
(Giorgia Audiello – lindipendente.online) – Sempre più istituzioni bancarie e finanziarie investono e traggono profitto dalla produzione di armi nucleari: in particolare, tra gennaio 2023 e settembre 2025, 301 istituzioni finanziarie hanno foraggiato i produttori di armi atomiche rispetto alle 260 istituzioni rilevate in ricerche precedenti. Tra queste risultano anche istituzioni finanziarie e bancarie italiane. Lo constata il report “Don’t bank on the Bomb”, pubblicato ogni anno dal 2014 da ICAN e PAX (organizzazioni impegnate nel disarmo e nella promozione della pace), l’ultimo con il titolo “Investire nella corsa agli armamenti: le aziende che costruiscono armi nucleari e i loro finanziatori”. Questo aumento di finanziatori si traduce in un incremento di oltre 195 miliardi di dollari nel valore delle azioni e delle obbligazioni detenute rispetto all’ultima analisi finanziaria di “Don’t Bank on the Bomb“. Si è registrato inoltre un aumento di 29,8 miliardi di dollari nei prestiti e nelle sottoscrizioni.
Nel rapporto sono individuate 25 aziende attive nella produzione di armi atomiche destinate soprattutto ai programmi nucleari di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina e India. Durante il periodo preso in esame (2023-2025), 300 miliardi di dollari sono stati forniti in prestiti e sottoscrizioni alle 25 aziende più attive in questo settore, con un incremento di 29,8 miliardi rispetto al periodo precedente. In generale, gli investitori detenevano circa 709 miliardi di dollari nelle azioni e obbligazioni di questi colossi delle armi. Tra questi ultimi si segnalano in particolare le aziende statunitensi General Dynamics, Honeywell International e Northrop Grumman, che sono le più grandi produttrici di armi nucleari, oltre a Lockheed Martin e Boeing. Tra le compagnie inglesi spiccano BAE Systems e Rolls-Royce; compaiono poi alcune società indiane, una cinese e l’italiana Leonardo.
Sul fronte degli investitori che detengono azioni e obbligazioni, ai primi posti figurano i grandi fondi d’investimento statunitensi come Vanguard, BlackRock, Capital Group, State Street e Fidelity Investments, mentre tra gli istituti bancari ci sono cinque banche sempre statunitensi: Bank of America, JP Morgan Chase, Citigroup, Goldman Sachs e Wells Fargo. Seguono due istituti di credito giapponesi, oltre a uno francese e tedesco. Anche gli istituti finanziari e bancari italiani, però, non sono esenti dal finanziare l’industria delle armi nucleari, sebbene in proporzioni minori rispetto ad altre istituzioni internazionali. In particolare, in testa come quantità di prestiti compare Intesa San Paolo con 2,84 miliardi di dollari (in calo di 4,5 miliardi rispetto all’anno precedente) e relazioni finanziarie con Honeywell, Leonardo, Lockheed Martin, Northrop Grumman, RTX, Rolls-Royce, Thales e Airbus. Al secondo posto si trova, invece, Intesa Sanpaolo, con 718 milioni ed esposizioni verso Bechtel, Boeing, Lockheed Martin e Rolls-Royce. Seguono poi Banco BPM, BPER Banca, Cassa Depositi e Prestiti, Banca Monte dei Paschi di Siena, Banca Passadore & C., Banca Popolare di Sondrio e Mediobanca, coinvolti solo con l’azienda Leonardo.
Quest’ultima è l’unica compagnia italiana a comparire nella lista delle 25 aziende produttrici di armi nucleari citate nel rapporto: l’azienda italiana, che sviluppa prodotti e servizi nei campi dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, detiene il 25% nella join venture MBDA che produce missili per l’arsenale nucleare francese. Inoltre, Leonardo fornisce componenti di propulsione elettrica per i sottomarini nucleari statunitensi di classe Columbia e al 31 dicembre 2025 ha registrato un fatturato di 22,8 miliardi di euro.
Le crescenti tensioni globali non hanno spinto solo il riarmo generalizzato, ma hanno anche favorito una pressione concertata da parte dei produttori di armi e dei funzionari governativi per aumentare l’accesso del settore della difesa ai capitali privati. Secondo il rapporto di ICAN e PAX, “gli istituti finanziari sono attori chiave per promuovere il rispetto dei diritti umani”. Tuttavia, “Mentre molti istituti finanziari hanno mantenuto le loro politiche consolidate, concepite per evitare l’esposizione dei portafogli ai rischi associati alle armi nucleari, nell’ultimo anno alcuni hanno annunciato che avrebbero modificato le proprie politiche”. Si è registrata, dunque, una maggiore flessibilità e liberalizzazione nelle politiche degli istituti finanziari verso gli investimenti in armi, comprese quelle nucleari.
Alla componente etica che dovrebbe salvaguardare la sicurezza e favorire la non belligeranza tra i popoli, le grandi istituzioni finanziarie hanno scelto il profitto che, del resto, è la quintessenza dell’assetto capitalista. Tuttavia, permane in capo a questi istituti una grande responsabilità per quanto riguarda il futuro dei popoli. Secondo il report di PAX e ICAN, “le conseguenze umanitarie di qualsiasi utilizzo di armi nucleari restano inaccettabili” e “in quanto attori chiave dell’economia globale, le istituzioni finanziarie hanno sia la capacità che la responsabilità di affrontare questi rischi. Grazie alla loro influenza, le istituzioni finanziarie svolgono un ruolo fondamentale nel promuovere il rispetto dei diritti umani e nell’incoraggiare le aziende a porre fine al loro coinvolgimento nell’industria delle armi nucleari”.