Lo slogan “né destra né sinistra” è tipico della destra

(Francesco Erspamer) – Marcello De Vito, che del berlusconiano ha anche il physique du rôle (va bene che la fisiognomica è una pseudo-scienza ma un po’ di attenzione al modo in cui uno si atteggia e si presenta bisognerebbe darla), fu folgorato sulla via di Damasco nel 2012, quando Napolitano fece un discorso in difesa dei partiti e contro l’antipolitica. Per reazione, spiegò in un’intervista a Sky, ciò lo portò nel M5S, benché già allora l’area politica che meglio rappresentava “le sue idee e la sua cultura” (idee? cultura?) fosse Forza Italia. Meno di un anno dopo era il candidato del Movimento a sindaco di Roma e, sconfitto da Ignazio Marino, guidò l’opposizione pentastellata contro la giunta di centrosinistra a fianco della destra più becera, quella orfana di Alemanno; con la missione, lo dichiarò lui stesso, di “tagliare gli sprechi” dell’amministrazione pubblica, da sempre il programma reaganiano e thatcheriano del liberismo.

Un profilo che chiaramente spiega le ragioni per cui il vasto consenso raggiunto dal M5S è stato dissipato in pochi mesi di governo; c’erano dei vizi originari e non mi pare che siano stati sufficientemente riconosciuti. Cercherò di riassumerli:

1) Antipolitica. Aggregare i qualunquisti e gli opportunisti può avere senso in un momento insurrezionale o comunque movimentista – la fase del vaffa. Purché si sia consapevoli che sono una base instabile e infida, da usare e gettare via prima che siano loro a tradire passando a chi offre di più. Il M5S ha confuso ideologia (facendo finta di non averla o, peggio, rifiutandosi di definirla), strategia (di lungo termine) e tattica (strumentale ed effimera): un errore gravissimo e che sempre danneggia chi lo commetta.

2) Fretta. Elevare istantaneamente un ambizioso avvocato di destra a dirigente di un movimento riformista se non rivoluzionario, è estremamente rischioso. Capisco, a volte non c’è tempo, ma una cosa è verificare l’affidabilità di un compagno di lotta in circostanze estreme, per esempio in guerra o durante duri scontri; cosa completamente diversa dargli fiducia solo in base a una superficiale professione di fede. Di nuovo, i pentastellati hanno pagato la mancanza non solo di un’ideologia di riferimento ma di qualsiasi rigore procedurale; sempre di più è evidente che le loro origini, oggi da alcuni mitizzate nostalgicamente, erano governate dall’improvvisazione, giovanilmente trasformata in una virtù.

3) Responsabilità. Chi ha scelto De Vito? E perché? Semplicemente perché si è offerto? O perché esprimeva un indirizzo politico (un neodemocristiano liberista) gradito? In entrambi i casi chi ha dato fiducia a un simile personaggio ha sbagliato e dovrebbe fare autocritica, a evitare simili errori in futuro, e poi dimettersi o venire rimosso da qualsiasi posizione di rilievo.

4) Destra-sinistra. Lo slogan “né destra né sinistra” è tipico della destra e specificamente della destra italiana (lo utilizzò Mussolini), poco conservatrice e molto qualunquista. Ora, è ovvio che il Pd non sia affatto di sinistra e che dunque la dicotomia sia ambigua; ciò nonostante essa continua a indicare una contrapposizione ideologica fondamentale, fra chi dà la priorità all’eguaglianza economica, alla collettività e alle strutture pubbliche e chi la dà alla libertà personale, all’individualismo e ai privati. Da che parte sta i M5S? Ho sempre pensato, o voluto pensare, che fosse di sinistra; ma non lo giurerei. Il fatto che De Vito abbia potuto sentirsi un pentastellato e che sia stato accettato come tale è per me sconvolgente, e purtroppo non è affatto l’unico caso.

Inutile piangere sul latte versato e deleterio farsi paralizzare dal rimorso per le occasioni perdute per ingenuità e impreparazione; però occorre che il Movimento faccia un esame di coscienza e poi finalmente cresca, diventi partito, ossia di parte, smettendola di sentirsi Stato e di credere di operare per tutti gli italiani: opera e deve operare per i suoi militanti ed elettori. Solo in questo modo può diventare una forza trainante del necessario risorgimento del paese.

