Noi giovani ci siamo stancati delle paghe da fame

(di Associazione Universitaria “Sapienza In Movimento”) – La situazione emergenziale dell’occupazione giovanile deve portare ad una discussione complessiva su quello che è il mercato del lavoro, sulla linea dell’inchiesta condotta da Giuseppe Colombo per l’Huffpost, con la quale si sta cercando di mettere in primo piano proposte e prospettive che possano stimolare il dibattito pubblico in materia.

“Senza lavoro i giovani sono a rischio alienazione”; a inizio giugno, Papa Francesco, ricevendo in udienza cento ragazzi del Progetto Policoro della CEI, spronò, con parole semplici e concise, la discussione riguardo uno dei temi più preoccupanti per il mondo del lavoro: quello dell’occupazione giovanile.

I dati rispecchiano la situazione attuale: nel 2020, il 66.6 % dei giovani laureati tra i 25 e i 34 anni aveva un impiego lavorativo, con un tasso di disoccupazione dell’11.3%. L’88% degli stessi trova un impiego entro 5 anni dal conseguimento del titolo, dati Almalaurea, con una retribuzione di 1500 euro e una età media di 26 anni. Spaventano i NEET, i giovani tra i 15 e i 34 anni non occupati e iscritti a nessun percorso di studi, che si attestano al 25.1 %, con un aumento vertiginoso rispetto al 2019 (+1.3%). 

Nelle ultime settimane, i datori di lavoro stagionali hanno lanciato richieste d’aiuto per la mancanza di personale, prettamente giovanile. Ciò ha generato una caccia alle streghe, cercando di individuare le motivazioni dietro questo deficit occupazionale e proponendo il solito stereotipo della nuova generazione che rifiuta il lavoro, che preferisce il reddito di cittadinanza e che non punta all’impiego, essendo viziata e sfaticata. L’ennesima costruzione errata che crea falsi miti e soluzioni inconcludenti da ormai un decennio.

Il punto è un altro: ci siamo stancati di dover accettare paghe da fame. E il mondo degli stagionali è solo la punta dell’iceberg di un problema molto più ampio che riguarda il concetto di giovane lavoratore e del rapporto che le aziende e le imprese hanno con esso al giorno d’oggi.

I tirocini non retribuiti, gli stage sottopagati e il lavoro nero sono i punti principali da riformare e da combattere: se attualmente non conviene assumere un giovane con un contratto che gli garantisca dignità sociale, è lo Stato che deve porsi da risolutore. Si sta andando nella giusta direzione: decontribuzione Sud, incentivo IO Lavoro, bonus donna, sono tutte misure che cercano di incentivare l’assunzione di ragazzi sotto i 35 anni, assicurando, rispettivamente, l’esonero dal versamento di una data percentuale di contributi dei meridionali, un bonus alle aziende che impiegano disoccupati under 25 e riduzioni fino al 50% dei contributi INPS per l’assunzione di donne di qualsiasi età. Ma serve di più, e serve farlo fin dalle università, fucine della classe dirigente del futuro e momento di formazione per eccellenza prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. Esse devono porsi da garanti per il primo approccio lavorativo dei futuri laureati: è risaputo che il mondo accademico di oggi tende a sfornare professionisti con un ingente bagaglio culturale ma con enormi difficoltà di trasformare tutto ciò in concrete competenze da poter spendere al di fuori dell’Università. Sarebbe opportuno, quindi, seguire i modelli esteri riguardo le attività laboratoriali anche per facoltà che, in Italia, non le prevedono: in Inghilterra, ad esempio, i legal clinic per le facoltà di legge rispecchiano l’approccio del learning by doing auspicabile anche da noi, proponendo un tipo di apprendimento che va ad includere attivamente lo studente in tutte le attività proprie del mondo forense (potenzialmente, i futuri avvocati acquisiscono competenze pratiche oltre che teoriche già a partire dagli ultimi anni del loro percorso di laurea); in Spagna, alcuni corsi prevedono, per ogni materia, oltre che una parte teorica anche una risoluzione concreta di un caso giurisprudenziale, potenziando l’approccio critico e pratico degli studenti. Applicare modelli simili anche ad altri corsi di studio potrebbe essere una soluzione al problema che il mondo del lavoro lamenta ai giovani laureati: la scarsa propensione all’applicazione pratica del proprio bagaglio culturale.

