Non scherziamo sul Prosecco

(di Gian Antonio Stella – corriere.it) – «300 vitti di Toccai». C’era anche questo nella dote che Aurora, figlia del nobiluomo Carlo Formentini, consigliere e ciambellano dell’imperatore Ferdinando II e di Anne Marie Von Rohrbach, dama di corte di Cecilia Renata d’Austria, portò come dono di nozze al conte ungherese Adam Batthyany. C’erano pure 10.000 «fiorini allemanni», «pezzi» di tendaggi e di damaschi e «Battisele, Atrezzi et Robbe» e perfino «un Servidore et due Contadini». La dote più interessante, però, erano quei trecento vitigni di Tocai. Prova provata, grazie a quel contratto di matrimonio firmato il 3 febbraio 1632 e ripreso nel libro Il Vigneto Friuli dall’arrivo dei Romani alla “partenza” del Tocai, di Claudio Fabbro, che già 389 anni fa, quando la peste manzoniana imperversava in Toscana dopo aver devastato il nord, il nostro Tocai non solo era già presente nell’area goriziana e dintorni da chissà quando («il senato Romano, narra Tito Livio, inviò ad Aquileia una colonia, allo scopo di diffondere la viticoltura e la cittadina divenne uno dei massimi empori vitivinicoli») ma era così rinomato da spinger la famiglia dello sposo a chiederne in quantità.

Non bastasse, un brindisi composto nel 1765 da Giorgio Polcenigo per il matrimonio del marchese Ridolfo di Colloredo con la contessa Claudia di Maniago conferma un secolo e mezzo dopo quanto quel vino fosse amato: «Se la dama di Duino / vin mi porge peregrino/ cento volte a lei la mano / bacerò per l’atto umano / Se la sposa dà Toccai / canterò con l’aurea lira / ciò che tanto in lei s’ammira / lo splendor dei dolci rai». Tutto questo, altri documenti e la differenza netta tra il nostro e il Tokaji ungherese (che negli spot si vanta di essere «il primo vino muffato mai prodotto dall’uomo, un nettare dolce come ambrosia»), non servirono a niente, una trentina d’anni fa, davanti alla commissione Ue, quando il nostro Tocai fu «espulso». Se stavolta fosse spartito coi croati il nome Prošek (un liquore tipo passito) che ad ogni orecchio straniero scippa la fama mondiale del prosecco, sarebbe davvero il colmo. Tanto più con la motivazione che «i produttori ritengono che Prošek sia un marchio riconosciuto dai consumatori e che il nome solo Prošek possa contribuire al posizionamento favorevole di questo prodotto sul mercato». E lo dicono pure…

Categorie:Cronaca, Mondo, Vino

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3 replies

  1. È inutile piangere. È sempre un problema di classe dirigente, come per la baggianata di Buttafuoco. Non è vero che l’europarlamento non serva a niente: è il più grande spazio di lobbying dell’Unione Europea. Lo hanno capito persino i membri est europei, finanche i più impresentabili, che infatti sono dei maghi ad attrarre finanziamenti (e poi a saperli mettere a frutto: si pensi a cos’è diventata Polonia in nemmeno vent’anni!). Ma fintanto che mandiamo a pascolare dei guappi di cartone alla Salvini o alla Picierno, e più in generale, politici falliti sul piano nazionali monolingui (quando sanno l’italiano) e impreparati a tutto non ci si può aspettare di meglio. È chiaro che le nostre eccellenze verranno penalizzate, se non ci sarà nessuno a proteggerle. Ricordo il caso del Tocai, che risale al primo governo Berlusconi (e non a trent’anni fa: questi episodi hanno responsabilità precise, a Bruxelles e a Roma), con il re Mida di Arcore che rassicurava i friulani circa il mantenimento della denominazione. Si sa com’è andata a finire e i relativi danni al comparto.

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    • veramente la Polonia è diventata tale grazie alle aziende EU che hanno delocalizzato
      e non solo le aziende, ci sono anche studi di ingegneria che hanno sedi locali per poter
      progettare ciò che serve a chi delocalizza, spendendo meno.

      non so se i polacchi abbiano tutta questa verve che li riposiziona rispetto ad essere
      meri fornitori locali di energia (che è in massima parte da carbone) e mano d’opera a basso prezzo
      mano d’opera che poi è da vedersi se è poi polacca, perché i loro lavoratori vanno nei paesi
      confinanti più ricchi, mentre importano lituani, ucraini e altri dell’est che gli costano meno.

      mentre è vero che la UE è un covo di lobbisti

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  2. non è solo questo. Accanto alla fiscalità di favore e all’importazione di bassa forza essenzialmente da Bielorussia e Ucraina (i lituani funzionano più o meno come i polacchi, che peraltro detestano), nei voivodati (regioni) più dinamici le università hanno da tempo dato vita a dei dipartimenti interdisciplinari-solitamente economia-legge-ingegneria- che si occupano esclusivamente di europrogettazione, e lo fanno in modo molto serio e competitivo. Dal primo anno di università al dottorato, gli studenti crescono in un contesto internazionale – l’inglese è d’obbligo- collegato con i più prestigiosi atenei europei e nordamericani. Il che ha permesso a città come Cracovia, Varsavia, Katowice, Poznan e Breslavia di cambiare completamente, peraltro in quelle aree si è pure da qualche tempo osservata un’inversione di tendenza circa il fenomeno migratorio (e molti polacchi dopo la Brexit stanno pensando di reinsediarsi lì. Dai vivai accademici di cui sopra le forze politiche, persino le più apparentemente retrive e nazionaliste, tipo l’inqualificabile PiS, attingono i propri tecnici e talora i politici di punta, come Duda. Dovremmo avere l’umiltà di studiare attentamente quel modello e di copiarlo, calandolo in particolar modo nel nostro Meridione. Perché le idee e le competenze di un ingegnere o un economista di Nocera Inferiore o di Catanzaro deve andare ad arricchire- come troppo spesso accade- un Paese straniero o il Nord (sempre meno) e non la regione di provenienza? Poi i polacchi hanno un altro vantaggio, cioè che le loro classi dirigenti rubano in proporzione molto meno che da noi

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