(Alessio Mannino – lafionda.org) – Pietrangelo Buttafuoco paladino della libera arte? Sbagliato. Semmai, meritevole di aver fatto emergere una volta di più la lacerazione interna al centrodestra sulla linea russofoba del governo Meloni. Il suo è stato un dissenso tutto politico, sia pur venato da un’idea anti-occidentalista di cultura che gli viene da una sensibilità di destra tradizionalista (nel senso di René Guenon, convertito all’Islam come lo scrittore siciliano, non per caso citato nell’intervista a Repubblica che due mesi fa diede fuoco alle polveri della polemica deflagrata in questi giorni).

D’altronde, lo stesso Buttafuoco nel suo discorso lo ha detto abbastanza chiaramente, esprimendo un concetto che potrebbe essere sintetizzato così: la mostra di Venezia vuol essere una zona neutrale in cui possono convivere Russia e Stati europei, Israele e Iran. Una sorta di porto franco in nome del realismo. Diciamo pure: della realpolitik. Non in nome della libertà artistica, molto relativa dal momento che i padiglioni sono gestiti dagli uffici governativi e non da associazioni degli stessi artisti. Il vantaggio di Buttafuoco è che può rifarsi a una visione filosofica coerente, che si evince in questo passaggio: “è nel diverso da noi che troviamo noi stessi. È un crisma che ci arriva dalla lex romana, che è lo stesso di Cristo e delle civiltà universali. Vorrei dire: la mia Sicilia degli emiri. L’universalità”.

El Botafuego (nome della rubrica che aveva sul Foglio, oggi uno degli organi di stampa più settari nella crociata anti-Russia) non ha fatto altro che confermare un’impostazione culturale che ripete da vent’anni. “C’è sempre un Occidente in fondo ad ogni sbadiglio”, scriveva in Cabaret Voltaire (2008). Aggiungendo, in un passaggio oltremodo attuale, che è “la destra angloamericana” quella, “imbecille e ottusa”, che “più d’ogni altra” ha ingaggiato “una guerra scatenata e cieca contro la Russia ortodossa della Terza Roma”, più in là arrivando a dire che la “destra non è altro che la sinistra al culmine della sua fase senile”, nel momento in cui combatte una “guerra al sacro” imbevuta della “superstizione della supremazia degli Stati Uniti”, e figlia del “modello unico” targato “Pentagono”. Che poi è il culto del “consumo”, ovvero della “consunzione di sé”.

Sono le idee di quella corrente di pensiero che cinquant’anni fa aveva preso il nome di Nuova Destra (si pensi a titoli come “Contro l’americanismo” di Marco Tarchi o “L’impero del bene” di Alain De Benoist, entrambi da un pezzo non etichettabili), e che a ben guardare si rifanno a un filone, radicato nell’area del fascismo e postfascismo, con un’interessante produzione intellettuale, e tuttavia tenuta sempre, o quasi, ai margini dai vertici dei partiti di riferimento. Com’era nell’Msi, atlantista per lo meno da Almirante in poi. Nessuna sorpresa, quindi, che Buttafuoco faccia il Buttafuoco.

Molto meno scontato è che lo faccia dopo essere stato insediato alla presidenza della più importante vetrina italiana di cultura internazionale  da una compagine per la prima volta guidata da un’esponente proveniente proprio dalla Fiamma. È in questo, che si è manifestata la nobilitate del musulmano siculo, in tempi di vere e proprie persecuzioni ad personam da parte dell’Unione Europea contro chi si permette di dissentire sull’obbligo di russofobia (caso Baud). Ma la cosa si spiega abbastanza facilmente con il sostanziale disinteresse del melonismo per tutto quel che non è propaganda e cultura pop. Leggi: Rai, enti e posti da lottizzare.

Nonché con la storica disorganicità dell’intellettuale-tipo di destra, a differenza di quello di sinistra meno irreggimentato in compatte schiere ben organizzate e foraggiate, data la ghettizzazione conosciuta fino alla svolta dei primi anni ’90, con la trasformazione del Movimento Sociale in Alleanza Nazionale e l’ingresso nelle stanze dei bottoni. Di qui l’odierna posizione defilata di un altro disallineato come Marcello Veneziani, che ha difatti tenuto a rimarcare di non essere neppure un liberale (“La libertà è cosa troppo seria per lasciarla ai liberali”, La Verità, 8/5).

Per carità: parliamo di eretici ma non troppo. Non da rischiare il rogo, vale a dire la rottura con le forze di governo dopo aver portato alle estreme conseguenze una dissidenza che si manifesta entro certo limiti, senza mai arrivare alla contestazione aperta e frontale. Veneziani è un maestro, in questo genere di equilibrismi. Buttafuoco questa volta ha osato di più, perché si è attirato l’ostilità dell’intero caravanserraglio dei guardiani del russofobicamente corretto, giungendo a mettere in imbarazzo l’esecutivo. Ma lo ha fatto, a voler esser pignoli, perché il suo “universalismo” gli consente di mettere tutti sullo stesso piano: Mosca e Tel Aviv, democrazie e non democrazie, iraniani ed emiratini.

Non nascondiamoci dietro un dito, tuttavia: l’estro creativo e la divina follia dell’arte, in questo scazzo fra intellò governativi, con Giuli che cerca di buttare acqua sul Buttafuoco (definito “più che un amico”, anche se “ha fatto vincere Mosca”, Corriere della Sera 8/5), non hanno alcun peso. Il dissidio è totalmente strumentale. Giafar al-Siqilli, cioè il Pietrangelo neo-terzomondista, ne esce beatificato come il baluardo vivente della libera espressione, il che è vero nella misura in cui ha sfruttato il vuoto di intraprendenza della destra di governo in campo culturale, riuscendo con poca fatica a ritagliarsi una sua personale oasi nel deserto. Un deserto arcitaliano, se si pensa che in questa 61ma esposizione, scorrendo i nomi degli artisti, di italiani non se ne trova neppure uno. E questo governo di stuoini euroatlantici, anziché dolersi di tale palese sconfitta culturale, mette il sigillo alle proteste di Pussy Riot, Radicali e imperialisti liberali vari, facendosi pure dare lezioni di politica estera dal presidente maomettano della Biennale (alla faccia, fra parentesi, di un’altra bella risma di fobici che te li raccomando: gli islamofobi della destraccia da Minculpop alla Tommaso Cerno, Mario Sechi e Daniele Capezzone, gli Angelucci boys che fanno rimpiangere Emilio Fede d’antan il quale, involontariamente comico com’era, quanto meno faceva ridere, mentre questi, sempre compunti e invasati, fanno venire solo l’orticaria).