(di Michele Serra – repubblica.it) – Definendo «quei selvaggi» gli iraniani, eredi di una civiltà perfino più antica della Bibbia, Netanyahu rinverdisce ideologia e lessico del colonialismo più classico: laddove non siamo ancora arrivati “noi” a sistemare le cose, ecco che ci sono i selvaggi.

Nel caso della Israele odierna la classica convinzione di superiorità culturale dei colonizzatori è rinforzata e se possibile peggiorata dall’orribile razzismo religioso dei vari Ben-Gvir, così bene incarnata dal tribalismo sopraffattore dei coloni in Cisgiordania. Ma il ceppo sul quale si innescano le varie ramificazioni del colonialismo è sempre lo stesso: ci sono popoli inferiori e popoli superiori, ed è diritto naturale dei secondi imporre il proprio dominio e le proprie leggi.

Nei secoli è toccato ai nativi americani, agli africani (per la doppia sopraffazione degli europei e degli arabi) e ai popoli nativi di mezzo pianeta; oggi tocca, tra i tanti, a Gaza, Cisgiordania, Libano. Come sia possibile che qualunque leader di qualunque nazione, ancora oggi, osi definire «selvaggi» altri popoli, è un mistero che lasciamo alla sua psiche e al nostro imbarazzo (ci si imbarazza sempre più spesso per chi non è in grado di farlo da sé). Resta il fatto che ancora lì siamo: quando non si sa che altro dire, si dà del selvaggio a questo o a quello e ci si sente di avere raddrizzato le cose.

L’idea che la sola cosa “selvaggia” con la quale tutti, a qualunque latitudine, siamo alle prese, sia l’istinto di sopraffazione, sia la violenza, sia la guerra, stenta a prendere piede. Ci abbiamo creduto per una breve stagione, che potesse esistere una universalità del diritto, e uguaglianza tra diversi. Purtroppo non è così. L’ayatollah e il capo di Israele, il capo dei russi e il capo degli americani sono la stessa identica rappresentazione dell’odio e del disprezzo per chi non è della tua tribù.