
(di Giandomenico Crapis – iulfattoquotidiano.it) – Si potrebbe dire che XXI secolo, in onda lunedì in seconda serata, è un programma a cura del governo, di tipo istituzionale. Dove la propaganda si spaccia per informazione, ma lo fa in maniera soft. Un modulo ad esempio che né Vespa, Del Debbio o Porro saprebbero inventare. E deve essere questo il motivo per cui Francesco Giorgino gode di una curiosa, e immeritata, immunità dalle critiche anche aspre che politici o commentatori progressisti indirizzano a quelli. Forte di un alto concetto di sé, definisce il suo giornalismo basato solo “su evidenze empiriche”, si dice guidato dal massimo “rispetto dei valori supremi della libertà e del pluralismo”, sottolinea che “la politica deve lasciare in pace l’informazione”. Poi ti accorgi che invece è lui che non lascia in pace la politica, quella al potere, per omaggiarla. In fondo, della trasmissione il giornalista ha fatto un ottimo prodotto da ufficio stampa: fa il punto sull’operato della premier e dei suoi ministri. Settimana dopo settimana c’è sempre una parola buona per il governo: dal cambiamento climatico alla cultura, dallo sport alle crisi internazionali, dalla giustizia all’universo dei social, dalle stragi in Svizzera alla scuola, dal dissesto geologico ai trasporti. Non un dubbio, una perplessità, una critica, una increspatura sul mare piatto di XXI secolo.
Parlandone più di un anno fa scrissi che al confronto Porta a Porta di Vespa è la culla del pluralismo. Ma perché, mi chiedo oggi, scomodare sempre il povero Vespa? Giorgino è tutt’altra cosa, e se un confronto s’ha da fare egli è piuttosto un Mario Appelius del nuovo secolo, l’uomo che dalla radio magnificava l’operato del Duce (anche se pure lui alla fine pagò per non avere voluto occultare le sconfitte dell’Asse). A parte due puntate sul referendum, Giorgino proprio non sa cosa sia, non la par condicio, ma il semplice pluralismo: finora (va in onda da febbraio) ha ospitato otto tra ministri e vice, più il presidente della Camera, più 4 esponenti della maggioranza (tutti di Fratelli d’Italia) e un inviato del governo. L’anno scorso i ministri erano stati una ventina, più due sottosegretari e sette esponenti di maggioranza e la stessa premier (sei presenze per la minoranza). L’opposizione? Un elemento si direbbe di esclusivo arredamento, di contorno (si son visti solo Ascani, Guerini e Gubitosa), da offrire agli spettatori in piccolissime dosi, non si sa mai! Ma i numeri, anzi le “evidenze empiriche” del suo modo di informare, per usare la lingua del nostro, sono il meno. Il meglio del conduttore del nuovo secolo lo si vede quando si rivolge agli ospiti: le domande sono come i passaggi di Platini, agli interlocutori basta spingere la palla in rete. Se c’è la Calderone e si parla di salario lui chiede “quand’è che un salario si dice giusto?”, se c’è Urso sussurra: “Le misure del governo sono in grado di alleviare le difficoltà delle famiglie?”: a volte fa l’impertinente, ma con giudizio, come quando si rivolge a Valditara dicendogli, ohibò, “le faccio una domanda diretta, perché tanta violenza nelle scuole?”, o al malcapitato Abodi: “Che significato hanno le Olimpiadi invernali per l’Italia?”. Se c’è Mantovano gli chiede “quali sono i provvedimenti del governo contro le dipendenze dai social”, mentre se c’è il viceministro Leo che rischia di perdersi sul rapporto deficit/Pil, suggerisce complice: “Se invece che 3,1% fosse stato 3,04 saremmo a posto”. Se poi irrompe il referendum, è vero, gli elettori hanno detto no ma il governo non voleva di certo mettere i giudici sotto scopa, come dice l’opposizione. Insomma il giornalista vero, si sostiene, deve vestire i panni del wacthdog, del cane da guardia; il nostro appare invece come un grazioso lapdog, fa compagnia. Il lunedì, in seconda serata.
Che cosa ti aspettavi? Ricordo bene giorgino sotto il governo Berlusconi. Quale non ricordo.
Sicuramente da toy sotto il Berlusconi si è rimpicciolito ed è diventato un mini toy. Buono per la pochette
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