Crisi & nomine: il gioco preferito dell’ex premier

(di Ilaria Proietti – Il Fatto Quotidiano) – “La madre di tutte le battaglie per Matteo Renzi è la cabina di regia sul Recovery. Per questo fa ripetere e ripete di essere contrarissimo: vuole accomodarsi a capotavola”, suggerisce chi del capo di Italia Viva è stato compagno di partito ai tempi del Pd.

Ma lo suggerisce perfidamente anche Giorgia Meloni: “Trovo molto curiosa la tempistica che vede sempre sovrapporsi le crisi governo aperte da Renzi con le nomine”, ha detto la leader di Fratelli Italia, ricordando la propensione dell’ex premier ad alzare la posta proprio in certi momenti, quando l’appetito si fa incontenibile.

Per questo, con la gestione dei 200 e passa miliardi promessi dall’Europa di mezzo, l’altro giorno, quando al Senato Renzi ha provato a bullizzare Giuseppe Conte, a nessuno nel centrodestra è venuto in mente che potesse arrivare a staccare la spina, sicché “è carta conosciuta” da tempo.

E allora che vuole? Un ministro in più, un posto per sé alla Nato? Niente strapuntini, giura lui nella lettera che ha inviato al presidente del Consiglio in vista dell’incontro a Palazzo Chigi che dovrebbe chiudere la verifica di governo. E dove ha indicato le suo priorità, anzi le due o tre posizioni strategiche che gli sono più care: quella in cui si daranno le carte sul Recovery, la poltrona dell’Autorità delegata ai Servizi, da sempre il suo pallino e su cui vedrebbe bene il suo Ettore Rosato o Emanuele Fiano del Pd. E poi le infrastrutture, ché ci sono da nominare 50 commissari con poteri extra sul modello ponte di Genova.

Renzi tratta su queste partite nel tempo presente, anche se ce n’è pure una sul tempo differito. Da giocare con gli stessi modi di sempre, non proprio a colpi di fioretto: nel 2014, a ridosso del rinnovo dei vertici delle grandi aziende di Stato, Leonardo, Eni, Enel, Poste, tanto per citarne solo alcune, l’allora segretario del Pd pensò bene di ritirare la fiducia al suo amico Enrico Letta. A cui il rottamatore di Rignano fece le scarpe senza pietà pur di essere protagonista assoluto delle nuove investiture.

Sei anni dopo, al principio di questo 2020 indimenticabile, annusato il rischio di restar fuori dal risiko delle nomine che contano, ha cambiato tecnica facendo di necessità virtù: non potendo torcere un capello a Giuseppe Conte ha preso a pretesto la riforma della prescrizione per scuotere l’albero della maggioranza e ricavarne qualche frutto: non gli era andata male, tutto sommato.

Le conferme dei vertici di Enel e Eni che lui stesso aveva voluto sei anni fa e qualche innesto dei suoi di qua e di là, ben gli hanno fatto digerire le nuove norme volute dal Guardasigilli Alfonso Bonafede nonostante la promessa di far succedere il finimondo.

Stessa tecnica di oggi nonostante gli alleati abbiano promesso di accontentarlo su diverse poltrone: Consap e Fintecna, ma anche BusItalia, già guidata da Renato Mazzoncini che aveva risolto la grana dell’Ataf, l’azienda dei trasporti di Firenze e che Renzi poi aveva messo a capo di Fs: il board di Ferrovie va a rinnovo fra pochi mesi e Italia Viva è interessata a veder rotolare la testa dell’attuale ad Gianfranco Battisti. Altro nome niente affatto sgradito al partito di Renzi è quello di Gaetano Maruccia, fedelissimo dell’ex comandante generale Tullio Del Sette (imputato per favoreggiamento e rivelazione di segreto nell’inchiesta Consip che tanti dispiaceri ha riservato a babbo Renzi) tra i papabili per la promozione a Comandante generale dell’Arma.

E Cassa depositi e prestiti? La cassaforte degli italiani oggi è affidata a Fabrizio Palermo, domani forse toccherà a Domenico Arcuri, oggi a Invitalia e uomo di Giuseppe Conte che lo ha voluto commissario all’emergenza coronavirus. Qualcuno, addirittura più perfido di Giorgia Meloni, fa notare: “Ma sarà un caso che Renzi ha preso a cannoneggiare Arcuri su vaccini, banchi a rotelle e tamponi?”.

Malelingue.

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