuratore molto irrigidito nei suoi rapporti con la stampa. Mi pare, dunque, che il decreto legislativo si muova non in armonia con il testo del codice, perché l’esigenza di pubblicabilità risponde a un’esigenza di trasparenza.
    Bisogna tutelare i diritti delle persone – ha proseguito – ma bisogna evitare che il processo si chiuda alla possibilità che la collettività, attraverso l’informazione, sia informata su snodi fondamentali e che questa forma di indebita segretazione non vada a scapito del bisogno di una corretta informazione”. In Commissione è stato ascoltato pure Nello Rossi, ex avvocato generale della Cassazione, sulla stessa lunghezza d’onda dell’Anm, anche per quanto riguarda i limiti che si vogliono mettere al giudice che deve scrivere un provvedimento: “È un punto tortuoso del decreto, il giudice deve argomentare sugli indizi di colpevolezza, ma facendo salva la presunzione di innocenza, quindi con artifici linguistici non desiderabili ai fini di una motivazione seria”.
    E, per evitare danni, suggerisce: “Andrebbe usata una formula in cui emerga con chiarezza che il convincimento del giudice è relativo a quel dato momento in cui si trova il procedimento”. Critico Vittorio Ferraresi, M5S: è preoccupato “per il diritto dei cittadini a essere informati su fatti di rilievo pubblico e anche per i giudici” trasformati in burocrati “per non violare questo diritto”. Infine, sul bavaglio all’informazione, dichiara: “Siamo per la presunzione di innocenza, ci mancherebbe, ma il silenzio è preoccupante”. La settimana prossima la Commissione voterà il parere.

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  2. Che senso ha questo articolo? Il referendum di Renzi è diventato inutile appena Draghi ha detto che voleva riformare la legge sul reddito minimo

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