Le carte segrete del regalo fatto ai Benetton

Dalle carte riservate, visionate dalla Verità, emerge una stranissima valutazione di 6,1 miliardi del valore di avviamento che ha gonfiato la quotazione di Autostrade. A saldare il conto ci penseranno gli italiani, con i pedaggi maggiorati fino al 2038.

(Francesco Bonazzi – laverita.info) – Far tornare i conti e poter dare ai Benetton gli 8 miliardi cash che volevano per Autostrade, in fondo, non è stato difficile. È bastato riconoscere loro un valore di avviamento da 6,1 miliardi di euro, che non viene da una valutazione dei tanti advisor al lavoro sull’affare da mesi, ma dal conferimento degli oltre 3.000 chilometri di autostrade gestiti in concessione da Autostrade Spa (oggi Atlantia) alla neocostituita Aspi. Un’operazione del 2003 tutta interna alla holding di Ponzano Veneto, che a distanza di 18 anni, e con il mezzo la tragedia del ponte Morandi, ha un impatto decisivo sui pedaggi che pagheremo fino al 2038. E soprattutto, rende possibile quella remunerazione dell’investimento ottenuta dai compratori, che sono la Cassa depositi e prestiti e i fondi infrastrutturali di Macquerie e Blackstone. Il dato emerge da un documento riservato, del quale La Verità è entrata in possesso, ovvero l’ultimo Pef (Piano economico finanziario) di Autostrade, sul quale si regge tutto il regalo di Stato ai Benetton e che deve ancora essere approvato dal Cipe di Palazzo Chigi. Nello stesso documento, si scopre anche che la remunerazione del capitale investito da Aspi nel 2018 era pari al 32,99%. Miracoli dei monopoli naturali.

Dopo il crollo del viadotto sul Polvecera (14 agost0 2018, ben 43 morti), i due governi di Giuseppe Conte avevano cianciato di revoca delle concessioni, operazione che sarebbe costata intorno ai 20 miliardi. Ma come ha raccontato questo giornale il 6 giugno scorso, utilizzando la semplice clausola del recesso, e quindi senza infilarsi in alcun contenzioso, lo Stato si sarebbe riappropriato delle concessioni per 13,8 miliardi (al netto di 5,3 di imposte). E poi ne avrebbe recuperati chissà quanti altri, mettendo all’asta le varie tratte autostradali. Il tutto lasciando ad Aspi sia i rischi legali dovuti ai processi in corso, sia i suoi debiti. Ma alla fine di una recita collettiva, in cui i 5 stelle hanno fatto il poliziotto cattivo («Mai un euro ai Benetton») e il Pd il poliziotto buono («Troppo costosa la strada della revoca»), a giugno si è invece deciso di dare alla famiglia di Ponzano Veneto 20 miliardi: 8 in contanti e 12 di debiti rilevati.

Se il Pef già approvato dall’allora ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli (Pd), ma ancora non vidimato dal Cipe, è rimasto nelle segrete stanze è perché contiene una bomba a orologeria. La si trova a pagina 20: «Il valore dell’avviamento registrato il primo luglio 2003 alla data di perfezionamento dell’operazione societaria, avvenuta con il conferimento del ramo autostradale (Aspi) da parte di Autostrade Spa, è pari a euro 6,33 miliardi circa». Tale valore, secondo il Pef era stato calcolato sottraendo dal valore netto degli atti conferiti, «pari a 8,1 miliardi, in linea con il valore della privatizzazione», il patrimonio netto contabile della società al momento del conferimento. E visto che nel secondo semestre 2003 Aspi mise a bilancio un ammortamento da 218 milioni, alla fine si arriva a un avviamento di 6,1 miliardi. L’avviamento è un valore intangibile e nel caso di una concessionaria risiede quasi per intero nella concessione stessa. Quindi, se anche si volesse chiudere gli occhi su quella valutazione infragruppo del 2003, come dimenticare che c’è stato un evento nefasto come il crollo del Morandi e che lo Stato poteva stracciare quelle concessioni? Invece no, si ricompra tutto a caro prezzo, avviamento compreso.

