Se la vita ti usura, vattene in clausura!

(Alberto Luppichini – Libero quotidiano) – È fitto il mistero delle suore di clausura, creature così devote al Signore lassù da scegliere una vita da recluse, lontano da tutti e distanti dalle miserie di questa esistenza. Stupefacente. Esse hanno deciso di affrontare le tribolazioni quotidiane senza conforti terreni, consacrandosi in tutto e per tutto a un Dio che non si vede e non si tocca, non si può abbracciare né chiamare in soccorso nei momenti più cupi. «Pace e bene!», il congedo utilizzato da molte suorine, esprime tuttavia una invidiabile serenità d’ animo e una sorprendente calma serafica, dispensata con inaudita naturalezza. Si tratta di una inclinazione d’ animo così estranea a noi povericristi, colti di continuo da schizofrenici mutamenti di umore sulla base degli accadimenti che ci coinvolgono.

È proprio l’ aspetto psicologico a colpirci, di questa umanità così strana. Viene spontaneo chiedersi come mai, uscite di casa in giovane età, anziché spendere i propri talenti in questo o quel settore, esse abbiano dedicato la vita al Signore, uscendo dalla società e rinchiudendosi nella preghiera e nell’ isolamento fisico e spirituale. Libero è riuscito a parlare con le suore di clausura bergamasche, provando a indagare l’ insondabile della loro misteriosa psiche.

Siamo in via Arena, nel pieno di Città Alta. Qui sorge il monastero delle Benedettine di Santa Grata, con alte mura che sembrano separare la gente della strada, sorda ai richiami dell’ eternità, da queste religiose appassionate, convinte che l’ isolamento spirituale conduca diretti in Paradiso. Suor Maria Teresa Bergamaschini, madre superiore del monastero, è nata in via Porte Dipinte, proprio nella Città Alta vicino all’ antico edificio in cui ha deciso di consacrare la sua vita a Dio.

«IL MONDO È QUI DENTRO» 

Partiamo proprio dall’ alone di mistero che avvolge la scelta di queste religiose. «Mentre fuori si “fa”, qui si prega. La peculiarità della clausura è la preghiera fatta sette volte al giorno nella cappella, come recita il Salmo.

L’ essenza della vita di clausura è la Presenza, è l’ Essere. A noi non è chiesto tanto di fare, ma di essere una Presenza. Si dice spesso che noi avremmo lasciato il mondo. Non è vero. Il mondo non si lascia, il mondo si porta all’ interno di queste grate.

Una ragazza che si consacra alla clausura lo fa proprio perché attratta da questo obiettivo e da questo stile di vita, che permette di dedicarsi alla preghiera ma soprattutto di essere una Presenza per chiunque. Chiunque bussa al monastero trova sempre una sorella disposta ad ascoltare con il cuore e senza giudicare. Nei monasteri ci sono donne laureate in medicina o in matematica, che hanno lasciato carriere anche importanti perché ad un certo punto della vita hanno sentito questa chiamata».

La vocazione è l’ aspetto forse più misterioso di queste suorine che affrontano le loro tribolazioni terrene nell’ intimità del loro rapporto con il Signore lassù. «Per me è stata una tragedia, mai avrei immaginato di entrare in un monastero. Avevo tutti altri programmi per la mia vita: volevo diventare medico, andare in missione, sposarmi, avere figli. Non sono la classica suorina che già da piccolina pensava di mettere il velo.

Poi a 27 anni mi è esploso il fuoco dentro, grazie a una frase che mi ha colpito molto: “Servono maestri che diano testimonianza ma anche avvocati che stiano con le braccia aperte come Mosè sul monte”. Così ho sentito il desiderio di fare altro. Fino ad allora volevo girare il mondo e parlare di Dio agli uomini. Ad un certo punto ho capito la mia vocazione: stare ferma ai piedi del Tabernacolo e parlare degli uomini a Dio. Così mi sono avvicinata alla clausura».

PRIORITÀ DIVERSE 

Annamaria,all’ inizio, nutriva verso la clausura i dubbi che attanagliano la maggior parte di tutti noi. Poi tutto cambia, e la vita monastica le appare come l’ orizzonte naturale per spendersi in aiuto degli affanni di questa esistenza. «Sono cresciuta vicino al monastero, a Bergamo Alta, ma non ne conoscevo nemmeno l’ esistenza. Poi nel 1987 sono stata al cinema a vedere “Thérèse”, un film sulla vita di Santa Teresa di Lisieux, religiosa del 1800.

Quando sono uscita dal cinema ho guardato la mia amica sconvolta. Non mi piaceva quella vita lì! Così ho avuto la curiosità di toccare con mano se ancora nell’ 87 lo stile della vita monastica fosse ancora così noioso come nel film. Abbiamo suonato al monastero di via Arena, ho iniziato a parlare con una monaca, poi con un’ altra. Mi hanno intrigato i loro racconti di ciò che accadeva all’ interno delle quattro mura.

Ad ogni modo, mi sono sentita di entrare solo dopo molti anni, nel 1995».

Lo sguardo della religiosa trasmette una calma e una serenità estranee alla gente di strada. Quale può essere la spiegazione? «Abbiamo priorità diverse. Noi non abbiamo un cartellino da timbrare né un lavoro da mantenere per garantire un futuro alla propria famiglia. Allo stesso tempo è pur vero che, nonostante la frenesia della vita quotidiana, le priorità si possono cambiare. Il nostro faro è la ricerca di Dio, lo rispecchiamo tutti i giorni attraverso la preghiera.

All’ esterno, la corsa al consumismo e la fatica del lavoro rovina tutto, ma può essere gestita meglio ritornando all’ essenziale. Questo può avvenire soltanto se gli uomini tornano ad avvicinarsi a Dio. San Paolo dice: qualsiasi cosa voi facciate, fatelo per il Signore. Questo lo può fare chiunque».

Persi nelle miserie della nostra insensatezza, abbiamo smarrito la bellezza della semplicità. Solo recuperando l’ essenziale torneremo a credere in noi stessi e, forse, in un qualche Signore lassù.

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