Class action, così lobby&politica affossano la legge da ben 14 anni

INTRODOTTA NEL 2007 E DI FATTO MAI APPLICATA, DOPO 25 MESI DALL’APPROVAZIONE DELLA NUOVA AZIONE NON C’È ANCORA L’ALBO DEL MISE


(di Patrizia De Rubertis – Il Fatto Quotidiano) – Quasi due settimane fa, il 19 maggio, nel silenzio più assordante, è entrata in vigore la nuova “azione di classe” (class action) che cambia in modo sostanziale la normativa introdotta 14 anni fa e di fatto mai applicata. D’ora in avanti, un gruppo di persone potrà tutelare i propri diritti individuali lesi dalla stessa condotta di un’impresa o di un ente. Passata dal Codice del consumo all’interno del Codice civile, la rinnovata azione collettiva ha, infatti, allargato i settori su cui si può promuovere la causa e ha aumentato la platea dei possibili aderenti. Non più solo consumatori, ma tutti i soggetti danneggiati. Insomma, un incentivo per tutte le imprese a comportarsi correttamente.
Peccato che, dopo ben 25 mesi di proroghe dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della nuova legge (aprile 2019), degli ultimi due problemi – in ordine di tempo – che l’hanno azzoppata, solo uno è stato risolto: anche se è stata avviata la tanto attesa piattaforma telematica del ministero della Giustizia per semplificare le procedure e dare pubblicità alle azioni collettive, non risulta ancora operativo l’albo del ministero dello Sviluppo economico che raggruppa organizzazioni e associazioni abilitate a promuovere le azioni di classe. Insomma, per un’eterna incompiuta anche l’entrata in vigore non poteva che avere una specie di falsa partenza.
Fino a oggi a prevalere sono state le fortissime resistenze da parte delle lobby: da sempre temono che l’azione collettiva possa consentire alle vittime deboli e indifese di mettere spalle al muro le imprese, imponendo i risarcimenti milionari di cui si legge sui giornali nelle notizie dall’estero. Per capirci, basta andare al modello statunitense delle azioni collettive da miliardi di dollari di risarcimenti, come i 23,5 miliardi pagati nel 2014 dal colosso Usa del tabacco RJ Reynolds accusata di non aver pubblicizzato abbastanza i pericoli per la salute o ai 333 milioni ottenuti dall’ambientalista eroina Erin Brockovich (interpretata nel film di Steven Soderbergh da Julia Roberts) dopo aver portato in tribunale la Pacific Gas&Eletric con l’accusa di aver contaminato le falde acquifere di un’intera città. Quella che segue è la triste storia della class action all’italiana.
Nel nostro Paese una specie di azione di classe esiste dal 2007, quando è stata introdotta dal governo Prodi. Ma l’allora presidente di Confindustria Emma Marcegaglia chiese qualche mese in più per l’attuazione della misura che poi, grazie ai ministri del Berlusconi 3, Claudio Scajola e Giulio Tremonti, è stata rinviata per quattro anni. Nel 2012 (governo Monti) viene poi modificata col decreto Liberalizzazioni, facendo così sfumare la possibilità di poterla utilizzare per i risparmiatori coinvolti nei crac Parmalat, Cirio e Argentina dei primi Duemila.
È nel 2015, poi, che l’allora deputato M5S Alfonso Bonafede riesce a far passare all’esame della Camera, un nuovo testo di legge per l’introduzione di una rinnovata class action, ma tutto si arena nel passaggio al Senato, col niet del governo targato Pd ufficializzato dall’allora ministra Maria Elena Boschi che annuncia l’ennesimo stop durante l’assemblea dei giovani di Confindustria. Bisognerà aspettare altri 4 anni per arrivare al via libera del Senato, il 18 aprile 2019. Tutti i gruppi si sono pronunciati a favore, tranne Forza Italia che si è astenuta. Ma da quel giorno sono passati 25 mesi e tre rinvii che hanno affossato il debutto della nuova versione della class action: l’ultimo è stato previsto dal decreto Ristori bis che ha spostato l’entrata in vigore dal 19 novembre 2020 allo scorso 19 maggio.
È stato concesso del tempo in più un po’ per l’emergenza Covid, ma soprattutto per consentire al ministeri della Giustizia e dello Sviluppo economico di realizzare, rispettivamente, il sito dedicato e l’albo di organizzazioni e associazioni che possono proporre l’azione di classe. Ma, nonostante i 6 mesi a disposizione, del nuovo elenco non c’è traccia. Insomma, la beffa dell’ultimo miglio che nega agli italiani la possibilità di promuovere un’azione collettiva con tutte le sue novità. “Solo quando sarà pronto l’albo, che interagirà con il sistema informatico dei tribunali, potranno finalmente concretizzarsi una serie di modifiche che cambieranno radicalmente la natura dell’istituto”, spiega l’ex ministro Bonafede, che aveva inserito la riforma della class action nella sua relazione sulla Giustizia, quella presa a pretesto per la caduta del governo Conte.
In pratica, nella nuova azione di classe sono stati eliminati paletti e limiti che garantiranno ai cittadini di agire in giudizio più facilmente. L’iter è abbastanza facile: l’azione va proposta al tribunale in cui ha sede l’impresa oggetto dell’azione di classe. Se il giudice dichiara la causa collettiva ammissibile, la notizia viene pubblicata sul portale dei servizi telematici del ministero della Giustizia consentendo agli utenti di aderirvi per i successivi 6 mesi .
Intanto, nella lunga attesa dell’avvio della norma, le associazioni dei consumatori e qualche politico continueranno a millantare una class action al giorno, anche se sanno bene che è uno strumento inutile: (quasi) tutte le cause sono state respinte perché giudicate inammissibili, lasciando pure ai proponenti il problema delle ingenti spese legali a cui far fronte. In 14 anni sono state vinte solo tre azioni collettive e con risarcimenti minimi.
“La class action ha finora rappresentato più una minaccia che uno strumento di tutela: alla fine ci si accordava per la copertura delle spese legali a chi l’aveva promossa piuttosto che per ristorare i consumatori che sono sempre stati usati dalle associazioni come grimaldello per obbligare le aziende a negoziare”, spiega Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo No profit. Con la nuova azione collettiva, invece, tutto sarà più facile: “Dal mancato rimborso dei biglietti aerei ai disservizi dei gestori dei pubblici servizi, passando per la mancata raccolta dei rifiuti o l’attivazione non richiesta dei contratti luce e gas, ce ne saranno di occasioni per gli italiani di aderire alla class action…”.
Sempre che il sistema informatizzato inizi a funzionare.

