Crac Mps. L’autore è Draghi, ma lo paghiamo noi

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Vi ricordo che  nel marzo 2016 il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco,  quello che era venuto meno al suo incarico di vigilare sul risparmio, si rivolse alle 130 mila famiglie truffate, prima da prodotti fraudolenti proposti da manager criminali, poi dal decreto salva-banche,  dando loro degli  analfabeti funzionali, che avevano meritato di essere puniti per l’avidità che li aveva fatti cascare nel tranello dell’evidente frode, tanto da farsi convincere dai piazzisti del racket a disfarsi dei titoli di Stato, sicuri ma poco redditizi, per acquistare tossici bond subordinati, quelli che nel corso del susseguirsi di crac bancari hanno bruciato oltre 113 miliardi di euro.

Vi  ricordo che erano quegli analfabeti funzionali che animarono le piazze che hanno anticipato quelle di questo anno e mezzo, altrettanto denigrate, guardate con schizzinosa ripulsa, ridicolizzate perché erano fatte di pensionati e lavoratori che avevano accumulato un piccolo salvadanaio, ingannati  da Banca d’Italia e dallo Stato, spinti al suicidio dal governo e dalle banche, trattati come delinquenti, e identificati e intimoriti dalla Digos in modo da dissuaderli a protestare sotto il Parlamento impegnato a offrire l’impunità a vertici bancari criminali.

Vi ricordo che dietro al collasso di Mps, oggi nuovamente al centro delle cronache esclusa quella nera che ha preferito sottrarsi agli obblighi del giornalismo investigativo nel caso ancora aperto di un suicidio eccellente, c’è la solita anima nera, Mario Draghi che autorizzò l’incauto acquisto “a debito” di Antonveneta da Banca Santander di Emilo Botìn, grazie a un acrobatico aumento di capitale di 6 miliardi di euro e l’emissione di strumenti ibridi e subordinati per complessivi 2 miliardi di euro e un finanziamento ponte per 1,95 miliardi da rimborsare, ben sapendo  che si trattava di una operazione spericolata ad altissimo rischio, come dimostrato dall’esempio dello scoppio della bolla dei subprime avvelenati.

Vi ricordo che mentre Germania, Spagna, Francia  impegnavano fondi pubblici ingenti per tutelare, con le banche, i correntisti, i cittadini e le imprese,  un avvicendarsi bipartisan di ministri burattini dichiarava che il nostro sistema bancario restava solido e invulnerabile, quando negli anni almeno 6 banche sono fallite e quelle sistemiche sono in gravissima sofferenza grazie a  un cumulo  di crediti deteriorati e di debiti con istituti esteri.

Vi ricordo che il problema non risiede solo nella tradizione italiana non recente di concedere dei prestiti, dei fidi, dei castelletti, dei mutui, facendo dell’erogazione di denaro un affare clientelare, familistico, condizionato dallo scambio di favori, di voti, di assunzioni e protezioni, ma  consiste anche e soprattutto nel ricorso malaffaristico alle alleanze e fusioni tra istituti di credito, di banche commerciali (quelle che dovrebbero custodire e far fruttare i nostri soldi)  con banche di investimento (quelle che sarebbero dedicate a sviluppare il capitale dei finanziatori in Borsa), un abuso che ha ulteriormente incrementato la roulette bulimica dei fondi, dei derivati, dei prodotti velenosi della finanza creativa.

Vi ricordo che, anche se la vostra banca è differente, siete a rischio, come correntisti, a meno che non teniate il gruzzolo sotto il materasso, ma soprattutto come cittadini.  L’operazione condotta da Unicredit (la seconda banca italiana) che ha manifestato l’intenzione di acquisire il Monte dei Paschi (la quarta banca italiana) dallo Stato, che ne detiene la quota di maggioranza, si sta svolgendo sotto l’ala protettrice del liquidatore fallimentare. E non stupisce: il generoso intervento “salvifico” è coerente con la strategia di aggregazione e centralizzazione che ispira il draghi-pensiero: Unicredit, dopo Mps, potrebbe aspirare a Banco Bpm o a Mediocredito o a Bper in aperta concorrenza con Intesa San Paolo.

