
(Salvatore Grandone – lafionda.org) – «Chiaramente, se guardiamo a quella storia [il fascismo] oggi è una cosa. Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?». Questo passaggio della recente intervista al New York Times del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha suscitato scalpore e indignazione.
Al di là delle intenzioni apologetiche, più o meno velate, nessuno ha preso alla lettera l’affermazione. E tuttavia essa è tragicamente vera: non certo perché il fascismo “ha fatto anche cose buone”, come spesso si sente dire, ma perché dall’interno, da “dentro”, un regime dittatoriale appare molto diverso da ciò che è davvero.
Un dato è particolarmente allarmante: secondo il Democracy Report 2026 del V‑Dem Institute dell’Università di Göteborg, il 74% della popolazione mondiale vive oggi sotto regimi autoritari. Com’è possibile, se molti non sostenessero, direttamente o indirettamente, questi governi?
E non è l’unico elemento rilevante. Il rapporto registra una crescente percezione, tra i cittadini delle democrazie occidentali, che lo Stato liberale non rappresenti il miglior assetto istituzionale. I simpatizzanti dei movimenti di estrema destra e i nostalgici dei fascismi sono in aumento.
L’osservazione del Presidente del Consiglio è allora doppiamente vera: dall’interno e dall’esterno. Non solo da “dentro” i regimi autoritari possono sembrare buoni e giusti; anche da “fuori”, dalla prospettiva privilegiata dei paesi democratici, non mancano coloro che li idealizzano e ne auspicano l’instaurazione.
D’altronde, la questione si estende al di là del piano macroscopico: negli ambienti lavorativi si osservano di frequente atteggiamenti ambigui, un servilismo eccessivo, la tendenza ad assecondare i propri dirigenti anche quando non è richiesto. Nel piccolo, con più o meno consapevolezza, si favorisce l’emergere di leadership autoritarie, perfino dove non sembrerebbero esservi le premesse.
Insomma, “quella storia” non è soltanto una vicenda del passato, ma un atteggiamento, una postura, un modo di abitare la vita comunitaria.
Voglio lanciare una provocazione: prima di essere un’ideologia, prima di essere una parentesi orribile e – si spera – conclusa della storia, il fascismo è un modo di strutturare la politeia, un modello possibile dell’organizzazione collettiva.
Non si tratta di trasformarlo in una categoria sovratemporale, quanto di portare alla luce l’elemento antropologico che accomuna forme diverse del nostro rapporto con noi stessi e con gli altri.
Per comprenderlo non servono studi complessi: basta un piccolo classico del Cinquecento, il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie. Nel libello troviamo una chiave preziosa per leggere insieme passato e presente.
La Boétie pone una domanda fondamentale: perché i popoli non si ribellano ai tiranni? Se si smette di assecondarli, il loro potere crolla all’istante. Il tiranno non possiede una forza sovrumana: è un uomo come gli altri, spesso peggiore. La sua autorità non risiede nelle sue virtù, ma nella nostra disponibilità ad assoggettarci. Il testo sintetizza questa contraddizione in un ossimoro: servitù volontaria.
Come si arriva a desiderare le proprie catene? Il filosofo individua tre fattori che operano in sinergia.
Il primo è la corruzione. Chi aspira alla tirannide non può agire da solo: costruisce una rete di fedeli promettendo favori, ricchezze e frammenti di potere. Costoro, a loro volta, ne corrompono altri, generando una vera e propria piramide. Alla fine, a trarre vantaggio dal sistema – anche in misura minima – sono più di quanto si creda. La società si divide: oppressori e oppressi.
Perché le masse non insorgono? Per paura, si dirà. Gli ostacoli che si frappongono alla libertà sono numerosi. La Boétie non è soddisfatto della risposta.
Occorre considerare un secondo elemento: l’abitudine. Chi nasce e cresce sotto un regime non ha più memoria della libertà. Con il tempo, il potere dispotico crea consuetudini che plasmano il carattere dei sudditi, rendendo la servitù una condizione percepita come naturale.
Eppure, qualcosa ancora non torna. Si potrebbe pensare che un regime tirannico sia vantaggioso, in particolare per chi si trova vicino al vertice. Qui La Boétie formula la sua intuizione più sottile: più si sale nella piramide, più aumenta la servitù. Per chi siede accanto al tiranno non basta obbedire: deve anticiparne i desideri, pensare come lui, incatenare la propria mente. I devoti “mangia‑popoli” – così La Boétie chiama gli esecutori della volontà del tiranno – vivono in un clima costante di sospetto, con il rischio perenne di cadere in disgrazia o di essere sacrificati come capri espiatori quando le cose vanno male.
