Nulla come questa sventurata esposizione certifica il fallimento del disegno meloniano, che anche sulla cultura va a sbattere sullo stesso muro contro il quale si infrange la sua politica estera

Venezia, 6 maggio: la protesta di Pussy Riot e Femen davanti al padiglione russo

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – È sicuramente uno scherzo del destino, e non l’ultimo “uovo del drago” depositato dal diabolico Buttafuoco. Ma fa comunque un certo effetto che la sessantunesima edizione della Biennale di Venezia accusata di putinismo apra i battenti nello stesso giorno in cui la Russia celebra l’ottantunesimo anniversario della vittoria sul nazifascismo.

All’Arsenale il taglio del nastro che apre la rassegna, stavolta intossicata dai miasmi sul padiglione russo, tra reprimende europee, sarabande salviniane e scorribande delle Pussy Riot. Sulla Piazza Rossa la solita parata militare, stavolta senza blindati e missili ma con i reduci della Seconda guerra mondiale e i soldati del fronte ucraino, in colonna davanti allo zar di Mosca e ai pochi capi di Stato che ancora gli baciano la pantofola.

In mezzo, il più velenoso regolamento di conti tra la nomenklatura di governo e di sottogoverno e l’intellighenzia al seguito delle destre al comando. Da quasi quattro anni vagheggiano e vaneggiano di un nuovo “racconto” da offrire al Paese, che parte dalla storia, abbraccia la religione, incrocia l’arte, attraversa la letteratura e il cinema. Poi, invariabilmente, tutto precipita nella spartizione della Rai e nell’occupazione manu militari di tutte le casematte del potere materiale e immateriale. Più che “egemonia”, fanno “macelleria culturale”.

Nulla come questa sventurata Biennale certifica il fallimento del disegno meloniano, che anche sulla cultura va a sbattere sullo stesso muro contro il quale si infrange la sua politica estera. Non solo l’abbraccio mortale con Trump (al quale la premier si è voluttuosamente abbandonata), ma anche quello con Putin (al quale alcuni suoi Fratelli e quasi tutti i leghisti non si sono mai sottratti). Con il fantasma dell’uomo del Cremlino che aleggia tra le calli, la kermesse alla Serenissima è la rappresentazione plastica del caos.

Venezia, 8 maggio: Matteo Salvini visita il padiglione di Mosca

A partire da Salvini: tra un comiziaccio da fascio-sovranista a piazza Duomo e una visita da re magio con i giocattoli alla famiglia del bosco, capitan Matteo ha scoperto che «l’arte non ha colore né confini né censure», e quindi va con gioia al padiglione russo perché «gli assenti hanno sempre torto». Alessandro Giuli gli risponde per le rime: «Pensavo facesse autocritica, per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero… ».

Una rissa da bar, che se il paragone non suonasse irriguardoso per pezzi da novanta come Andreatta Formica ricorderebbe quella famosa tra i “commercialisti di Bari” e le “comari di Windsor” della Prima Repubblica. Ma questo è puro “teatrino della politica”: il 24 maggio a Venezia si vota, Vannacci ha messo la freccia e nessuno vuole farsi scavalcare dal partito filo-russo del generale.

Restiamo alla macelleria culturale intorno alla Biennale. L’hanno affidata a Pietrangelo Buttafuoco, forse l’unico vero intellettuale (insieme a Giordano Bruno Guerri e a Franco Cardini) di una destra radicale ma colta, libera, per certi versi “irregolare”. Buona scelta, di quelle che avrebbero potuto e dovuto fare anche in altri ambiti, se solo ne avessero avuto il coraggio. Non l’hanno fatto, e ora capiamo il perché.

Roma, 5 maggio: il ministro della Cultura Alessandro Giuli

Buttafuoco ha deciso di accogliere Russia e Israele, convinto che l’arte debba unire e non dividere i popoli. Alla sua maniera, un po’ guascona e un po’ dannunziana, ha citato l’appello di Mattarella «ai liberi e agli audaci». Giusto o sbagliato che sia il merito, ha esercitato il suo ruolo in autonomia. Ma è proprio questo che il governo non accetta, cioè il metodo: io ti ho messo lì, tu obbedisci agli ordini.