Questo  fa anche capire quanto Unicredit creda nella distruzione creativa cara al Presidente del Consiglio, quella ispirata alla promozione sempre più in alto di soggetti strutturati, già forti e che vanno ulteriormente potenziati con l’aiuto dello Stato, e alla cancellazione di quelli che non sanno cimentarsi con la competitività, deboli e destinati ad essere parassitari.

E difatti gli oltre mille “tecnici” di Unicredit impegnati nel negoziato hanno consigliato ai vertici  di liberarsi dei pesi morti, i 6,2 miliardi di contenzioso legale, i 2-2,5 miliardi di crediti deteriorati (inesigibili) e l’1,5 miliardi di crediti ad alto rischio, di mantenere solo le filiali attive un migliaio, spazzando via i rami secchi del Centro-Sud, all’incirca 500, e di tagliare vigorosamente il personale in esubero, da 7000 a 10 mila unità.

Vi ricordo che quando chi comanda dice che non c‘è fretta, come in questo caso, da Letta a Salvini, è lecito diffidare. Perché se è vero che il termine ultimo per la cessione della quota del Mef in Mps scade a primavera 2022,  e, come è stato sottolineato da molte parti, ben altri a livello internazionale potrebbero essere in lizza per l’acquisizione, non c’è nessuna garanzia che si tratti di appetiti tanto rispettosi dell’identità della più antica banca italiana, da non volerne fare uno spezzatino, tenendosi la ciccia e rifiutando gli scarti poco appetibili e in perdita che finirebbero in una “bad company”  del Ministero dell’economia e delle finanze. Lo stesso dicastero cioè dove, nel 2008, quando lo Stato entrò in Mps in sofferenza aumentata dalla scriteriata acquisizione di Antonveneta avallata da Draghi e investita dalla crisi dei subprime sotto la regia di Draghi, comandava Pier Carlo Padoan, poi parlamentare Pd e ora, guarda caso, presidente del CdA di Unicredit.

E già è facile immaginare che se il matrimonio d’interesse andrà a buon fine, spetterà a lui negoziare l’ingresso del Mef in Unicredit a garanzia della micragnosa dote di Mps in modo che si rispetti la regola aurea che prevede che le perdite siano pubblicizzate e i profitti privatizzati.

Vi ricordo che è lecito sospettare quindi quando irruenti e ardimentosi manager e tecnici dimostrano inopinatamente di possedere la qualità della pazienza cauta e riflessiva davanti a una crisi – la banca senese in questi anni  ha bruciato 23,5 miliardi di euro e il suo “rosso” del 2020 ammonta a  1,69 miliardi di euro – perché l’intento solito è quello di trasformare la sofferenza in emergenza,  da governare sollecitando ancora di più il  generoso ausilio pubblico in modo da invogliare aspiranti compratori, selezionati tra amici che hanno atteso nell’ombra o che hanno mostrato di avere le doverose virtù teologali; temperanza e prudenza in attesa  della desiderata e profittevole rovina definitiva,  con una svendita sottocosto in regime di discount.

E per finire vi ricordo di diffidare, dopo alcune recenti esperienze, da Autostrade a Ilva, delle ipotesi di convertire istituti in crisi in banche pubbliche salvate dal munifico salvagente dello Stato, cioè nostro e vostro, perché si tratta di una delle modalità immaginate dai cravattari imperiali per incentivare la miseria italiana, attraverso un indebitamento sempre maggiore fatto di partecipazioni dissennate, di liquidazioni concesse a criminali che non solo non pagano pegno ma vengono risarciti dei loro misfatti con buonuscite miliardarie, e della futura restituzione di elemosine erogate dall’usura europea in cambio della definitiva rinuncia a sovranità e dignità.

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