Dieci domande sul vaccino Invitaliano

(ENRICO BUCCI E LUCIANO CAPONE – ilfoglio.it) – Tutto procede come previsto. Invitalia acquista il 30% di ReiThera srl, azienda interamente controllata dalla svizzera Keires Ag, che secondo quanto annunciato in pompa magna il 5 gennaio avrebbe un vaccino così promettente da essere di interesse strategico per l’Italia. A questo punto, con 81 milioni di euro messi da un’agenzia pubblica per decisione del suo amministratore delegato, Domenico Arcuri, in accordo con le entusiastiche dichiarazioni del Commissario per l’emergenza Covid-19, sempre Arcuri, la questione non è più semplicemente accademica e non riguarda più solo la solidità dei dati scientifici presentati o la loro incompletezza. Se si usano soldi pubblici, è necessario fornire ai cittadini/contribuenti una serie di elementi indispensabili, visto che il progetto viene declamato come strategico per la nazione e si decanta il suo significato autarchico, proprio in direzione di quel nazionalismo vaccinale che un altro suo sostenitore, il direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito, ha negato proprio sul Foglio.

Poniamo quindi dieci domande che, data la rilevanza del progetto, necessitano non solo di una risposta, ma di una risposta ben motivata da fatti, documenti ed evidenze sperimentali.

I) Qual è la reale efficacia in termini di induzione di anticorpi neutralizzanti su tutte le coorti sottoposte a vaccinazione in fase 1?
II) Come si giustifica la minore efficacia nell’indurre risposta anticorpale neutralizzante da parte del vaccino rispetto al gruppo di controllo, evidente dai dati mostrati in conferenza stampa?
III) Quanto è efficace il vaccino nell’indurre anticorpi neutralizzanti, a paragone per esempio dei dati ottenuti da Moderna, dei quali si continua da parte di importanti figure istituzionali a ripetere che si avrebbe la stessa o superiore efficacia?
IV) Qual è la reale efficacia nell’induzione di risposta T da parte del vaccino, posto che nei dati mostrati in conferenza stampa per lo staining intracellulare si osservano valori piuttosto bassi e soprattutto manca il controllo di benchmark?
V) Perché si è scelto di finanziare un progetto basato su una tecnologia, quella degli adenovirus di scimmia, che è la stessa di vaccini in stadio di sviluppo molto più avanzato come quello di AstraZeneca?
VI) Perché l’investimento di denaro da parte di un’agenzia pubblica avviene prima che siano disponibili e validati dalla comunità scientifica solidi dati che permettano di valutare l’efficacia e la sicurezza del vaccino di ReiThera?
VII) Quale processo di valutazione competitiva, e in paragone a quali progetti di ricerca alternativi, ha portato alla scelta di investire a più riprese quasi 100 milioni di euro pubblici, della regione Lazio prima e di Invitalia poi?
VIII) Considerato che ReiThera è parte dall’aprile 2020 di un consorzio paneuropeo con due aziende estere, la tedesca Leukocare e la belga Univercells, consorzio dedicato alla preparazione e sperimentazione del vaccino, quali parti della proprietà intellettuale necessaria alla produzione del vaccino non sono in possesso di Reithera, e che ruolo avranno in futuro le due aziende estere?
IX) Considerato che alla formazione del consorzio nel 2020 si erano promesse 6 milioni di dosi per l’inizio del 2021, quanto è stato effettivamente realizzato di questo obiettivo, anche alla luce dell’annunziata capacità di produrre 100 milioni di dosi in un anno?
X) Come mai il direttore generale di AifaNicola Magrini, ha partecipato alla conferenza stampa di presentazione di risultati assolutamente preliminari, sui quali ha più volte già espresso un giudizio lusinghiero, visto che il suo ruolo sarebbe quello terzo di pronunziarsi sui dati completi, dopo l’approvazione del vaccino da parte di Ema?PUBBLICITÀ

A queste domande, poi aggiungiamo una considerazione. Il commissario Arcuri ha dichiarato che l’investimento in Reithera serve per “dipendere meno possibile dagli altri… dalla capacità che altri paesi hanno sviluppato” nella produzione di vaccini. E pertanto l’obiettivo è quello di “raggiungere una qualche indipendenza nella dotazione di vaccini”. A prescindere dalle valutazioni scientifiche ed economiche, c’è da fare anche una valutazione etica sul sovranismo vaccinale alla base del progetto. Com’è possibile, mentre gli italiani ricevono vaccini prodotti e sviluppati in altri paesi e ripartiti in maniera equa dall’Unione europea, annunciare al mondo intero e ai partner europei che, una volta autorizzato, il vaccino invitaliano seguirà il principio “Italia first – Prima gli italiani”?

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