Massimo Fini: “Il contagio americano”

(Massimo Fini – massimofini.it) – Il ministro degli esteri Luigi Di Maio è andato negli Stati Uniti col cappello in mano per chiedere agli americani di fornirci i vari vaccini che hanno in esubero. Naturalmente non ha cavato un ragno dal buco. Come ha dichiarato il segretario di stato Blinken gli americani forniranno per primi i vicini canadesi, loro storici alleati, e anche il Messico per cercare di porre un qualche limite ai problemi posti dalla pressione messicana e guatemalteca ai loro confini. Per l’Italia si vedrà in seguito, magari ad epidemia finita.

Ma non è questo il punto. In una trasmissione di Sky Tg 24 centrata su questo incontro a cui era presente tra gli altri Ugo Tramballi, inviato di lungo corso su vari scenari di guerra che stimo molto come sempre stimo chi lavora sul campo, la cosa che sorprendeva era che i tre invitati parlavano non come se fossero degli italiani, ma degli americani, partendo su ogni questione, non solo quella dei vaccini, dal punto di vista yankee e non da quello italiano ed europeo. E questo, più o meno, è l’atteggiamento che si ha in Europa verso gli Stati Uniti. “America first” non è solo uno slogan di Donald Trump. Quindi se oggi i maggiori competitor degli USA sono Russia e Cina, anche noi dobbiamo vedere Russia e Cina come nemici.

Eppure quattro anni fa Angela Merkel, l’unico vero uomo di Stato europeo, aveva detto con chiaro riferimento agli americani: “I tempi in cui potevamo contare pienamente su altri sono in una certa misura finiti. Noi europei dobbiamo veramente prendere il nostro destino nelle nostre mani”. La linea di Merkel era di trovare un’equidistanza fra Russia e l’inquietante “amico americano”. Gli americani sono innanzitutto dei competitors economici, sleali perché impongono dazi sui prodotti esteri, in particolare per noi italiani sulle nostre eccellenze, né fanno il minimo sforzo perché sia garantita la genuinità dei nostri prodotti e non vengano taroccati a piacer loro. Poi, qua e là, quando la cosa non gli garba, impediscono, non si sa bene in base a quale diritto, ad altri paesi fra cui il nostro di commerciare con questo o con quello. Un diktat di Trump ci ha vietato di avere commerci con l’Iran degli Ayatollah, col quale storicamente avevamo buoni rapporti economici. Ubbidienti, le aziende italiane si sono ritirate dal campo. Al solo sentire parlare degli Ayatollah gli americani fanno il ponte isterico. Eppure sono i principali sostenitori dell’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi che attualmente è il regime più tagliagole del mondo (2500 oppositori assassinati, 2500 desaparecidos, vietate tutte le libertà civili tanto care all’Occidente) e alleati dell’Arabia Saudita che in quanto a diritti negati alle donne è il campione del mondo (si faccia un salto all’università di Teheran e si vedrà che ci sono più ragazze che ragazzi). Guai a commerciare con la Cina, una delle poche operazioni positive di Di Maio che suppongo l’altro giorno si sarà inginocchiato davanti a Blinken scusandosi per quell’alzata di ingegno. Ma perché mai non dovremmo commerciare con la Cina, un paese di 1 miliardo e 400 milioni di abitanti, un mercato molto appetitoso ora che anche i cinesi si sono inseriti nella globalizzazione capitalista? Perché la Cina è una dittatura? Vale qui il discorso fatto per l’Egitto e l’Arabia Saudita e si potrebbe aggiungere anche la Turchia, nostro alleato nella Nato. Non si può essere politicamente moralisti a targhe alterne.

Ma tutto ciò che abbiam detto fin qui è il meno. Tutte le aggressioni americane degli ultimi vent’anni, avvenute contro la volontà dell’Onu, a cominciare dalla Serbia nel 1999, quando l’11 settembre era ancora di là da venire, col bel risultato di favorire, a scapito di un grande paese europeo, ortodosso e rimasto socialista (questa la vera colpa) la componente islamica dei Balcani per cui l’Isis è alle nostre porte, per continuare con quelle all’Iraq e alla Libia, sono tutte venute in culo, perdonate l’espressione, all’Europa. Il caso più clamoroso è quello della Libia del colonnello Muammar Gheddafi. Violando tutte le leggi internazionali, dal “diritto all’autodeterminazione dei popoli” sancito solennemente a Helsinki nel 1975, al principio della “non ingerenza negli affari interni di uno stato sovrano”, americani, francesi e purtroppo anche noi italiani col governo Berlusconi che aveva dato il suo avallo a quella sciagurata operazione abbiamo aggredito uno Stato sovrano rappresentato all’Onu. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Proprio di recente Barak Obama ha ammesso che l’operazione in Libia era stata una delle sue azioni più negative. Comunque gli americani, dopo aver inizialmente bombardato, con i francesi, la Libia, se ne sono andati, disinteressandosene, ma lasciando nella peste tutti gli altri, tranne i francesi che ci hanno sostituito come partner economici di quel Paese. Innanzitutto i libici ovviamente, in seconda battuta noi italiani perché è da quelle coste che arrivano i barconi dei disperati che nessuno è in grado di controllare. Il 15 marzo si è costituito il nuovo governo libico di “unità nazionale” presieduto da Abdul Hamid Debeibeh, “uno degli uomini più ricchi della Libia” secondo Il Post. È un governo grottesco, alle dirette dipendenze di Ankara il cui principale problema è controbattere i “contractors” russi della Wagner (adesso tutte le superpotenze, appena possono, mandano in campo i mercenari). Comunque né turchi né russi potranno risolvere la questione libica perché il territorio è conteso da centinaia di milizie fra cui furoreggia l’Isis (i mercanti di uomini per poter fare il loro sporco mestiere devono pagare una taglia agli uomini dell’ex stato islamico, e questo dice tutto).

Se i tribunali internazionali per “crimini di guerra” fossero una cosa seria, i signori Sarcozy e Obama dovrebbero essere portati al loro cospetto, giudicati e fucilati. Ma questi Tribunali sono, come la storia ci insegna, i tribunali dei vincitori. Da Norimberga in poi.

Il Fatto Quotidiano, 17 aprile 2021

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