La società diffidente, che non pensa e non crede

(Marcello Veneziani) – Ma in che razza di società viviamo? So che la domanda è formulata in modo scorretto perché usa la parola proibita, ma basta un minimo di intelligenza per capirne il senso. Di quale profondo malessere è spia la rivolta contro l’obbligo vaccinale e il green pass, al di là dei motivi sanitari che ne sono alla base? Viviamo nella società della paura, della diffidenza e del rancore; e ne portiamo tutti, a vari livelli, i segni. La paura e il terrorismo sul contagio hanno alimentato anche la paura opposta, quella verso il vaccino incognito, “sperimentale”. La diffidenza nei confronti del prossimo a rischio infezione e di chi non segue i protocolli sanitari ha accresciuto la diffidenza speculare verso il potere, politico, farmaceutico e sanitario e i loro seguaci. E il rancore verso la razza maledetta degli scettici e dei ribelli alle prescrizioni sanitarie, si è ritorta in una forma di rancore verso gli obblighi e verso i loro banditori e sbandieratori. È una spirale, di cui non si riesce a capire il senso se guardiamo solo all’effetto di ribellione, senza chiedersi delle motivazioni che lo hanno incubato e allevato, fino a farlo esplodere. In verità i ribelli sono una minoranza (e gli scalmanati sono una minoranza della minoranza), ma sono la punta di un iceberg molto più vasto: perché oltre i ribelli c’è la più vasta platea dei riluttanti, degli scettici, dei diffidenti; anche tra coloro che si sono vaccinati e hanno il green pass.

Ma non ci interessa tornare sulla questione dei vaccini e dei passaporti sanitari; vogliamo piuttosto capire quale malessere spinge la nostra società a farsi preda del rancore, della diffidenza, della paura e dell’angoscia.

Qui è necessario un salto ulteriore per entrare nelle profondità del disagio sociale e civile. Al di là della pandemia, siamo entrati da tempo nella società che non crede, che non pensa, che non sa, che non ama se non nella vita privata e ha perso fiducia nel mondo, nel futuro e nelle classi dirigenti.

Un tempo si riteneva che superate le credenze, si sarebbe sviluppata la società matura del pensiero autonomo, che avrebbe sostituito la fede con la ragione, le certezze con la libertà, la devozione col senso critico. Invece siamo qui a constatare un esito ben diverso: la nostra società che non crede è anche una società che non pensa, la nostra società che non ha più fede, religiosa o politica, è più esposta alla diffidenza e alla sfiducia nella ragione e nelle guide. Perduta la devozione popolare verso presunte superstizioni religiose si è esteso il buco nero dell’ignoranza, la scarsa voglia di approfondire, pensare criticamente, avere giudizi autonomi. I santi sono stati rimpiazzati dai santoni, dopo i predicatori sono arrivati gli influencer, disertate le istituzioni religiose ci si affida alle superstizioni della rete globale. È avvenuto il pessimo mix tra ignoranza e presunzione: l’ignoranza delle società dominate dalla fede e dall’autorità era perlomeno accompagnata dall’umiltà e dal rispetto verso chi sa, ha più esperienza, ha più cultura. Oggi invece tutti pretendono di giudicare tutto; per un malinteso senso di democrazia e sovranità dei cittadini, tutti si sentono in diritto di giudicare eventi e personaggi dal basso del loro non sapere. Ignoranza e arroganza si sposano e trinciano giudizi sprezzanti e comportamenti conseguenti nel nome sacro della libertà.

Insomma, la perdita della fede, della fiducia nell’autorità, si è abbinata alla perdita di sapere, al disprezzo per la cultura, al rifiuto della conoscenza, che è un cammino difficile, spinoso, in cui si formano inevitabilmente gerarchie di comprensione. Una società non può vivere se non crede in niente, se non pensa, se non studia, se non rispetta le differenze, i ruoli e i ranghi di conoscenza.

È uscito da poco il testo di un filosofo in disparte, Pietro Martinetti, morto nel ’43. È intitolato “Il compito della filosofia nell’ora presente” (ed. Comunità) e risale a cent’anni fa. Martinetti non era cattolico né tradizionalista semmai vicino al protestantesimo; al tempo del fascismo fu l’unico filosofo docente universitario che rifiutò di prestare giurare fedeltà al regime, nel 1931, scontandone le conseguenze. La solitudine del suo dissenso ingigantisce la sua figura e rimpicciolisce quella dei suoi tanti colleghi poi diventati antifascisti quando cadde il regime, ma all’epoca tutti allineati. È facile essere antifascisti in pieno regime antifascista; ci voleva coraggio, amor di verità e dignità di filosofo per esserlo quando il fascismo aveva potere e consenso.