Le stesse Università non possono non tenere presente della sempre maggior qualificazione richiesta nel post-Laurea: l’incentivazione al conseguimento di corsi linguistici, presso i CLA, con agevolazioni sugli stessi, l’esortazione ad intraprendere esperienze lavorative curriculari, con piattaforme ad hoc, e percorsi di studio all’estero, grazie ai progetti Erasmus, devono essere posti come punti principali nell’offerta accademica italiana. La Sapienza da tempo ha recepito quanto richiesto dal mondo del lavoro, dando servizi e possibilità importanti ai suoi studenti in questo ambito. 

Parallelamente, però, l’intervento delle istituzioni pubbliche è fondamentale. Nell’inchiesta di Colombo si parla del ruolo del salario minimo nella risoluzione delle disparità di compenso nella Penisola: è fortemente auspicabile adeguarsi a quella che è la tendenza europea, proponendo, così come esistono i tetti salariali, anche delle soglie minime da rispettare.

Ma questo non può essere un punto d’arrivo.

Deve essere il primo passo per una normalizzazione del mercato del lavoro italiano che possa essere più inclusivo per le nuove generazioni, e soprattutto più garantista della correttezza dei salari per le stesse, e nel quale le istituzioni possano esercitare una funzione regolatrice nelle dinamiche destabilizzanti e controproducenti, come la disoccupazione e i divari territoriali.

da Huffpost

5 replies

  1. Per favore lasciate la possibilità di scrivere commenti anonimi senza dover registrare account alla triade di censori, padroni, e spacciatori di dati personali venduti senza nostro consenso chissà a chi. L’informazione segnalata deve essere libera, anche se qualcuno ne approfitta per intorbidire le acque. Oggi la vera malavita si è trasferita dalle strade ai servers.
    Grazie.

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  2. L’intervento è apprezzabile, ma si fa un po’ di confusione nella categoria dei cosiddetti “giovani”. Per esempio, diverso è il caso di un laureato che ha allae spalle anni e anni di studio e spese da parte delle famiglie, rispetto a un giovane NEET che non ha effettauto studi né ha imparato un mestiere. i primi potranno ambire ad aplicare il loro “ingente bagaglio culturale” (nutro qualche dubbio sull’aggettivo “ingente”), invece gli altri dovranno accontentarsi di un lavoro umile, non avendo nessuna formazione.
    Ed eccoci alla parola che manca nell’articolo e che per me è fondamentale: il MERITO. Ognuno dovrebbe essere retribuito secondo il merito e le capacità. Diversamente da quanto accade negli impieghi statali, dove chi conquista il posto sicuro può anche non impegnarsi e lavorare poco -recando danni ai colleghi-, in generale le cose non vanno così . Credo che servirebbe una riforma anche in ambito statale e soprattutto nelle università, dove sspesso fanno carriera i peggiori anziché i più dotati che sono indotti a lsciare l’Italia. Perché su questo punto gli unversitari non hanno nulla da obiettare?.

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    • se si legge, oggi su un quotidiano locale, che i giovini dichiarano
      che hai pensionati vanno troppi soldi, come se fossero loro,
      si capisce il valore del merito che lei richiede.

      parlano di cose che non conoscono e per sentito dire
      inoltre sono fermamente convinti d’avere ragione.

      che ne sanno di pensioni e assistenza pensionistica?
      nulla
      che ne sanno di quanto hanno versato e di quanto ritirano questi pensionati?
      nulla
      e di quante tasse pagano?
      nulla

      certo sono consapevole che ci sono eccessi, persone che hanno lavorato poco
      (alcuni non per colpa loro) e prendo cifre eccessive (alcuni per colpa loro)
      forse un riordino dello stato attuale farebbe comprendere meglio le cose.

      ma lo vogliono? ne sono capaci?

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  3. Gentile @Marco Bo, ormai avrà notato che i paria della società sono gli anziani ( poveri o classe media) cioè coloro che non producono più ( nel senso di lavoro salariato , come accudimento nipoti e innumerevoli altri incarichi lavorano, eccome) e “pretendono” di ricevere indietro ancora, o in parte, 40 e più anni di versamenti.
    Inoltre gli anziani ( già a 60 anni lo si è, ormai… )
    hanno memoria ed esperienza di vita, quindi più difficilmente di lasciano intortare.
    I giovani sono propensi a correre dietro al primo vessillo ben confezionato; i più anziani, che ci sono già passati, sono meno babbioni.

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