Lega, ritorno al passato

(Mario Ajello – Il Messaggero) – I leghisti che la sanno lunga raccontano questo di fronte all’iniziativa di Giorgetti degli Stati Generali del Carroccio in Lombardia – «Non un’iniziativa personale ma di partito», precisano i suoi – a pochi giorni dal voto amministrativo: «Nessuna rivalità con Salvini e non esiste che Giancarlo voglia prendere il suo posto. Ma il Nord è il Nord, e al Nord abbiamo il cuore del nostro movimento, il nostro passato e il nostro futuro». Detta così, è una cosa che suona in questo modo: basta baloccarsi troppo con l’idea della Lega nazionale.

Anche perché laggiù al Sud, per qualche renziano (Scoma, a cui sarebbe stata promessa la candidatura a sindaco di Palermo) che sale sul Carroccio ci sono esponenti locali leghisti che trasmigrano in Fratelli d’Italia. Torna il Nord über alles nella strategia del partito salvinista ma più che Salvini sono gli altri – anche se «non esiste il partito di Giorgetti» come dice Giorgetti magari dissimulando – a battere su questo tasto. Che è lo stesso per cui la rivendicazione dell’autonomia differenziata, che negli ultimi tempi era sparita e che molti attribuiscono al capo leghista la ragione della sparizione, sta tornando prepotentemente nelle priorità del Carroccio, anche o soprattutto quello a trazione veneta ossia a guida Zaia.

Di fatto, si sono tenuti ieri alle Ville Ponti di Varese, terra giorgettiana, gli Stati Generali della Lega in Lombardia, proprio per approfondire i temi dell’agenda amministrativa, con la presenza degli esponenti di tutti i livelli di governo, da quello nazionale a quello regionale, fino alle amministrazioni locali. Circa duecento i sindaci lombardi presenti e non pochi pur ribadendo la stima per Salvini riferiscono che da quando c’è Draghi è cambiato tutto.

SVOLTE 

Già il fatto che non ci sia più Morisi alla guida delle Bestia un segnale di cambiamento lo è. Anche al di là dei gossip che vorrebbero raccontare la fuoriuscita del capo della comunicazione salvinista sui social come una vittoria dell’ala governista e giorgettiana su quella pop e populista rappresentata con successo in questi anni dai maghi dei social media amici di Matteo. Il realismo di Giorgetti, che gioca in casa in quel di Varese, è così formulato: «Avremo vinto nelle urne del prossimo weekend, se avremo aumentato il numero dei sindaci. E perso, se li avremo diminuiti. In politica è così. Dopo di che c’è la grande incognita dell’affluenza, non so dopo il Covid quante persone andranno a votare».

Ecco, Giorgetti vede una Lega spaesata, consapevole dell’Opa ostile della Meloni, alle prese con la novità sconvolgente del governo Draghi, non più arciconvinta dell’infallibilità del capo (cioè Salvini), e cerca da antico uomo di partito di rianimarla. Mentre Giorgetti fa il Giorgetti ed è in Padania, Salvini fa Salvini ed è a Tor Bella Monaca a Roma. «Fanno il gioco della parti», dicono in molti nella Lega. Ma altri: «Hanno in mente due Leghe diverse, anche se Giancarlo non accoltellerà mai Matteo neppure se glielo ordina Draghi».

Ma chissà. Giorgetti dixit ieri: «Nessuno ci perdona niente, anzi l’attività preferita è cercare di dividerci. Il copione è sempre lo stesso, ma se ci chiamiamo Lega, e in qualche modo ci rifacciamo alla Lega Lombarda, sappiamo che noi abbiamo un’altra missione, un altro modo di interpretare quello che siamo». Il che significa, appunto, che Salvini non si tocca (per ora, ma se il partito arriva sotto il 20 per cento domenica e lunedì prossimo qualche conseguenza ci sarà) e che però, allo stesso tempo, l’inquietudine in politica nella vita delle organizzazioni di partito non resta mai fine a se stessa.

