La letteratura non corregge il mondo

(Marcello Veneziani) – Rigurgitano dagli anni di piombo nove ombre rosse del terrorismo, restituite dalla risacca francese alla giustizia italiana dopo decenni di rifugio protetto. E nello stesso tempo riaffiora una parola chiave che sembra appartenere a quegli anni: impegno, anzi engagement, alla francese. In quel tempo la nobiltà di un’opera, un’arte e un autore era misurata dall’impegno civile, politico, ideologico. Cinema impegnato, cultura impegnata, letteratura impegnata. Da Emile Zola a Jean-Paul Sartre – ma si potrebbe risalire ai giacobini e alle società di pensiero illuministe – la Francia è stata la culla dell’engagement come dei rifugiati politici.

Walter Siti ha scritto un pamphlet argomentato e tagliente Contro l’impegno (ed. Rizzoli) in cui nota il ritorno dell’impegno tra molti scrittori, soprattutto nostrani. Siti critica la letteratura che vuol “riparare il mondo”, per dirla con Obama, proteggere le vittime dai soprusi, denunciare il male, insegnare a vivere, fare giustizia, lanciare messaggi, fare proseliti. Ma teme di essere “strumentalizzato dalla destra”, perché rivolge la sua critica a Roberto Saviano ma anche a Michela Murgia, a Gianrico Carofiglio e altri. Rassicuro Siti: per quel che mi riguarda non lo farò. Anzi, pur apprezzando il suo pamphlet e condividendo molte sue critiche, lo sorprenderò dicendo che l’impegno in letteratura non è un male in sé. E’ una forma di letteratura che ha pari dignità delle altre, quella incentrata su temi esistenziali, quella lacerata da dubbi, quella evasiva, quella fantastica e così via.

La letteratura ha sempre convissuto con l’impegno: allarghiamo lo sguardo oltre il nostro tempo. Per non parlare degli antichi, Dante fu autore “impegnato” mentre Petrarca e Boccaccio non lo furono. E la sua passione civile non toglie nulla all’altezza lucente dei suoi versi e dei suoi scritti. O per planare in tempi a noi più vicini: l’idealismo militante delle riviste fiorentine, l’interventismo della cultura dalla Prima guerra mondiale in poi, ha percorso la letteratura e ancor più il pensiero. Gli scrittori interventisti, citando alla rinfusa D’Annunzio e MarinettiPapini e Malaparte, e su altri piani GramsciGobetti e SalveminiGentile e Berto Ricci, furono fautori dell’impegno. E in tempi più recenti Pasolini.

Non critico SavianoMurgiaCarofiglio e altri per il loro “impegno” ma per la sostanza del loro impegno. La letteratura, anche quella impegnata, va giudicata per la qualità e la consistenza dell’opera, l’onestà e la lucidità delle argomentazioni, la bellezza dei testi, la capacità di parlare all’intelligenza e al sentimento dei lettori. Certo, la letteratura che tocca la condizione umana e non si ferma al proprio tempo è su un gradino più alto; ma la collocazione non garantisce da sola la qualità. L’impegno non basta per legittimare o incensare un’opera o un autore ma nemmeno per squalificarli o liquidarli. Anche il narcisismo, che è la patologia regina del nostro tempo, produce tanti mostricciattoli in letteratura ma in sé non basta per squalificare un’opera: ci possono essere anche capolavori scritti in pieno delirio narcisistico.