Martinetti, pur non essendo un credente, scrive che per il filosofo “la religione è il cardine stesso della vita” e “la vita morale non ha termine e consistenza vera che nella coscienza religiosa”. Definisce poi la società: “un organismo spirituale che ha per fine e per ideale l’unità armonica di tutte le volontà in una vita comune”. Vi rendete conto di che abisso ci separa oggi dalla sua visione? Certo, il filosofo guarda al dover essere, all’ideale e perde di vista “la realtà effettuale” come dice Machiavelli. Ma la cosa più sconfortante è che gli stessi filosofi, pensatori e intellettuali oggi hanno perso l’ideale senza aver guadagnato il reale; e se accennano a qualche dissenso, come è accaduto sul covid, vengono sbeffeggiati e censurati. Martinetti diceva che l’arte, la filosofia e la religione sono i mezzi per generare l’unione sociale e spirituale e ascendere dal finito all’infinito.

Da qui la domanda sconfortata: ma in che razza di società viviamo, che ha smesso di credere e di pensare, incolta, rancorosa e presuntuosa? E se “il compito della filosofia nell’ora presente” fosse ripensare la società come un organismo spirituale e la filosofia in rapporto al sacro e al destino, in un cammino che intreccia il credere col pensare, il conoscere con l’amare? Missione impossibile, ma necessaria.

La Verità

10 replies

  1. Dio è morto, assassinato dalla scienza, che non è verità ma indagine, che non offre verità universali ma ipotesi. Dio è morto e la scienza vorrebbe assurgere alla divinità senza i messo di onniscienza e onnipotenza. La scienza non potrà mai essere la nuova fede, responsabile essa stessa di grandi scoperte e di enormi abomini.

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  2. E magari “non si credesse”.
    il problema è che si “crede”, troppo!
    Lassù ci governano attraverso la fade: guai non credere a chi ha in qualsivoglia modo raccattato un cappello a forza di leccare e/o essere utile agli interessi globali di quelli dell’ Iperuranio mondiale.
    Siamo già ampiamente al credo quiam absurdum, e non riguarda solo la divinità ( alla quale “lassù” tutti dichiarano di credere senza alcun dubbio e millantano di onorare), ma a qualsivoglia fake ci venga convenientemente sventolata davanti agli occhi.
    Parla, parla, qualcosa resterà, e il frastuono è univoco e onnipresente: un lavaggio del cervello continuo.
    E noi crediamo, a tutto, pena l’ esclusione dall’ umano consesso. Nessuno può più pensare in maniera differente: l’ esclusione sociale, l’ offesa, la derisione, accuratamente apparecchiate ma sempre più spesso anche spontanee ( ormai siamo cani di Pavlov) immediatamente lo etichettano e lo soffocano attraverso la condanna fisica all’ isolamento e morale al pubblico ludibrio ( ma andrà anche peggio, gli indicatori ormai ci sono tutti).
    Penso che mai, sul Pianeta, si sia creduto così tanto e a così tante cose, mai il potere è penetrato tanto nel cervello degli abitanti del Pianeta. Ormai della realtà non c’è neppure più la parvenza: blindati dalla capillare propaganda che ci insegue in ogni dove attraverso media di ogni genere tutti di loro proprietò, ci mostrano solo quello che a loro interessa, e noi “crediamo”. A tutto ormai, al di là di ogni evidenza, ridotta ormai a mera percezione.

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    • “Penso che mai, sul Pianeta, si sia creduto così tanto e a così tante cose…”: sacrosanta verità! Il credere è insito nell’essere umano, tanto quanto il respirare, e per questo non punto eliminabile. Il dramma sta nel fatto di essere riusciti, svuotando la fede dei suoi veri contenuti, a riempire il nominalismo di transito, di un tal quantità di “ens rationis” (dette volgarmente “cazzate”), di cui la storia umana mai ha conosciuto precedenti, nemmeno lontanamente simili.

      E la parte veramente comica sta nel credere proprio il contrario, cioè di essersi liberati finalmente dell’oscurantismo religioso, in realtà aprendo tutti gli orifizi corporei a una sterminata serie di ingenuità, da far apparire Forest Gump, un agente della CIA!

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      • Sicuro sicuro che ci siamo “liberati dall’ oscurantismo religioso”? Certamente come adesione del cuore e del comportamento ( ammesso e non certamente concesso che fino ad ora…) ma la religione, principale strumento del potere che di riffa o di raffa ci ha pervaso fino dalle fasce, la fa ancora da padrona.
        C’è un ritorno religioso evidentissimo: hanno persino cambiato Papa – dall’ intellettuale sostanzialmente no global al piacione globalista – per farci consumare la stessa pietanza solamente cambiando il piatto.
        Mai sui media (soprattutto quelli di “sinistra”) il Papa ha avuto tanto spazio: ogni giorno si inventa una ovvietà convenientemente rilanciata dai TG e i “sinistri” lo hanno eletto a loro think tank. Le cerimonie religiose – battesimi, matrimoni – sono tornati in auge come rappresentazioni teatrali ( le spose “principesse” seminude e il fotografo ormai sostituisce il sacerdote accanto all’ altare) e mercato che tira, ma intanto “li” si torna, non importa come. E al momento del trapasso non sono pochi che ripetono la medesima scena straziante del farmacista Lionel Stader che rimbecillito dal male e circuito dalla moglie beghina si “converte” nel firm Per Grazia Ricevuta.
        E non è certo un caso che ad es. Putin , appena salito al potere, si corso a ripristinare le antiche chiese, a foraggiare il potere monastico, a cancellare ogni forma di ateismo che poco aveva attecchito in una Russia da sempre iper religiosa.
        Nulla serve al potere più della parabola del Ricco Epulone: tu poveraccio sopporta in pazienza ed umiltà: io ora sono ricco, senza pensieri e godo, ma nell’ Aldilà…
        Nell’ Aldilà, appunto… Crederci è sostanziale. E nel Cattolicesimo, chi ha in mano il lasciapassare?

