Un conto di fine anno amaro per il mezzogiorno d’Italia

(Dott. Paolo Caruso) – Il meridione d’Italia, terra meravigliosa dalle molteplici bellezze paesaggistiche, artistiche e monumentali, rappresenta un museo a cielo aperto, uno scrigno di tesori, una cartolina dal fascino particolare e dai forti colori da offrire sempre ai visitatori. Un territorio sofferente in piena pandemia dove i problemi di oggi si sommano a quelli cronici del passato, e dove lavoro, scuola, sanità, infrastrutture rappresentano il tallone di Achille di una società abbandonata da una classe politica inetta al suo incontrovertibile destino di arretratezza. Una società afflitta da una immensa solitudine, deturpata com’è dalla costante emigrazione giovanile, privata quindi di quella forza propulsiva che tanto avrebbe potuto dare al futuro e allo sviluppo economico del mezzogiorno. Una realtà meridionale matrigna che non sa abbracciare più i suoi figli ne proteggere i suoi anziani, segnata dal grigiore cupo di questi giorni di pandemia che come una cappa tende sempre più a soffocarla, una terra in cui la precarietà rappresenta l’aspetto normale del vivere quotidiano. Non ci sono più fremiti di passione comune, né collettività pensanti, né una opinione pubblica capace di organizzarsi, di esprimere dissenso in grado di contrastare seriamente il potere. La realtà ben nota a tutti e volutamente dimenticata, ci mostra un meridione in continuo affanno, fanalino di coda nei confronti delle regioni del nord, privo di infrastrutture, con ospedali poco dotati a fronteggiare l’emergenza pandemia. Le scelte ottuse della politica con i continui tagli al numero dei posti letto, la chiusura di interi ospedali, con la riduzione degli organici dei medici e del personale sanitario, hanno provocato nel corso degli anni solo scompenso ad una assistenza sanitaria già di per se precaria, rivolgendo il proprio operare non all’efficienza ma esclusivamente alla riduzione della spesa sanitaria, e spostando inoltre ingenti risorse verso il privato.     

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