Proprio alla fine di quel 2003 le banche concedono un finanziamento da 8 miliardi ad Aspi, soldi che in meno di un anno
vengono interamente girati alla controllante. Così che il debito non è più nei confronti degli istituti di credito, ma di Atlantia. Negli anni successivi, i bilanci Aspi dicono che il debito, nonostante successive trasformazioni, è rimasto sostanzialmente invariato perché la società, anziché ripianarlo, ha preferito trasferire agli azionisti oltre 10 miliardi di dividendi (periodo 2003- 2017), a fronte di 9,3 miliardi di utili. E Atlantia ha prelevato dalle casse di Aspi altri 7,3 miliardi come riserve da sovrapprezzo delle azioni. Se aggiungiamo i 4,5 miliardi di interessi sul finanziamento alla controllata, come ha calcolato il commercialista e revisore contabile Remo Valsecchi su L’altraeconomia (7 giugno 2021), «con un investimento complessivo di 100.000 euro, Atlantia, tra il 2003 e il 2020, ha realizzato qualcosa come 21.846.938.624 euro». Soldi che non sono serviti a migliorare le autostrade, ma solo a gonfiare i profitti di chi le controllava.

Questo magico avviamento, insieme ai tanto declamati «lavori sulla rete», produce ammortamenti e costituisce l’architrave delle tariffe finali, su cui si ribalta al 100%. Insomma, è come se dovendo spalmare del grasso, anziché ripartirlo un po’ qui e un po’ là, si fosse deciso di metterlo tutto qui, su questa voce da 6,1 miliardi. Ma il motivo è presto detto: si tratta di un moltiplicatore micidiale ed era forse l’unico sistema per raggiungere quella redditività del 10% da qui al 2029 chiesta dai grandi investitori istituzionali, gli australiani di Macquarie e gli americani di Blackstone, per dare una veste privata a tutta l’operazione. Insomma, si compra Aspi a caro prezzo, chiudendo un occhio e mezzo sul valore di avviamento, perché tanto poi si recupera tutto al casello.

Tra le tante tabelle del Pef, poi, ne spunta una dove si legge che il ritorno sul capitale investito degli azionisti (Irr) per il 2018 è stato pari al 32,99%. Rendendosi conto che è un guadagno impressionante, i manager di Atlantia aggiungono questa noticina: «L’indice non è indicativo in quanto è calcolato sulla base del patrimonio netto al 31 dicembre 2018, pari a 2,1 miliardi di euro. Quest’ultimo non è rappresentativo del valore dell’azienda e di quanto pagato dagli azionisti stessi che nel 2017 avevano valorizzato la società 14,7 miliardi nell’operazione di compravendita delle azioni». In effetti, nel 2017, un consorzio guidato da Allianz e Silk Road compra l’11,9% di Autostrade a un prezzo che valuta l’intera società 14,8 miliardi. Che prodigio! Non era ancora caduto il ponte, ma Autostrade valeva già oltre 5 miliardi in meno di quello che stiamo dando ai Benetton.

11 replies

  1. un giornale che si chiama verità. sai che affidabilità. di già che c’era, tanto valeva chiamarlo : la sacra bibbia. parola di dio…
    la via, la verità, la vita. così è monco.

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    • @Frankie

      Concordo Frankie, aggiungo qualche considerazione.

      Ricordo che quando qualche mosca bianca sosteneva che per controllare non fosse necessario ENTRARE nel governo ma limitarsi ad un appoggio esterno, tutti a dire: “sì ma se entriamo controlliamo meglio”.
      Un ragionamento privo di logica.
      Devi stare DENTRO per capire che la riforma Cartabia è una merda!?
      Devi stare DENTRO per votare contro?

      Voglia di POTERE e MINISTERI.
      La cosa assurda è che queste scelte sono state sostenute dalla cosiddetta base che non sembra mai allontanarsi troppo dal volere dei leader. Una base alla carte, a disposizione.

      Si dividevano solo tra coloro che volevano entrare nel governo e coloro che volevano opporsi ad esso.
      Sulle MODALITA’ cui cui si sostiene o ci si oppone non è stato detto nulla.

      A riprova di come la politica Italiana sia uno schifoso chiacchiericcio alimentato anche da coloro che sembrano interessarsi di POLITICA.