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2 replies

  1. “Gualtieri ha ricandidato i miei pugnalatori: io fui il primo ad aprire al M5S”

    PARLA L’EX SINDACO DI ROMA

    (di Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano) – Il professore che a Roma è stato sindaco e anche marziano pone gentilmente una condizione: “Non mi faccia esprimere sulle singole candidature al Campidoglio”. Su tutto il resto, Ignazio Marino parla al Fatto da Philadelphia, dove è vicepresidente della Thomas Jefferson University e insegna Chirurgia.
    In un post lei ha scritto di ritenere sincere le scuse che le aveva formulato Virginia Raggi e ha fatto notare che nel Pd sono stati ricandidati gli stessi che la mandarono via. Come mai sono ancora lì?
    Sono stupito dall’eco di una riflessione in cui ho solo scritto la verità. Roberto Gualtieri ha definito un errore quello del Partito democratico, che inviò consiglieri comunali da un notaio per far decadere il sindaco (Marino ovviamente, ndr). Ma il Pd ha ricandidato quei consiglieri. Anche in chirurgia vengono commessi errori ma, in quei casi, si affianca al chirurgo una figura che lo accompagni per un periodo nel suo percorso. Gli elettori dem hanno apprezzato le scelte strategiche che feci da sindaco, ma il Pd in quanto nomenclatura non apprezza la mia libertà intellettuale.
    La campagna elettorale per Roma pare piuttosto in tono minore, non trova?
    Roma meriterebbe confronti fra candidati sulle tv nazionali. È la Capitale, ha un bilancio di oltre 5 miliardi di euro, 60.000 dipendenti e possiede grandi aziende. Ha ragione Carlo Calenda a chiedere ripetutamente confronti pubblici. Sono certo che se ci fosse stata la disponibilità di destra e sinistra né lui, né Virginia Raggi si sarebbero sottratti.
    Fermo restando che Calenda al confronto alla festa del Fatto non s’è presentato, di cosa avrebbe bisogno con più urgenza la città?
    Trasporti, rifiuti, sicurezza, disegno urbano e archeologia. Roma ha diritto di avere la propria quota del fondo nazionale trasporti senza la Regione come intermediario insolvente. Nel 2015, dopo la chiusura della discarica di Malagrotta, venne finanziato un piano con tre direttrici: autonomia degli impianti, incremento della produttività dei servizi e sviluppo della differenziata. Con nuovi ecodistretti dotati di biodigestori per la produzione di gas, e impianti per il trattamento delle plastiche e della carta. L’archeologia è un motore economico poco valorizzato. Poi il tema della sicurezza: servono risorse per una maggiore presenza di polizia e carabinieri, soprattutto di notte, su tutto il territorio.
    Nel frattempo c’è stato anche il Covid…
    La pandemia ha insegnato che molte attività possono essere svolte a distanza. Si deve investire nelle periferie gran parte del denaro che finora è stato speso nel centro. Dovranno essere realizzati alloggi a costo convenzionato per dare una risposta a chi cerca una casa. Il mercato immobiliare può essere rilanciato con progetti di rigenerazione urbana dentro alla città esistente, come avviene nelle grandi città europee che hanno dovuto ripensare il proprio ruolo dopo la stagione dello sviluppo industriale.
    Pd e M5S stanno provando a costruire una coalizione, anche se nella Capitale corrono separatamente. Allearsi è la scelta giusta?
    Nel 2013, quando vinsi le elezioni, proposi al M5S di entrare in giunta perché i nostri programmi erano quasi sovrapponibili. Tuttavia il percorso del Movimento negli ultimi anni è stato diverso dalle promesse. Dallo streaming sono passati alle stanze chiuse, identiche ai “caminetti” del Pd. Hanno abbandonato quasi tutti i loro ideali, dal vincolo dei mandati alla selezione della classe dirigente attraverso il curriculum. Io, invece, sono rimasto ancora lì.
    Che ne pensa di Giuseppe Conte?
    Penso che insieme a Roberto Speranza abbia saputo assumersi la responsabilità di decidere, soprattutto nella prima fase della pandemia. Non condivido la scelta di governare prima con la destra e poi con la sinistra: è molto lontano dal mio modo di pensare, io credo nelle ideologie. Ma deve essere riconosciuto che ha governato durante la più drammatica emergenza dopo la Seconda guerra mondiale.
    È l’Italia di Mario Draghi, che gode di consensi quasi unanimi. Che impressione ne ha?
    Mario Draghi ha un curriculum straordinario. Le sue scelte possono essere valutate e criticate, e la stampa lo deve fare, ma non c’è dubbio che goda di una solida credibilità internazionale. Lo percepisco anche qui negli Stati Uniti e questo fa bene all’Italia. Rimane però il fatto che, sebbene sia una Repubblica parlamentare in cui è il presidente della Repubblica a indicare il presidente del Consiglio, l’Italia non ha un primo ministro espressione del voto popolare dal 2008.

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