5 replies

  1. L’espressione usata per De Vito potrebbe attagliarsi altrettanto bene a Giuseppe Conte: “elevare istantaneamente un ambizioso avvocato di destra a dirigente di un movimento riformista se non rivoluzionario è estremamente rischioso”. Mi pare che si faccia anche un po’ confusione fra “movimento riformista” e “rivoluzionario”: c’è una bella differenza, perché nel primo caso può andar bene Conte, nel secondo ci vorrebbe Di Battista.
    Non condivido affatto l’ultimo auspicio “occorre che il Movimento diventi partito, ossia di parte ….deve operare per i suoi militanti ed elettori”. Praticamente l’autore dell’articolo vorrebbe abolire tutte le novità che hanno caratterizzato il Movimento, compresa la collocazione fra i due poli destra/sinistra, per farne un partito tradizionale dotato magari di un apparato burocratico. Sarebbe già vecchio prima di nascere.

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  2. Senza il vincolo di mandato (proposta più votata sul blog di Grillo) non c’è niente che si possa fare contro il “mercato delle vacche” e contro tutti gli opportunisti e infiltrati che si candidano nel M5S per danneggiarlo.
    E’ una battaglia persa in partenza.

    Qualcuno dirà: “ma così comanderebbe uno solo, il capo, e tutti devono obbedire”.

    No, non comanderebbe il capo, ma comanderebbero gli iscritti di ogni partito, i quali dovrebbero votare sul licenziamento degli eletti. Il capo indicherebbe solo i nomi da mettere al voto. Se gli iscritti ritengono che un eletto abbia ragione nel voler lasciare il partito, perchè è il partito ad essere cambiato, possono votare contro il suo licenziamento.
    Oggi abbiamo la tecnologia per farlo, cosa che non c’era quando fu scritta la Costituzione, la quale non è perfetta e può essere migliorata con forme di democrazia diretta.

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  3. Adriana Rossi: non hai capito il senso dell’articolo.Il m5s è nato come una casa dai piedi di argilla.Quanti De Vito ci sono e quanti ne abbiamo visti.Approdati dal pregiudicato di Arcore o dal cazzaro verde o dalla finta compositrice Meloni(che ha governato per anni con B. votando tutte le sue leggi vergogna).C’è la possibilità di un’altra via tra un apparato burocratico partitico chiuso in se stesso e un ‘organizzazione a maglie così larghe al punto da far passare elementi come De Vito?Quanti voltagabbana sono passati da questa maglia atrame larghissima?Era uno vale uno o impreparazione superficialità e immaturità?Questo ovviamente non cambia il mio giudizio sui partiti che hanno sfasciato il paese

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  4. Sono d’accordo su quelle che chiami “maglie larghe”, ma solo in riferimento alla mancanza di competenze e alla scarsa affdabilità. Ci possono esser persone di sinistra poco affidabili e persone di destra competenti e leali: dipende solo dalle persone. La preclusione ideologica potrebbe privare il Movimento di gente valida, occorre sempre confrontarsi su temi concreti e sulle soluzioni possibili.
    Non mi è piaciuta nell’articolo neanche la frase sulla “base” da utilizzare e gettare via prima che siano loro a tradire …” ; col senno del poi si può notare che tanti hanno usato il Mov. e poi l’hanno gettato via, gente di qualunque schieramento perché non è vero che quelli di sinistra sono bravi e affidabili a prescindere. Meglio evitare strategie di questo tipo ed essere chiari nelle regole di ammissione o rifiuto ad una comunità che deve fondarsi sulla democrazia diretta.

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  5. Partito, dovrebbe essere inteso come organizzazione inevitabile per avere una identita’ certa, funzionale e responsabile. Partito,inteso come difensore solo dei propri votanti, si e’ gia’ visto, non funziona. Una societa’ deve essere pensata su valori universali, sacrificando sempre piu’ l’ “IO” a vantaggio del “NOI”. Con guerre , distruzioni, la fine si avvicina sempre piu’

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