Noi, “viaggiatori bruciati” di un’era di meravigliosa fragilità

(PAOLO FUSI – glistatigenerali.com) – La morte di John Lennon l’aveva sconvolto. Aveva cominciato a credere che le voci di una maledizione sui Beatles fossero vere, e non voleva più uscire di casa. Gli avevano proposto un tour, ma lui aveva guardato alla lista delle date proposte (tutte di venues minori) ed aveva scosso la testa, “credo che sia arrivato il tempo di smettere. Ciò che suono non interessa più a nessuno, solo agli psicopatici”.

Sua moglie Patti l’aveva lasciato per Eric Clapton, che per la moglie di George aveva scritto “Layla”, e George Harrison aveva sposato, poche settimane dopo, la segretaria della sua casa discografica, e si era ritirato nella sua grande casa di campagna, circondato da 15 ettari di terreno, e si era messo a fare il giardiniere eremita.

Il maniero in cui George Harrison ha trascorso la seconda metà della sua vita

La nuova moglie, Olivia, racconta: “Parlare di musica era tabù. Nella sua stanza aveva le chitarre, ma restava sempre chiusa, George era sempre sdraiato al sole, al vento gelido dell’autunno, oppure con guanti e cesoie da giardiniere in mano. Venivano a trovarlo gli amici, e si parlava di politica, di misticismo, di John e della sua morte assurda”. Nel novembre del 1986, Elton John trascorre un intero mese a casa di George. Ha appena pubblicato “Leather Jackets”, il peggiore dei suoi album, ha finito una durissima sessione di disintossicazione, vorrebbe tornare indietro sugli sbagli fatti, chiamare il suo paroliere ed amico Bernie Taupin, con cui ha litigato in modo imperdonabile. Elton chiede a George di aiutarlo con le nuove canzoni, per quello che sarà l’album del 1988, un grande ritorno dopo anni bui di tossicodipendenza.

La stanza delle chitarre viene riaperta, e si suona tutto il giorno. Dopo qualche giorno Elton chiama i ragazzi della sua band, e si aggiungono amici come Jim Keltner e Ringo Starr, che si alternano alla batteria e Gary Wright – perché Elton, a forza di alcool e droghe, ha perso voce e destrezza, ed ha bisogno di uno che suona il piano cui non trema la mano. L’ultima settimana Elton chiama Jeff Lynne, il leader degli Electric Light Orchestra, che sta suonando con i Blues Brothers di Dan Aykroyd e Jim Belushi e stanno lavorando al film che renderà la band immortale e resterà uno dei grandi capolavori del 20° secolo.

George, Dhani ed Olivia Harrison

Durante le sessions Jeff scopre che George ha segretamente scritto nuove canzoni. Lui, Elton John, Eric Clapton ed un paio di amici si ritirano a Londra e registrano le basi per un nuovo disco di Harrison. Il 25 febbraio del 1987, alla festa del suo 46° compleanno, Jeff gli regala i nastri e canta due canzoni, nella sala grande di casa Harrison, insieme a Tom Petty e Bob Dylan.

George è commosso, e decide di pubblicare queste nuove canzoni in “Cloud Nine”, che resta il suo ultimo disco di brani originali. Ma la voglia di suonare è tornata. Nell’aprile 1988 George è a Los Angeles per promuovere “Cloud Nine”, quando la casa discografica gli ricorda che lui ha promesso una nuova canzone per il lato B dell’ultimo singolo del disco – e lui non ce l’ha. Un paio di telefonate trafelate, e la mattina dopo ci si trova tutti nel garage di Malibu in cui Bob Dylan registra le sue nuove canzoni. Oltre a Bob e George, Jeff porta il comune amico Tom Petty, che abita a pochi isolati di distanza, e lui porta il vecchio Roy Orbison – una vecchia gloria degli anni 50, quello di “Pretty woman”, che è da anni malato di cuore e di malinconia e più che vivere a Malibu, ci vegeta.

George Harrison, Eric Clapton ed Elton John al lancio del tour del disco “Cloud Nine”

Quella mattina nasce “Handle with care”. Un miracolo. Uno scherzo, in cui i cinque autori spiegano la propria fragilità prendendosi per il naso. La canzone è talmente bella, che il gruppo resta a Malibu e registra una canzone al giorno, per due settimane, ed annuncia al mondo la nascita di una nuova band – un supergruppo, come si diceva allora – che si sarebbe chiamato The Traveling Wilburys. Un gioco di parole, che vuol dire qualcosa come Quelli che si sono Bruciati e sono in Viaggio.

Tutti conoscono il successo mondiale del disco e della band. L’album è stato premiato come il migliore del 1989 ed ha venduto milioni di copie. Oggi, 18 luglio, è il 33° compleanno di quella registrazione. Un compleanno triste, perché di quel gioco di ragazzini strepitosi rimangono Jeff e Bob, gli altri sono oramai morti. Per parte mia, mi sembra già sconvolgente il fatto che sia passato tanto tempo. La musica si è quasi fermata, nel nuovo secolo. Anche le cose più moderne che abbiamo imparato ad amare (cito a caso: Beck, Portishead, REM, Placebo, Manic Street Preachers, Motorpsycho, Foo Fighters, Green Day, Radiohead) hanno scritto le cose migliori oltre vent’anni fa.

Oggi siamo tutti noi, che amiamo la musica, Viaggiatori Bruciati da Trattare con Cura – Traveling Wilburys to be handled with care.

1 reply

  1. Già passati 33anni! Continuo ad ascoltarlo e non me ne sono accorta. È un disco “felice”, e semplice, e io ero veramente giovane.
    Altrettanto at the end of the line? Speriamo.

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