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2 replies

  1. “Quasi due settimane fa, il 19 maggio, nel silenzio più assordante, è entrata in vigore la nuova “azione di classe” (class action) che cambia in modo sostanziale la normativa introdotta 14 anni fa e di fatto mai applicata. D’ora in avanti, un gruppo di persone potrà tutelare i propri diritti individuali lesi dalla stessa condotta di un’impresa o di un ente”

    Ho fretta di esprimere subito un giudizio: FINALMENTE CAZZO!!! FINALMENTE!!!!

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  2. “il sito dedicato e l’albo di organizzazioni e associazioni che possono proporre l’azione di classe”

    Qualcuno più informato di me può spiegarmi perché serve un “albo” di organizzazioni e associazioni per proporre una class action?

    Un gruppo di consumatori ed il loro avvocato non bastano?
    Ci vuole l’iscrizione ad un cazzo di albo?
    Che significa?

    E poi ci sono pure gli italiani che con la puzzetta sotto il naso guardano all’America come ad un Paese retrogrado sui diritti civili al punto da appellarli come ameriCANI.

    E ‘sto cazzo de Paese de corrotti e mafiosi?
    Di fatto la class action è ancora di difficile applicazione in Italia, come si evince dall’articolo.
    Sembriamo la Turchia di Erdogan.

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