Massimo Fini: “Giornalisti, né sconti né intimidazioni”

(Massimo Fini – massimofini.it) – Correva la metà degli anni Settanta. Una mattina Tommaso Giglio, il mitico direttore dell’Europeo, mi convocò nel suo ufficio. Giglio, ciociaro, aveva il viso di un Totò triste e perennemente corrucciato. Ma quella mattina la sua mascella era particolarmente contratta. “E allora” disse “adesso prendiamo una smentita ad ogni pezzo?”. Ero da cinque anni all’Europeo e quella era la prima smentita, querele non ne avevo avute mai.

Forse Giglio era eccessivo nel suo rigore, ma credo che al fondo avesse ragione. Per lui la credibilità del giornale era fondamentale. “L’ha scritto l’Europeo” doveva suonare come una sentenza della Cassazione. Per questo facevamo un giornale meno aggressivo dei concorrenti dell’Espresso, ma più attendibile.

Ma la di là dell’Europeo di quegli anni il rigore ha, o dovrebbe avere, un ruolo centrale nel nostro mestiere. Che è un mestiere delicato. Più che una professione come un’altra dovrebbe essere una vocazione, solo un gradino sotto quella del medico o del magistrato. Noi andiamo a ficcare il naso nelle vite, nei panni e a volte nei letti altrui. Possiamo rovinare la reputazione di una persona senza motivo. La cosa è aggravata da quel micidiale istituto che si chiama ‘avviso di garanzia’. Lo vollero qualche decennio fa le sinistre e con le migliori intenzioni: se un cittadino è indagato è giusto che lo sappia per potersi difendere. Solo che, com’è noto, l’inferno è lastricato di buone intenzioni. Oggi basta essere raggiunti da un ‘avviso di garanzia’ per essere stritolati da quello che, non per nulla, si chiama il “tritacarne massmediatico”. Il principio, fondamentale in diritto, della presunzione di innocenza si trasforma di fatto in una “presunzione di colpevolezza” di cui non sono responsabili i magistrati, che applicano semplicemente la legge, ma i media, nel loro complesso, che sono lontanissimi da quel rigore predicato tanti anni fa da Tommaso Giglio. Ma qui si apre un altro discorso che non riguarda in particolare i giornalisti ma il nostro sistema giudiziario. L’abnorme lunghezza delle nostre procedure fa sì che la presunzione di innocenza si trasformi, in virtù della prescrizione, in una sostanziale impunità anche per soggetti di cui la Cassazione ha accertato la colpevolezza (Berlusconi docet). Il vero e irrisolto problema della Giustizia italiana è l’estenuante lunghezza delle sue procedure, sia nel penale che nel civile. Avere giustizia, quando ci si arriva, dopo vent’anni, non è rendere giustizia.

Ma queste sono questioni che riguardano il nostro sistema giudiziario in generale e non il rapporto in particolare fra i giornalisti e la legge penale per i reati di diffamazione. Si dibatte in questi giorni fra Consulta, Corte europea dei diritti dell’uomo e la corporazione dei giornalisti schierata a coorte in propria difesa, se sia giusto che il giornalista possa finire in carcere. Premettiamo che, a parte il caso di cui dirò, da che esiste la Repubblica nessun giornalista è mai andato in galera per un reato di diffamazione. Restiamo ai casi più recenti. Alessandro Sallusti, direttore all’epoca del Giornale, fu condannato all’arresto ai “domiciliari” (altra distinzione classista: ai “domiciliari” vengono mandati i vip di vario genere, per gli stracci va bene la galera, magari anche senza processo, “in galera subito e buttare via le chiavi” come affermò la “garantista” madama Santanchè) ma disse che preferiva fare il martire in gattabuia. Comunque fu immediatamente graziato dal Presidente della Repubblica, il vituperatissimo Giorgio Napolitano. Lino Jannuzzi, un diffamatore seriale, fu condannato ai “domiciliari” per la reiterazione del reato. Venne infine graziato da un altro Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Siamo una casta privilegiata, inutile nasconderlo, ammanicata a quella politica che continuamente attacchiamo.

L’unico caso di un giornalista che abbia scontato per intero la condanna al carcere è quello di Giovannino Guareschi che, in un intricatissimo caso di politica internazionale (siamo nei primi anni ‘50), pubblicò, ritenendole in buona fede vere, due lettere apocrife di Alcide De Gasperi. Guareschi, coerente con se stesso come sempre, rinunciò all’appello e scontò 409 giorni di carcere.

Noi giornalisti, soprattutto quando facciamo i cronisti, possiamo sbagliare. A volte, diciamo così, legittimamente. Nei primi anni ’90 ebbi un insidioso processo per una querela intentatami dal trio Ligresti-Cutrera-Brenta, “la banda di viale Elvezia”, che stava saccheggiando l’edilizia milanese. Su tre punti il giudice mi assolse con formula piena perché fu accertato che avevo scritto il vero, su un quarto punto mi assolse perché “le circostanze erano tali che il giornalista poteva essere tratto legittimamente in inganno” (come si chiami tecnicamente questa formula assolutoria non ricordo, chiedete a Travaglio).

Ci sono altri casi invece in cui diffamiamo, senza nocciolo di verità, per colpa nostra, perché non abbiamo controllato a dovere le fonti. Se la diffamazione è di “eccezionale gravità”, come prevede la norma attuale che si vorrebbe riformare, non vedo per quale ragione mai al giornalista dovrebbe essere risparmiato il carcere. Il giornalista è un cittadino come tutti gli altri e deve essere sottoposto alla legge come tutti gli altri, soprattutto se vogliamo continuare a fare la morale all’universo mondo.

Due riforme invece vanno fatte, questa volta a favore del giornalista. Noi siamo investiti di continuo da querele palesemente inconsistenti. Sono le cosiddette querele “temerarie”, a volte per milioni di euro. Ma benché si tratti di querele fasulle ci costringono, per difenderci, a perdere denari in avvocati e soprattutto tempo. Chi querela dovrebbe fare un deposito cauzionale pari a un decimo della somma richiesta. Secondo Travaglio e altri se il querelante perde la causa perderebbe anche quella somma che dovrebbe essere data al giornalista o al suo giornale. Questo, secondo me, non è giusto perché impedirebbe al cittadino che chiamiamo comune, che quei soldi non li ha, di ricorrere in giudizio anche quando sa di aver ragione. Il deposito, e l’ovvio pagamento delle spese legali, sarebbero un deterrente sufficiente.

L’altra questione che ci riguarda da vicino è la famigerata “continenza”. Se definisco “ladro” un ladro, che è accertato esser tale, posso essere condannato per diffamazione se non ho usato termini “continenti”. Ora, se io passo col rosso so di aver commesso un’infrazione, se uccido una persona so di aver commesso un omicidio, ma quali siano i termini “continenti” è cosa vaghissima per cui chi scrive anche il vero è costretto a camminare sulle uova. Questa sì è una discrezionalità che dovrebbe essere tolta al giudice.

Quindi, in definitiva, sì al carcere del giornalista quando la legge lo prevede, no alla filastrocca delle querele farlocche che i berluscones, e tutti i berluscones della terra, possono permettersi perché loro i soldi li hanno e noi, se abbiamo fatto con onestà il nostro mestiere, no.

Il Fatto Quotidiano, 29 giugno 2021

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