Perché allora farlo? Per quello che La Boétie chiama il fascino dell’Uno. I mangia‑popoli si identificano nel tiranno, abbagliati da un potere assoluto che si illudono di condividere. È un meccanismo psicologico di sorprendente modernità: se non si può essere il tiranno, lo si imita; ovunque germogliano piccoli despoti che ne riproducono la spietatezza.
La storia mostra quanto La Boétie abbia colto nel segno. Corruzione, abitudine e fascino dell’Uno non sono forse i meccanismi che ritroviamo all’origine di ogni potere autoritario? Non è così che si sono affermati i totalitarismi?
Certo, oggi disponiamo di strumenti storico‑psicologici molto più raffinati per comprendere la genesi di questi regimi. Tra gli studi più rilevanti, merita attenzione il recente testo La mente nazi di Laurence Rees. L’attualità di La Boétie risiede invece nella sua semplicità e soprattutto nella sua versatilità.
Diversi studi di psicologia riprendono infatti il concetto di servitù volontaria per analizzare fenomeni che riguardano il mondo del lavoro. Spesso il servilismo si spinge ben oltre ciò che si potrebbe ricavare in termini di vantaggi. Non si obbedisce per timore di perdere il posto o per ambizioni di carriera.
Si pensi, ad esempio, al famoso “dieselgate” Volkswagen del 2015. Gli ingegneri e i tecnici erano sotto fortissima pressione per trovare una soluzione rapida e poco costosa per rendere i motori “puliti” secondo le norme, soprattutto per il mercato USA. Non riuscendo a individuare un modo per soddisfare la richiesta in tempi stretti, svilupparono un software ingannevole che registrava un livello di inquinamento inferiore a quello reale. Per non deludere i dirigenti – e senza che questi ne fossero consapevoli – i dipendenti optarono di comune accordo per una frode.
Gli psicologi hanno inoltre osservato come, nel settore lavorativo, il complesso della servitù volontaria nasca spesso da un processo di vittimizzazione. In altre parole, non è sempre il fascino dell’Uno a spingere i dipendenti a fare più di quanto richiesto; molte volte è il complesso della vittima, ossia la percezione erronea di non avere possibilità di scelta, a giocare un ruolo decisivo.
In entrambi i casi, però, il risultato è identico: ne deriva una paradossale sensazione di sicurezza. Che ci si identifichi nel capo o ci si percepisca vittime, è alla propria libertà che si rinuncia. La libertà è un peso: implica responsabilità, l’assunzione delle conseguenze delle proprie azioni. Obbedire ciecamente – sia come mangia‑popoli sia come vittime – offre un senso di ineluttabilità che mette a tacere i conflitti interiori.
L’abitudine e la corruzione fanno poi il resto nell’alimentare questo subdolo meccanismo.
La servitù volontaria sembra costituire un ponte tra il macroscopico e il microscopico: le stesse logiche si ripetono su livelli diversi, ma complementari. Abbiamo così una lente per leggere molte dinamiche del nostro tempo.
Per realizzare una società più giusta non basta interrogarsi sui grandi principi, sui valori che dovrebbero guidarci. Occorre iniziare a esaminare le nostre abitudini, il modo in cui ci relazioniamo agli altri, e riflettere sulle aspirazioni segrete che ci portano a tifare per i potenti, per i tirannucoli, per chi si impone con la forza, per chi rinuncia al dialogo, per chi demonizza l’avversario.
Quante delle nostre esternazioni sui social non celano una pericolosa fantasia di onnipotenza? Il desiderio, sempre più diffuso, di farsi giustizia da soli, l’invocare l’uomo forte che risolva con la violenza e in modo definitivo i soprusi non nascono forse da un’identificazione con il carnefice? E la rassegnazione di molti, l’incapacità di reagire democraticamente alle ingiustizie, non deriva dall’identificazione con la vittima? Prepotenza e senso di impotenza sono due manifestazioni complementari della servitù volontaria dei nostri tempi: si alimentano a vicenda. È la sensazione di impotenza e di impossibilità del dialogo che nutre la prepotenza, e viceversa la prepotenza rafforza l’idea che il confronto democratico sia irrealizzabile.
Nasce così la spirale pericolosa della servitù volontaria: il rinunciare alla propria libertà in nome di una sicurezza esteriore e di una narcotizzazione interiore. Allora sì: il vero pericolo è che “quella storia” appaia, da dentro e da fuori, nel grande e nel piccolo, troppo “diversamente”, come l’unica storia possibile.