      In realtà di POLITICA, del bene collettivo, si interessano pochi.
      Quello che piace a molti commentatori è un “RISIKO PARTITOCRATICO” spacciato per politica che mira solo a vincere la partita per interessi di bottega o più ottusamente per puro tifo.
      L’unica argomentazione all’apparenza valida per votarli è che “gli altri – chiunque essi siano – sono peggiori”.

      Ed è per questo che la sinistra non ha interesse a migliorare la DESTRA né la destra ha interesse a migliorare la SINISTRA.
      Chi si occupa di politica intesa come BENE COMUNE, non come sostegno al partito o partitino partitocratico, dovrebbe avere interesse che la classe politica migliori nel suo insieme visto che nei sistemi democratici esiste (o dovrebbe esistere) un singolare fenomeno che si chiama ALTERNANZA.

      Ma alla sinistra serve una destra di merda.
      Ed alla destra serve una sinistra di merda.

      Una alternanza di ladri piccoli e grandi.
      Ecco la politica italiana.

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      • E i controlloridaldidentro dormono pacifici perché ritengono che tutti gli altri siano e saranno sempre peggio di loro.
        Sono immemori degli tsunami di popolo, della strenua opposizione ai devastatori della Costituzione, alle regalie alle banche, all’asservimento alla finanza sovranazionale, all’essere succubi in alleanze militari e periferia dell’impero anglosassone, sono immemori degli streaming alla luce del sole, dell’uno vale uno (nel senso che il mio voto vale quanto il tuo e quanto quello di De Benedetti), del vivere del proprio lavoro, del non lasciare nessuno indietro (dato che il reddito di cittadinanza si sta trasformando in un mero bacino di voti), sono immemori delle promesse su acqua pubblica, connettività gratuita, trasporti sostenibili, e si potrebbe continuare all’infinito.
        Non c’è dubbio che il sogno di una svolta epocale per questo Paese, che era davvero ad un passo se non fosse stato per il Rosatellum, è entrato in declino ed è morto con Casaleggio (se fosse vivo oggi sarebbe espatriato in Micronesia), e che Grillo alla fine si sia rivelato per quello che è, ovvero una maschera priva di contenuti e di identità, un borghese piccolo piccolo senza visione alcuna per il futuro di questo Paese (checché ne dica lui).

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      • Purtroppo è proprio così.
        Quanto a Grillo, mi riesce difficile capire il motivo per cui Conte abbia deciso di legarsi ai piedi questa zavorra d’uomo.

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  2. Se la notizia fosse confermata, l’Avvocato si dichiarava del popolo ma lo era dei Benetton……
    Ora però che questo dossier è passato nelle mani del governissimo dei migliori con il Dux Draghi……gli interessi degli italiani saranno finalmente tutelati!

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  3. Quando il M5S (solitario) voleva revocare la concessione ai Maletton.. non c’era un solo media che li spalleggiasse:
    per tutti loro pensare alla revoca era un atto antidemocratico, comunista, un’inutile e gratuita vendetta, etc…

    Ora non c’e’ media che scriva che i 5* non hanno mantenuto le promesse, hanno fallito, hanno ararricchito i Maletton,etc, etc…

    Si puo’ dire che questi media han proprio delle belle granfaccedimerda?

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    • Senza contare che mi risulterebbe che il “contratto” che li solleva da qualsiasi responsabilità e gli alltribuisce i miliardi di cui sopra, A PRESCINDERE, sia a cura del solito Berlusca o gente limitrofa, non certo DELL’AVVOCATO DEL POPOLO, che si è ritrovato ‘sta zavorra tra i piedi.
      Ora dare la colpa a LUI, mi sembra veramente da, come dici tu, all’incirca?
      Gran belle FACCEDIMERDA.

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  4. AGI.it
    Chi votò il contratto tra Stato e Autostrade (emendamento ‘salva-Benetton’ incluso)
    Un’indagine Openpolis ricostruisce tutto l’iter delle norme, mentre divampa la polemica tra maggioranza e partito democratico

    di Marvin Ceccato | 21 agosto 2018, 07:00

    : (Afp)
    Parlamento italiano
    Continuano le polemiche sul crollo del ponte Morandi e sui finanziamenti ai partiti che coinvolgono in primis la famiglia Benetton. Lo scambio di accuse fra il governo giallo-verde e il Pd ha segnato i giorni del lutto e dei funerali di Stato per le vittime.

