Massimo Cacciari: “È incredibile come quanto più siamo asserviti, tanto più presumiamo di essere liberi”

(Massimo Cacciari – la Stampa) – Da Platone all'”eretico” Dante, il percorso dell’uomo per affrancarsi da tutte le schiavitù

«Lo maggior don che Dio per sua larghezza / fesse creando, e a la sua bontate/ più conformato, e quel ch’ è più apprezza,/fu de la volontà la libertate» ( Paradiso, V,16-22). Dunque, nasciamo liberi?

Dunque, immediate da Dio siamo dotati, noi creature intelligenti,«tutte e sole», di «libero voler», capace di vincere la malizia di cui il mondo è «gravido e coverto» (Purgatorio, XVI,60)? Tra le «croci» che il pensiero è destinato a portare, questa, il problema della libertà, è forse la più tormentosa. Tutto ciò che esiste in qualche modo vuole. Non volere è impossibile. Ma noi soltanto tra tutti gli enti che riusciamo a conoscere saremmo capaci di orientare ad libitum la nostra volontà? E questo per la costituzione stessa della nostra natura?

Tutto ciò che vediamo in natura è determinato e condizionato, obbedisce a leggi che non si è certo dato e nella natura noi soli saremmo quegli enti straordinari che possono ciò che vogliono? Quale davvero stra-ordinaria presunzione, che l’esperienza quotidiana falsifica in tutti i modi! Non nasciamo liberi! Forse possiamo soltanto affermare che nella nostra natura è presente la possibilità di diventarlo.

Ed è appunto questo che l’esperienza epicamente e profeticamente rappresentata nella Divina Commedia vuole insegnare. Possiamo «trarci fuori» da servitù a libertà. Ma incatenati nasciamo, come quegli abitanti della caverna del mito di Platone, che ben protetti nella loro dimora passano la vita a vedere ombre, e magari goderne, evitando di fare i conti con la dura realtà. Libertà significa liberarsi: un itinerario drammatico, che comporta venire ai ferri corti con l’inferno della vita, risalire l’aspro monte della confessione delle proprie colpe, del pentimento sui propri errori, della radicale conversione al Bene – così nel Poeta per antonomasia.

Ma poi il dubbio resiste: è per le mie forze che questo itinerario potrebbe compiersi? E’ la mia libertà a determinarne i passi? O lo affermo soltanto perché ignoro quali siano le cause per cui procedo? Dante non avrebbe potuto liberarsi se altri, e altri lassù, non l’avessero, per amore assolutamente gratuito, voluto. Al più, possiamo dire che Dante ne ha assecondato l’amore. È incredibile come quanto più siamo asserviti a potenze e leggi di cui ignoriamo ragioni e fini, tanto più presumiamo di essere liberi.

Essere liberi è una mèta assolutamente problematica. Dimostrare di esserlo è impossibile. Soltanto qualche segno possiamo darne. E di questi segni, potenti, son fatte le opere come la Commedia. Saper resistere solitari, se la tua ragione ritiene che il mondo sia «diserto/ d’ogne vertute». Solitario, non ritirato nella Torre. Solitario in lotta con la «bestia» che impedisce la via alla libertà. Esser pronti a dare la vita per cercare di percorrerla – «libertà va cercando», infatti: chi potrebbe presumere di affermarsi perfettamente libero?

Significherebbe essere del tutto incondizionati. La libertà possiamo soltanto cercarla, quotidianamente, in lotta contro la «maledetta lupa», «che mai non empie la bramosa voglia,/ e dopo il pasto ha più fame che pria» (Inferno, I,97-99). È la bestia del volere per sé sempre di più, dell’insaziabile avarizia, che si «ammoglia» a invidia, a usura, a frode. Ma è anzitutto la bestia della nostra naturale servitù, del nostro istinto ad asservirci al possesso di beni finiti e a esigere che essi ci siano assicurati. Per Dante la libertà ha un solo, vero segno: capacità di donare e perdonare. Ciò che significa anche liberare. Non si è liberi se non si cerca di liberare chi è costretto nel bisogno, nella pena. Di più, non puoi dirti libero fino a quando un tuo simile è servo.

