Da Carmelo Bene a Montanelli, passando per Berlusconi e le donne: ironia, autoironia e sarcasmo sono segno d’intelligenza, l’indifferenza è peggiore di qualsiasi insulto

Guida a Vizi e virtù dei sentimenti

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – L’ironia, l’autoironia, il sarcasmo sono un segno d’intelligenza. Fra ironia e sarcasmo c’è però una bella differenza, l’ironia è dolce ed esprime un certo affetto verso la persona cui è indirizzata, il sarcasmo è violento, tende a ridicolizzare la persona cui è diretto, non a caso in una coppia sadomaso il sadico privilegia il sarcasmo, perché il ridicolo uccide più del fumo.

Alle volte l’autoironia raggiunge vertici tali da confinare con la superbia, cioè il tipo è così sicuro di sé che non gli importa niente di autoflagellarsi, è il caso di Carmelo Bene (“Sono apparso alla Madonna”, “Ma come, mio figlio sono io!” quando nacque suo figlio), ma Carmelo era un genio e i geni esulano da questa ricerca. Mi piace però ricordare un episodio: la giovanissima Elisabetta Pozzi stava lavorando con Carmelo Bene nell’Adelchi, alla fine, come si sa, in teatro il protagonista si presenta al pubblico per ricevere gli applausi. Carmelo disse alla Pozzi: “Vai tu”. Elisabetta si schermì, allora Bene mandò fuori un cane che aveva tutti gli atteggiamenti del protagonista dell’opera. E anche un altro: una sera, in un salotto romano, ubriaco io, ubriaco lui, tenni testa a Carmelo Bene da mezzanotte alla mattina. Tutto intorno, spettatori, tutti gli invitati stavano ad assistere al match, per me un accredito che valeva quanto la prefazione che Montanelli ha fatto al mio libro Il Conformista. Ebbi l’improntitudine di vantarmi con la mia fidanzata di allora che immediatamente mi lasciò accusandomi di narcisismo e di superbia. Sulla superbia non sono d’accordo, sul narcisismo sì. Da quando ho raggiunto L’Età della Ragione, vedi Sartre, non faccio che parlare di me stesso e questo vale per tutti i miei libri, da Una vita al Dizionario Erotico e, se ci penso, anche quella fu una lezione di vita che riguarda i miei testi, anche quelli più “filosofici”. D’altronde, scrive Nietzsche: “Ogni filosofia è un’autobiografia”.

I filosofi non sono ironici, troppo impegnati a rispondere alle domande di Catalano: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Ad accezione, anche qui, di Nietzsche (“Sono nato postumo”) preso però nella sua forma aforistica, giornalistica.

Negli uomini intelligenti e anche intelligentissimi la mancanza di ironia, sarcasmo, autoironia è legata strettamente alla noia, prendo per esempio Kant e le sue abitudini e la sua vita di una regolarità estrema, oserei dire kantiana. Gli abitanti di Königsberg, quando usciva di casa regolavano gli orologi perché usciva immancabilmente alla stessa ora. Del resto, se se ne ha lo stomaco, si legga “Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza.

Nemmeno i grandi scrittori, in linea di massima, sono ironici, non lo è Dostoevskij, concentrato sul dolore del vivere, tanto meno lo è Tolstoj, troppo preso dalla sua religiosità (Resurrezione) e chi è religioso non può essere ironico.

Ironia, autoironia e sarcasmo appartengono alla sfera intellettuale, ma non sono per questo estranei ai ceti popolari. I fiorentini, nel loro parlato abituale, sono ironici e non c’è bisogno di citare Il Vernacoliere.

L’autoironia, a parte il caso Bene, è un segno di modestia, bisogna diffidare delle persone che non posseggono autoironia, in genere la loro superbia sottolinea una mancanza di sicurezza in se stessi. Tutti i grandi personaggi che ho conosciuto, da Montanelli in su e in giù, non ostentavano la propria modestia. L’autorevolezza ce l’avevano incorporata, allo stesso modo, diciamo così, per cui Gianni Agnelli non aveva bisogno di ostentare la propria ricchezza, ce l’aveva, appunto, incorporata.

Comunque l’indifferenza è peggiore di qualsiasi insulto o sarcasmo, perché nell’insulto e nel sarcasmo c’è comunque un’attenzione. Quest’attenzione ce l’aveva Berlusconi nella sua smania, narcisistica, di piacere a tutti. Alle elezioni del 1994 c’era lo scontro fra Berlusconi e Achille Occhetto con la sua “gioiosa macchina da guerra”. Il settimanale Annabella voleva organizzare due interviste affidate a giornalisti antagonisti o di Berlusconi o di Occhetto. Per intervistare Occhetto fu scelto un simpatizzante della destra, mi pare Giordano Bruno Guerri; per Berlusconi la scelta cadde su di me. Dissi alla direzione: “Guardate che a me l’intervista Berlusconi non la darà”. “Ma figurati – mi risposero – Annabella è un giornale femminile e quindi a Berlusconi interessa molto anche il voto e l’interesse delle donne”. Fu concordato che avrei trasmesso le mie domande all’ufficio stampa di Milano e in seguito mi sarei visto con Berlusconi ad Arcore, per tre quarti d’ora circa. Sulle mie domande l’ufficio stampa di Milano non fece obiezioni, le ebbe quello di Roma, soprattutto per questa domanda che ricordo a memoria: “Lei, Presidente, tiene in gran conto l’amicizia, ma che cosa distingue l’amicizia da un rapporto mafioso?”. Naturalmente l’ufficio stampa di Roma tenuto da Paolo Bonaiuti (e anche questo era per me una sorpresa perché quando lavoravamo insieme al Giorno Bonaiuti era più a sinistra di satanasso e mi considerava un fascista) non voleva saperne di quella domanda. “Che importa? – dissi io – lui, Berlusconi intendo, o chi per lui, ha tutto il tempo per rispondere”. Il Berlusca fu gentilissimo, rispose direttamente al telefono e mi mandò una macchina che mi portasse ad Arcore. In quel breve viaggio, per sondare un po’ il terreno, chiesi all’autista per quale squadra tifasse. Rispose: “Io tifo Inter, ma faccio finta di tenere al Milan. Tutta la servitù si comporta così”. Fu allora che respinsi la proposta di Vittorio Feltri che mi voleva portare al Giornale. Che libertà poteva avere un collaboratore se non poteva nemmeno tifare la propria squadra del cuore? L’intervista uscì e Berlusconi si inalberò per un’annotazione che avevo fatto sul modo di vestire delle sue giovani figlie, una mi pare di ricordare, era Barbara, che era quello che i parvenu credono che vestano i figli dei ricchi. “Sono stato ingenuo, come al solito”, disse Berlusconi e mi inviò una furiosa lettera in cui mi dava, come al solito, del “comunista”. Ma anche questo è un segno di attenzione. Cosa potevo io, peso mosca, di fronte al Presidente di Mediaset? Ma, riprendendo Nietzsche, “il silenzio è peggiore di qualsiasi insulto”. Inutile quasi dire, che poi, quell’intervista non fu mai pubblicata.

Una questione a parte, nel gorgo dei sentimenti che muovono l’animo umano, è quella della permalosità e che riguarda (potevano mancare?) le donne. Ho conosciuto donne ironiche e, anche se meno di frequente, autoironiche, ma nessuna che non fosse permalosa. Se osi dirle che non ha un bel culo sei spacciato, per sempre.