Le labbra di zia Ninetta

(Marcello Veneziani) – Zia Ninetta rimase nei secoli vacantina (nubile) perché non avrebbe mai sopportato di avere un uomo accanto; gli avrebbe sporcato casa, infastidito a letto, preteso servizi, stirate e pranzetti che zia Ninetta non voleva fare. ‘Nzia Mai (non sia mai). Così rimase la Signorein per antonomasia. Per non sporcare casa andava a farsi il bagno di notte sus o’ ascher (sul terrazzo). Zia Ninetta ha vissuto ad alto volume; quando gli altri parlavano, lei gridava; era impaziente, in treno si sedeva avanti per arrivare prima e agli appuntamenti arrivava sempre in pauroso anticipo o se si doveva uscire aspettava fuori la porta con l’ascensore già aperto per mettere fretta. Ai negozi e con il prossimo battagliava, combinava matrimoni per conto terzi e s’impicciava della privacy con altruismo invadente. Se andavi insieme a fare la spesa te ne dovevi scappare per la vergogna, tirava sul prezzo e disprezzava la roba da far paura. E non mollava la presa fino a che non sfiniva il mercante.

In treno attaccava bottone con tutti ed entrava nella loro intimità, anzi, come lei diceva, tirava le cime di rape; insinuava amori proibiti, evocava amanti immaginarie davanti alle mogli e spesso faceva arrossire la gente perché pretendeva di combinare fidanzamenti tra due viaggiatori estranei che a suo insindacabile giudizio stavano bene insieme: ma il giovane tiene la simbatia per la signorina – insinuava – non vedi ce bera fatt, e lui, ce bell giovène, ce pezz d’oméne. E se lui si tirava indietro, faceva pesanti insinuazioni sulla sua virilità: ma è nu’ poc vulz? (invalido, impotente). Al cinema si portava tre nipoti e pretendeva di farli entrare con un solo biglietto ridotto, anche quando i nipoti avevano fatto lo sviluppo. E in sala una volta che un maniaco le fece la mano morta, infilzò la pellecchia del malcapitato con un pungiglione che si metteva sul basco, costringendolo a fuggire. Al bar chiedeva un caffè doppio ove per doppio non intendeva quel che intendono tutti ma voleva dire un caffè concentrato, denso, non l’acquaciulla, come lei chiamava i caffè annacquati.

Era single a letto, ma a tavola mangiava per una famiglia. Amava in particolare Le sagne, variante linguistica delle lasagne, il vino nero, che beveva facendo sempre un brindisi dadaista alla salute di un immaginario Cumbà Peppino; e u’ gelat, soprattutto lo spumone. Con i bambini era animatrice e domatrice al tempo stesso, con barriti che si sentivano in tutto il vicinato: A zumbà sop’ o lieeet, ascinne, urlava se scopriva uno di noi saltare sul letto. Ma all’attività repressiva univa anche quella ricreativa. Era addetta alla gendarmeria famigliare ma anche alla fiction domestica, raccontava storie di film, di paese e di fantasia, intercalate da frasi storpiate di cantastorie: “Questi terribil fatti successeri a Campobassi, che la zita si ascinnò e la madre si morò”. Oppure nelle pause di conversazione, diceva frasi incomprensibili che capiva solo mia madre. “La conversazione è bè, Peppì vogliam andà?” Oppure: “E così finì il nostro romanzo d’amore…”. Se voleva alludere a un presente diceva a mia madre e a zia Gilda: la stima, che era la parola d’ordine per sparlare dei presenti senza farlo capire. Aveva un razzismo rudimentale verso le brutte e i rossicci, che considerava infami. A loro dedicava uno stornello: u’ russ quand ved a ross fa la toss, la ross quand ved u russ imbizz u’ muss… Da bambina zia Ninetta aveva un cane bastardo, Pagnotta. Mollò il fidanzato e ancora rideva a ricordare lui come piangeva…

Mia madre faceva cattivo sangue quando la sorella esagerava e allora la richiamava all’ordine chiamandola Ninetta quando era tra parenti, Anna quando era tra estranei… Veniva a casa mia alla controra, quando mio padre dormiva e subito si metteva a gridare. Dopo un’ora mio padre usciva stravolto dalla camera da letto: Nan m’avit fatt dermì (non mi avete fatto dormire). Ogni pomeriggio era così. Ma per Zia Ninetta conversare voleva dire battagliare. Zia Ninetta parlava un misto barese, una spremuta dialettale di grumese e biscegliese, con varianti personali. Quando non ricordava i nomi delle persone li riduceva a tipi: U’ Cudd, la Chedd, o in negativo U’ Ciuss, U’ Nzvus, La sciammerue, La bojonoschera. Era irresistibile per i bambini più piccoli quando li solleticava, mentre gli adulti le dicevano inutilmente che non doveva farli schiattare dal ridere. Le sue gag avevano delle progressioni infernali: mo’ se ne ven a zumb a zumb, e poi aumentava il ritmo del solletico fino a farci scompisciare. O quando voleva creare marasma emetteva un grido e agitava le mani pronunciando una formula arcana: scitt-gatt scitt-gatt. Oppure il solletico sotto il mento: Varvarello, varvarello e se ridi vai all’inferno…Trattava poi i bambini da panette, li impastava con le mani e poi invocava il fornaio Moruccio per metterli a forno. Dopodiché pretendeva che stessero immobili, così si addormentavano.

Quando cominciò a sfasare, il primo segnale fu televisivo: diceva che Emilio Fede le faceva l’occhiolino e poi che la corteggiava dal video. Poi perse sempre più lucidità, conoscenza ma non umorismo. Continuò ad animare le serate del suo villaggio domestico, intrattenendo le sue badanti. Sembrava prendere in giro i presenti quando dialogava coi morti, il passato e gli assenti, con la stessa ironia scoppiettante che aveva quando la mente non si era ancora sfaldata. Rideva delle sue allucinazioni, dei suoi scambi di persona, dei suoi salti nel tempo, cercando complici e spettatori.

Da bambino restavo ammaliato a osservare il movimento delle sue labbra violacee nel letto la domenica pomeriggio. Mi raccontava storie sbalorditive, favole del paese, mescolando realtà e immaginazione. E io mi fissavo sulle sue labbra, come davanti a un portone, per veder uscire appena sfornate le parole, quasi che avessero un corpo. Pendevo dalle sue labbra che si erano fatte secche e poi sussurranti, per conciliare il mio sonno. E più magici apparivano i suoi racconti mentre calava la voce. Si confondevano coi miei sogni nascenti, intrecciando le sue parole ai primi segnali di sonno che mi spegnevano le palpebre. Intravedevo a intermittenza le sue labbra violacee e sottili che narravano eventi prodigiosi o apparentemente insignificanti; l’universo intero era mobilitato dalle sue labbra, solo per tenermi buono a letto in una domenica pomeriggio. L’incantesimo labiale di zia Ninetta.