Essere liberi vorrebbe, allora, dire, cercare questo Impossibile? In qualche modo penso di sì. E di nuovo è così in Dante. Poiché tende, mente e corpo, all’Impossibile di «ficcar lo sguardo» negli arcana Dei, egli può vedere con disincanto e realismo questa «aiuola che ci fa tanto feroci», inveire contro i lupi che la dominano, invocare le forze che li possano eliminare. La nostra triste, costante consacrazione della finitezza è consacrazione del nostro dipendere da beni finiti, mète a portata di mano, da tutto ciò che abbiamo o crediamo di avere «a disposizione».

Nessun disprezzo per quei «possibili» che siamo costretti a perseguire per continuare a esistere, ma forse è vero che non di solo pane vive l’uomo, e che anche il necessario, quotidiano pane diventa difficile assicurare per tutti, quando ciascuno ha di mira esclusivamente la propria securitas, e di altro non vuole sentir parlare che di garanzie per sé e per ciò che possiede.

Il solitario Dante incalza il suo tempo, eretico contro tanti suoi dogmi, tante sue potenze, tanto cattivo senso comune. Nessun fatto ha per lui ragione in quanto fatto. Nessuna Giustizia abita il campo del vincitore perché vincitore. In questo soltanto può per lui mostrarsi un’immagine di libertà e forse di indistruttibilità della nostra anima.

18 replies

  1. Bellissimo commento del prof Cacciari. Davvero complimenti. Uno dei pochi ad avere una così grande conoscenza del sommo poeta. Dante è davvero il più grande di tutti i tempi. E lo dimostra soprattutto la sua straordinaria incredibile attualità.

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  2. La sta ancora menando per la storia del greenpass.
    Montagne di parole a supporto della sua patetica presa di posizione.
    Chi ha passato 43 anni tra quattro mura di una fabbrica sa bene quanto poco sia libero un uomo. Lui non sa niente.

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    • Se tu invece hai fatto 43 anni dentro le mura e sei favorevole al GP, allora non hai capito nulla della lotta per la libertà e del concetto di democrazia. Nulla.

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  3. un senso della libertà relativo e personalistico. alcuni potrebbero darne definizioni diverse, a costo di sentirsi liberi dalla libertà. quella è la sua via e non necessariamente universale.a volte è necessaria la privazione della libertà altrui, quando potrebbe esser negativa per il soggetto.ad alcuni la schiavitù da un dio potrebbe non essere gradita o fattibile. la libertà è una chimera indefinibile come appunto la presenza o mancanza di un dio: l’uno non può essere assunto a paragone dell’altro. il pensiero è un’entità ostica da definire, figurarsi i suoi prodotti immaginifici, le proiezioni. cacciari dà certamente una buona interpretazione di dante, ma questo rimane comunque un prolisso brontolone di scarsa compagnia. un palloso per antonomasia.

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  4. La libertà è un “esercizio” faticoso.Solo gli “eletti” per loro natura si “avvicinano” al concetto.Niente di trascendentale, ma inevitabile nella loro vita. Nonostante le “sofferenze” loro proseguono.

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  5. Vite e le coscienze plasmate. Gli antifascisti di ieri sono i fascisti di oggi e sostengono con rabbia la dittatura sanitaria.

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  6. in effetti lui crede d’esser libero, ci crede davvero
    in realtà è prigioniero nella sua immagine che vede sullo schermo della tv da 60″ che ha in salotto
    una sorta di inception all’infinito

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  7. “Ciascuno ha di mira esclusivamente la propria securitas”: chiaro il riferimento al vaccino e alle relative costrizioni messe in atto dal governo. C’è da chiedersi che altro si dovrebbe fare con la pandemia .. se Cacciari preferisce le libere morti dovrebbe rileggere il Boccaccio, soprattutto le pagine sulla peste del 1348, o anche il Manzoni, ancora sulla peste del 1630. Affrontare il grande tema della libertà con un autore medievale è un esercizio letterario che resta confinato in quel contesto storico. Ed è smisurata la distanza fra l’inoculazione di un vaccino e l’esibizione del relativo documento che lo comprova e la disquisizione di temi immensi come la libertà, la vita, la morte, il sacro ..