    Un j’accuse reciproco rimandato ai mittenti da entrambe le parti, tanto che il Pd, con la vicepresidente vicaria del gruppo alla Camera, Alessia Morani, posta sui social il video del voto contrario dei dem per mettere fine alla diatriba.

    Con Openpolis​, intanto, si può ricostruire l’iter delle norme che hanno portato al contratto fra Stato e società Autostrade, emendamento ‘salva-Benetton’ incluso. Questi i fatti che Openpolis ricapitola:

    “Anno 2006, Benetton finanzia la Lega di Bossi e Salvini con 150.000 euro di contributo elettorale. È l’anno delle elezioni: il governo Berlusconi sarà sostituito dal governo Prodi.

    L’8 aprile 2008: Prodi è al governo, mancano pochi giorni alle elezioni del 13 e 14 aprile, che vedranno la vittoria di Berlusconi sul partito Democratico, nato a ottobre 2007. Viene approvato il decreto legge 8 aprile 2008, n. 59. Si tratta di un decreto che riguarda gli obblighi europei e l’esecuzione di alcune sentenze della Corte giustizia della Comunità Europea.

    Cosa c’entra con Autostrade? Nulla. Ma da qui in poi, cambia tutto.

    “Otto maggio 2008: si insedia come premier di nuovo Berlusconi. Il suo alleato di governo è la Lega. 29 maggio 2008: arriva in Parlamento il decreto legge n. 59, ma in quel decreto viene ficcato nottetempo l’emendamento Salva Benetton (l’articolo 8-duodecies).

    Il decreto diventa legge grazie al voto di Salvini e della Lega, mentre tutti i parlamentari del Pd votano contro. Il decreto è convertito in legge n. 101 del 6 giugno 2008, pubblicata in gazzetta ufficiale il 7 giugno 2008”.

    Che cosa prevede la legge votata da Berlusconi e Salvini?

    “Il governo Prodi aveva sì allungato la concessione ad Autostrade per l’Italia, ma obbligando i concessionari a rigorose verifiche periodiche. Con il voto della Lega e di Salvini, quell’obbligo di verifiche sparisce: rimane solo l’allungamento della concessione.

    Se non ci si fermasse a leggere solo il titolo del decreto dell’8 aprile, si scoprirebbe che l’articolo 8-duodecies prevedeva l’approvazione per legge di tutte le nuove convenzioni con i concessionari autostradali già sottoscritte da Anas (proprietaria) con le società concessionarie (come Autostrade per l’Italia), ma che ancora non avevano ricevuto il parere favorevole di Nars, Cipe e 8 commissioni parlamentari. Compresa quella con Autostrade per l’Italia di cui tanto si parla in questi giorni.

    Si aggiunga che questa convenzione, a differenza di tutte le altre, prevedeva il riconoscimento di aumenti tariffari annuali di almeno il 70% dell’inflazione reale, a cui andavano ad aggiungersi gli aumenti sugli investimenti in corso: cioè aumenti assicurati fino al 2038, indipendentemente dalla valutazione sulla qualità del servizio e la realizzazione degli investimenti”.

    Un trattamento “che in base a un’altra norma di quel governo Berlusconi (articolo 3 comma 5 del dl recante ‘Misure urgenti anti-crisi per famiglie, lavoro e impresè) è stato esteso a tutte le altre concessioni, cancellando così una misura voluta dal governo Prodi nel 2006, che legava invece in modo stringente la possibilità di aumenti tariffari a qualità del servizio e investimenti realizzati”, si legge.

    E ancora, “la norma approvata col voto di Salvini nel 2008 cancellava la possibilità, sempre prevista dalla riforma Prodi, di ottenere migliori condizioni per interesse pubblico sulle concessioni autostradali: se le concessionarie non accettavano le richiesta di miglioramento delle condizioni, Anas aveva titolo a revocare la concessione e metterla a gara”.

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