La recita

(Andrea Zhok) – A breve si riunirà, in forma ormai consuetudinariamente clandestina, la cabina di regia per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Per poter presentare il primo rendiconto e ricevere i primi fondi nel 2022, l’Italia dovrà soddisfare 42 delle 51 condizioni previste negli accordi. Sono riforme che vanno da una riforma della giustizia, a una revisione delle politiche del lavoro, a una riforma dell’università, ecc..

In tempi normali avrei cercato di approfondire le questioni in oggetto, per vedere cosa si sta preparando, visto che impatterà sul futuro nostro e delle generazioni a venire in maniera potentissima.

Ma oggi, mi chiedo, che senso ha occuparsene?

Che senso ha continuare nella finzione di essere in una democrazia, in un luogo dove esiste un libero dibattito pubblico, giornalistico, accademico, civile?

Che senso ha affaticarsi a studiare e approfondire, quando quasi tutti (incluse persone che dovrebbero fare dell’approfondimento intellettuale la loro professione) desiderano solo che si inserisca il pilota automatico, che si deleghi ai competenti, che li si lasci in pace?

In queste settimane chi ha cercato di attivare qualche residuo di spirito critico ha percepito che gli spazi per dibattere fuori dal cerchio di gesso che delimita le credenze ortodosse (così stabilite dall’alto) sono nulla. Radio, televisioni, parlamento, magistratura possono allinearsi in un baleno quando le pressioni giuste sono esercitate. In questo contesto la verità pubblica si definisce attraverso il grado di ridondanza, di ripetizione di qualunque sia la menzogna più utile, utile ad una manciata di attori fuori scena.

Anche chi poteva sembrare maggiormente animato da spirito critico si attesta sull’ultima banalità del tiggì, e poi la ripete, e la ripete, e la ripete.

Abusi, coazioni, forzature, ricatti, discriminazioni, omissioni, bastonature mediatiche, distorsioni della Costituzione, censure, macchine del fango, ecc. tutto è passato in cavalleria, senza sentire neanche il bisogno di verificarne i presupposti, senza che un sussulto di indignazione (prepolitica) metta in allerta. Per alcuni la scusa è che di fronte all’urgenza, all’emergenza, all’allarme sanitario, non ci si può mica mettere di traverso! E’ uno sforzo di salute pubblica, vivaddio! (Che Dio li perdoni). Per altri, però, per i più, non c’è bisogno neanche di giocare al gioco del “vincolo esterno”, della necessità pressante e inderogabile. No, gli sta semplicemente bene così. Che decidano lassù, ed io speriamo che me la cavo. E allora di cosa vogliamo parlare? Del PNRR? Di magistratura, fisco, finanza, università? Come se fossimo nelle condizioni di toccare palla?

Per me basta così.

5 replies

  1. “Anche chi poteva sembrare maggiormente animato da spirito critico si attesta sull’ultima banalità del tiggì, e poi la ripete, e la ripete, e la ripete.”
    Sulla potenza del mezzo televisivo nulla da dire.
    Ma da qui a mettere tutti quanti nello stesso sacco ce ne passa.
    Ma il filosofo mica guarda troppo per il sottile…

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  2. Quali sono stati i tempi normali? Mi pare che sia da un bel po ‘ che tranne qualche sparuto giornalista o intellettuale stiamo comodamente seduti delegando il nostro futuro a personaggi che fanno di tutto tranne il nostro interesse. Dove sono finite le masse di cittadini che fino ai primi anni duemila hanno tentato di osteggiare le decisioni prese dai signori che ci governano. La realtà è, come dici tu, aspettiamo e speriamo che me la cavi

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