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    • “Affrontare il grande tema della libertà con un autore medievale è un esercizio letterario che resta confinato in quel contesto storico.”: la cosa détta da lei, cara Adriana, mi stupisce assai.

      Sarei curioso di sapere, per esempio, cosa lei pensa delle cose détte duemila anni fa da Quello che morì di freddo!

      Qui si confonde bellamente storicità con Universalità; Dante non ha scritto PER il Medioevo, ma NEL Medioevo e il messaggio lasciato è più valido ora di allora, anzi, anche se la faccenda non è di dominio pubblico, sarà proprio allo scadere dei settecento anni dalla sua morte, che avrà compimento “la dottrina che s’asconde sotto ‘l velame de li versi stranil'”: lo sapeva?

      E sapeva che esiste: “…una tradizione secondo la quale le opere di Aristotele, considerato il Maestro della Dialettica, racchiuderebbero un significato nascosto, che potrà essere penetrato ed applicato soltanto dall’Anticristo…”.

      Ma sicuramente i moderni derivanti come Dante dalle scimmie, non si preoccupano di tali dicerie, non foss’altro per non disturbare quell’assioma che vuole li separi temporalmente dai primati in maniera quantitativamente più vantaggiosa rispetto a Dante, per non parlare di Quello che è morto di freddo…

      Settecento anni non sono un granché rispetto ai milioni che ci sono voluti per produrre l’insuperabile finezza del pensiero moderno, ma sicuramente, il cervellino, anche se di poco, per non disturbare il sonno dei savi del progressio, bisogna ammettere che deve essere cresciuto in quantità, non certo diminuito, quindi: tutto va ben madama la marchesa!

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      • Caro Gatto, senza nulla togliere al sommo poeta, io credo che ognuno di noi viva immerso nel proprio tempo, non a caso si dice che la Divina Commedia è una sorta di “summa” del sapere medievale .
        Soprattutto penso che la somministrazione di un vaccino sia davvero poca cosa rispetto a quel ” libertà vo cercando” di Dante, esiliato e in fuga presso vari signori

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      • “non a caso si dice che la Divina Commedia è una sorta di “summa” del sapere medievale .”.

        Cara Adriana: tremendo quanto dozzinale errore! E si vede coi “si dice” dove siamo finiti! Sia detto di passata, non voglio convincerla di nulla, ma ci sono studi, anche profani, non molti per la verità, ma più di quelli che si crede normalmente (Rossetti, Valli, ad esempio, ma non solo…), che non seguono affatto il “l’ha detto la TV!” e sono ben lontani dalla procedura concernente tutta la divulgazione dantesca, compresa quella specialistica delle università, quest’ultima non differendo in nulla, nella sostanza, da quella antologica dei licei, se non per un ipertrofico apparato nozionistico…

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  8. Caro Gatto, senza nulla togliere al sommo poeta, io credo che ognuno di noi viva immerso nel proprio tempo, non a caso si dice che la Divina Commedia è una sorta di “summa” del sapere medievale .
    Soprattutto penso che la somministrazione di un vaccino sia davvero poca cosa rispetto a quel ” libertà vo cercando” di Dante, esiliato e in fuga presso vari signori

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  9. Direi al ‘sommo’ Cacciari:
    ma cosa c’entra?
    Cosa c’entra la Libertà e tante altre categorie spirituali altrettanto elevate con una epidemia che sta infestando il globo, e non la sua celletta solitaria su un monte solitario in un contestosolitario?
    Quì l’umanità scompare, se si ragiona alla Cacciari!

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