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      • “Sicuro sicuro che ci siamo “liberati dall’oscurantismo religioso”?”.

        Carolina, lei può fare di meglio, su… Intanto, non lo deve dire a me, ma a chi ha da sempre considerato le religioni, oscurantiste, lei compresa. Per quello che mi riguarda, chi ha fatto il doppio errore di considerare l’oscurantismo ab origine nelle religioni e di potersi finalmente emancipare con la ragione, il sonno della quale avrebbe fin a quel momento creato solo mostri, ha dato comicamente inizio a quello che prima non esisteva affatto. Questa magnifica pensata, non solo non ha sortito l’effetto voluto, cioè affrancarsi dal Sacro, ma è stato proprio da “lì” (con accento) che l’oscurantismo ha preso a esistere. Le religioni (non tutte per la verità) dal canto loro, inizialmente credendo di poter contrastare il fenomeno con una strategia di concessioni (sia il Concilio Vaticano II il sommo esempio di capitolazione totale), piuttosto che di rigore, sono state impercettibilmente assorbite dalla profanità, diventando di fatto oscurantiste e superstiziose e null’altro che vuoti contenitori secolarizzati. Questa è la verità cara Carolina, il resto sono solo chiacchiere e specchietti per le allodole…

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    • Complimenti….,analisi brillante di una mente lucida.

      Mi permetta di aggiungere che tutto questo lo sappiamo da molto tempo…,ed aggiungo una piccola “perla” svelatrice che si “incastona” perfettamente nella storia che si ripete,sempre con piccole sfumature diverse,ma sostanzialmente uguale…,e sicuramente molto “attuale”.

      17 ottobre 1974 – l’Europeo riporta l’intervista a Roberto Cavallaro, arrestato per cospirazione politica su ordine di cattura della Procura di Padova: “L’organizzazione esiste di per se in una struttura legittima con lo scopo di impedire turbative alle istituzioni. Quando queste turbative si diffondono nel Paese (disordini, tensioni sindacali, violenze e così via) l’organizzazione si mette in moto per cercare di ristabilire l’ordine. E’ successo questo: che se le turbative non si verificavano venivano create ad arte dal’organizzazione attraverso tutti gli organi di estrema destra (ma guardi che ce ne sono altri di estrema sinistra) ora sotto processo nel quadro delle inchieste sulle cosiddette trame nere (Rosa dei venti, Ordine nero, la Fenice, il Mar di Fumagalli ecc..)”. (cit)

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      • Gentile Gatto,la parola “verità” non fa per me. Mi rimane inoltre il dubbio: le “religioni sono state impercettibilmente assorbite dalla profanità” oppure viceversa?

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      • Sono costretto a postare qui per dare una sequenza logica…

        “Gentile Gatto,la parola “verità” non fa per me.”: capisco. Ne prendo atto: buona fortuna allora…

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  3. «Certo, il filosofo guarda al dover essere, all’ideale e perde di vista “la realtà effettuale” come dice Machiavelli. Ma la cosa più sconfortante è che gli stessi filosofi, pensatori e intellettuali oggi hanno perso l’ideale senza aver guadagnato il reale…»: e così doveva inevitabilmente essere, perché stupirsene? Che cosa pensa il Veneziani, che “ideale” significhi astrazione, come pensava il Machiavelli? Niente di più falso e lontano dal vero, caro Veneziani! L’essere e l’idea, lungi dal perdere di vista “la realtà effettuale”, ne sono invece i principî che la reggono, misconoscendo i quali, come scrivevo sopra, il vuoto nominalismo che li sostituisce, diventa inevitabilmente il contenitore delle più stravaganti e assurde “ideologie” che non posseggono nessuna vitalità, portatrici di morte, proprio nel momento in cui credono di aver donato libertà e vita. Se il Veneziani crede a questo, il suo pur pregevole articolo, si riduce a un ennesimo “realismo” d’accatto, ospitante inevitabilmente lo sconforto, il quale, in queste condizioni, non potrà essere risolto da nulla di veramente efficace e duraturo.

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