Cosa diventa insopportabile nel neo-impegno? Innanzitutto il manierismo ideologico-correttivo, o per dirla con le parole di Siti riferite alla fiction televisiva, dove sono più sfacciati e banali gli schemi conformisti: “il manuale Cencelli del politicamente trendy: un nero, una suora progressista, una coppia omosessuale, una donna a capo del distretto di polizia, un handicappato”. E poi i migranti che “vengono usati in letteratura come in politica come bandiere, simboli, insegne da ostentare”. Per non dire del cinema, dove l’impegno è con rimborso a piè di lista: un film con i suddetti ingredienti riceve fondi, premi, aiuti. Insopportabile è l’impegno solo da una parte, o peggio all’ombra di un Intellettuale Collettivo, in favore di corrente e di mainstream; finge di parlare contro il potere e il pensiero unico ma di fatto esprime con varianti personali i precetti e i canoni obbligati del catechismo progressista-antifascista-antirazzista, con relativo disprezzo per chi non la pensa come loro. Poi la pretesa di giudicare il mondo ponendosi su un piano più alto, e giudicarlo senza conoscerlo, sulla base dei propri stereotipi e pregiudizi rielaborati: riducono chi la pensa diversamente a un solo Modello, un solo Livello. Ecco il Male, il Nemico.

Ma il vero guaio per l’impegno è che non c’è più un modello utopico di società perfetta verso cui tendere, come era stato fino agli anni di piombo, sicché resta solo la sua carica negativa: rimane il rigetto verso la realtà, la natura, la storia, la vita comune, tutto ciò che puzza di “normale”. Da qui l’impoverimento di orizzonti, il risentimento, l’assenza di autocritica, il manicheismo partigiano, la necessità di avere un nemico su cui scaricare ogni male e negatività del mondo, anche quelli che derivano dall’umana imperfezione o dalla natura della vita.

Certo, sul versante opposto, o meglio sui versanti opposti, almeno nell’ultimo mezzo secolo, l’impegno è stato più scarso e timido, costretto a rifugiarsi e perfino mimetizzarsi in mondi remoti e introflessi; ma è stato anche poco riconosciuto, disprezzato, isolato, demotivato, messo a tacere, fino alla morte civile. Con l’aggravante che “a destra” si legge poco. In un breve passaggio, Siti liquida di sfuggita Oriana Fallaci e Carlo Sgorlon, sbriga in modo sprezzante Gianpaolo Pansa, giudicandolo con parametri letterari (ma le sue opere sono giornalismo d’inchiesta storica, non hanno pretesa letteraria) e critica Pietrangelo Buttafuoco come un fascista barocco e dannunziano ma lo tratta con un po’ più di rispetto.

Insomma, la letteratura impegnata, come quella non impegnata, riflette i tempi di risacca e bassa marea. Non è tanto l’impegno a immiserire la letteratura, ma più spesso è la miseria letteraria e umana a impoverire l’impegno.

La Verità 

20 replies

  1. “L’impegno non basta per legittimare o incensare un’opera o un autore ma nemmeno per squalificarli o liquidarli. ”

    No esatto, li legittimano le vendite dei loro libri, numeri che ti puoi sognare.

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    • Viviana, l’autore sta dicendo un’altra cosa: la qualità di un testo non dipende dalle buone intenzioni di chi scrive.
      Ti ringrazio per aver pubblicato quella splendida lettera di Rosa Luxemburg, ora cercherò libri su di lei. Una donna così aliena dalla violenza, tanto da piangere per un animale maltrattato come poteva immaginare la lotta armata? mi sembra più una martire cristiana.. e questo la rene ancora più interessante ai miei occhi.

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  2. Mo vai a cagher!
    Tutte queste righe per non dire niente.
    Se hai una critica da fare falla chiaramente.
    Forse non ne sei capace e ti manca il coraggio!

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  3. Le vendite dipendono dalla propaganda che si fa all’autore. Che scrive esattamente quello che la propaganda ideologica vincente vuole. È sempre stato così.

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  4. A prescindere da quel penso di Veneziani, resta il fatto che un libro sulle vittime di Kabobo col cavolo che l’hanno fatto.

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    • SM, se non ricordo male Kabobo è quell’immigrato che ammazzò due persone una mattina all’alba a Milano… prova a scriverlo tu quel libro, sarei contenta di leggerlo per saperne di più su kabobo.