In un primo momento, senza esplicitare la “teoria”, Giuli aveva provato a risolvere con la burocrazia: mandando a Venezia gli ispettori, sperava di far emergere qualche irregolarità nelle procedure. Missione fallita. E ora il ministro, pur confermando la sua posizione pro-Ucraina, prova a voltare pagina: «Pietrangelo ha portato la Russia in mostra alle spalle del governo… così ha fatto un favore a uno Stato belligerante… ma l’autonomia è un confine che non possiamo valicare».

Metodo corretto, se solo il governo l’avesse fatto suo fin dall’inizio. Ma non è così. Da Leonardo alla Fenice, tutti gli incarichi conferiti finora sono ispirati solo dalla fedeltà. L’appartenenza clanica e minoritaria al vecchio Msi di Colle Oppio. Proprio perché rinchiusa per anni in quella setta, la Sorella d’Italia vinte le elezioni avrebbe potuto stupirci aprendo porte e finestre del partito, offrendo incarichi di responsabilità a persone capaci, affini ma non organiche. Uno sparuto drappello di “indipendenti di destra”, come negli anni ’70 e ’80 esistevano gli “indipendenti di sinistra”. Certo, di là non esistono i Rodotà e gli Sciascia. Ma si poteva trovare di meglio dei Gianmarco Mazzi e dei soliti Pavolini in minore selezionati di volta in volta dall’anima nera di palazzo Chigi Giovanbattista Fazzolari.

«Non tollereremo rendite e parassitismi, i soldi dei contribuenti sono sacri!», aveva tuonato Giuli, appena seduto sulla sedia elettrica che fu di Sangiuliano. In quest’ultimo anno la politica culturale della destra è rimasta sempre la stessa. Insulti alla sinistra che «non ha più intellettuali ma solo comici». Sberleffi agli attori e ai registi che chiedono la riforma del tax credit.

Pesci in faccia agli Elio Germano rappresentanti di «una minoranza rumorosa che ciancia in solitudine». Repulisti agli Uffizi di Firenze, alla Pinacoteca di Brera, al museo Ginori di Sesto Fiorentino. Blitz sullo statuto dell’Accademia del cinema italiano e sulla governance del Centro sperimentale cinematografico. Bordate contro Massini e SavianoAugias e ScuratiGruber e Fazio. «Sgomento» di fronte al delinquente Kaufmann che prima di massacrare a Villa Pamphili la compagna e la figlioletta di 6 mesi ha incassato 836mila euro per un film mai girato. «Non permetteremo più che questo accada», giurava nel sangue il Divo Giuli, allora.

Un anno dopo, è tutto uguale. Anzi, è persino peggio. C’è la vergogna del finanziamento negato al documentario su Giulio Regeni dalla Commissione ministeriale, che invece l’ha generosamente concesso a un porno-soft con Manuela Arcuri e a una biografia di Gigi D’Alessio. Il ministro ha avuto almeno il buon gusto di scusarsi, alla cerimonia dei David al Quirinale, di fronte al Capo dello Stato. «Mai più», ha promesso. Ma chi si fida, dopo un’intera legislatura di impegni traditi?

Tutto resta Cosa Loro: poltrone ministeriali e commissioni scientifiche, fondazioni culturali e musei, teatri ed enti lirici, premi letterari e bande musicali. Altro che appelli alla destra a non «vedere la cultura come il terreno di una guerra di trincea, in cui eserciti contrapposti si contendono posizioni di potere», come scriveva lo stesso Giuli nel suo Gramsci è vivo di due anni fa.

L’encefalogramma delle nuove iniziative è piatto, dimenticate le stantie fiction Rai su Fiume e Marconi e archiviate la mostra penosa su Tolkien e quella pelosa sul Futurismo. In compenso, è caduta sul campo pure Beatrice Venezi, la “bacchetta nera” imposta a ogni costo alla Fenice. Dalla «nuova egemonia culturale» è tutto: la linea a voi, solito “culturame” della sinistra woke e radical chic.