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  5. L’articolo è molto bello e pone l’accento sul mistero della “bellezza”. Quando un libro è bello, tanto che vorresti rileggerlo e ogni volta trovi qualcosa di nuovo che avevi trascurato e certe righe vorresti impararle a memoria? E’ la magia degli autori classici, che si sprigiona anche dopo secoli.
    Scrive Emily Dickinson: “la bellezza non ha causa:/ esiste./ Inseguila e sparisce./ Non inseguirla e rimane. / Sai afferrare le crespe/ del prato, quando il vento/ vi avvolge le sue dita?/ Iddio provvederà/ perchè non ti riesca.

    A realizzare questo miracolo non servono le buone intenzioni (l’engagement), tanto è vero che alcune opere potrebbero indurre a scelte moralmente riprovevoli, eppure anche lì la si può trovare. Non ci sono ricette per chi scrive, forse solo quella di essere se stessi e lasciarsi andare nel proprio “porto sepolto” (cit. Ungaretti).

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  6. Vorrei aggiungere un elemento: quel Walter Siti autore del pamphlet “Contro l’impegno” è lo stesso che sollevò un mucchio di polemiche perchè, dopo aver scritto un libro su di un prete pedofilo, fece una premessa incentrata su don Milani, come se quel prete scomodo lo fosse stato. A fronte delle polemiche, dovette ammettere di aver forzato la mano, ma resta la sgradevole sensazione che abbia cercato attenzione nella vasta platea dei lettori, infangando la memoria di un uomo.
    Può darsi che fosse stata la trovata pubblicitaria dell’editore, ma lui non avrebbe dovuto farlo se fosse stato una persona con la schiena dritta.
    Ergo, non so se sia la persona più adatta per criticare i soliti noti (Murgia, Carofiglio ecc.) , giacchè aveva fatto un tentativo meschino per vendere il prodotto suo e della casa editrice.
    Sul rapporto fra scrittore e editore si legga Mautizio Maggioni, una dellle sue “Operette morali” (sulla scorta del grande Leopardi). Maggioni è a mio avviso un grande scrittore, non a caso defilato e lontano dall tv degli orrori.

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  7. Veneziani è un uomo colto, un intellettuale conservatore e di destra. Ma anche quando condivido qualche suo articolo, come questo, non dimentico che anche lui si è venduto l’anima, allisciando il berlusconismo ( ancor più che il suo creatore/ispiratore), ignorando gli squallori del mondo politico destro, anzi killerando l’unico politico che cercava a destra di mitigarli. Mi spiace, non riesco a dargli più la credibilità che venti anni fa gli avevo dato. È solo di forma, lontano dai “ruttatori” del centrodestra, poi in sostanza li sostiene. Come solo personalmente potrà dirsi onesto, ma i disonesti, le illegalità, la cialtroneria, della sua parte politica l’ha osservata e descritta come gli struzzi con la testa sotto la sabbia.

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    • Paolo, può darsi che tu abbia ragione, se lo conosci. Io ho letto solo alcuni articoli e mi sono piaciuti. Ho intenzione di leggere l’ultimo libro perché mi piace il modo in cui esprime le sue idee. Non è mai banale, è sempre un gradino sopra molti altri.

      Tuttavia, io credo che non si debba negare a nessuno la possibilità di cambiare. A volte la vecchiaia fa miracoli, nel senso che smussa l’aggressività, favorisce la riflessione spassionata, allontana i pregiudizi.

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  8. Se ti pubblicano, evidentemente le tue idee “servono”, il tuo personaggio “serve”. Altrimenti puoi essere un fenomeno ma la pubblicazione te la sogni. Ormai si va a “personaggi” per lo più costruiti a tavolino e spendibili sui media. Il loro compito è quello di distrarre, far parlare, anzi: far fare pollaio.
    Io, ad esempio, so chi siano la signora Murigia, Saviano, Carofiglio, Siti,… solamente perchè ne ho sentito parlare: mai letta una riga (e non ne ho alcuna intenzione). Preferisco altro.

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  9. Mi scuso, “Murgia”, non intendevo storpiare il nome (guardo poco la TV e quando compaiono i politicamente “ovvi”, spengo subito: già si sa cosa diranno. Magari dall’ appartamente di NY …)

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