Attualità e ricorrenze

(Giuseppe Di Maio) – Domani saranno 40 anni dal più disastroso terremoto italiano degli ultimi cent’anni. Terremoto d’Irpinia, una terra di colline dalle docili giogaie che dai monti Picentini degrada verso la Puglia. Qui allora si è consumato un disastro dalle proporzioni smisurate: in un minuto e mezzo le poche certezze dei suoi abitanti furono spazzate via come le falene dal lume. Ma non era la prima volta. Già 18 anni prima la terra ballerina aveva causato danni, e il tessuto economico e sociale aveva sussultato. Due scosse, due terremoti, dopo i quali l’Irpinia non è stata più la stessa.

Il medico e lo stregone, un film degli anni ’50 con un impareggiabile De Sica, tratteggiava alcuni aspetti tradizionali di queste zone interne. Descriveva una società arcadica e felice, ma non lontana dai problemi economici che ne avrebbero causato il declino. 15 anni dopo, Ettore Scola narrava lo scontro di civiltà tra una provincia ancora immersa nei valori contadini e il Fiat-Nam, la periferia di una Torino industrializzata. Ciò che invece ricordo io, è una regione interna la cui vita era segnata dai ritmi del lavoro agricolo, dagli onnipresenti parroci che organizzavano la vita sociale, e dagli sparuti riferimenti civili (il maestro, il medico, il farmacista…). Era il medioevo. E ancora di più per quei piccoli centri con una sola via d’accesso. Ci vollero due terremoti per farci uscire dalla nostra età di mezzo che pareva non dovesse finire mai.

Invece, dopo il terrore della prima ora, che dissotterrò le migliori energie collettive: la carità, la pietà, la solidarietà della gente, arrivarono i soldi. E prima dei soldi, i pacchi: gli aiuti in natura. Arrivare secondi in una gara all’accaparramento fu uno sport a cui pian piano parteciparono tutti, anche i più riottosi e schivi, anche i cosiddetti benestanti (ci voleva così poco allora a stare al di sopra della media povertà). E quel poco stava nelle montagne di pezze depositate presso i comuni, nei magazzini privati, negli spontanei centri di distribuzione che i diffidenti furgoni del nord allestivano ovunque. Ma, quando arrivarono i soldi, fu tutta un’altra storia.

I soldi del terremoto del ’62 avevano già dato il colpo di grazia alla società arcaica e contadina, e avevano spazzato via le residue classi dirigenti legate al censo agricolo, in una terra afflitta dalla scarsa fertilità del suolo e dall’eccessiva frammentazione della proprietà. Ma i valori tradizionali resistevano ancora. Ad esempio, era in auge allora il riscatto sociale attraverso l’accesso allo studio per le nuove generazioni. E gli studenti ricevevano una considerazione sociale di gran lunga superiore al loro successo scolastico. Fu l’epoca in cui nella vita dei piccoli centri si riversarono scampoli di cultura accademica, trasformandoli negli anni ’60 e ’70 in piccole Atene dagli intensi fermenti politici. Ma ogni stagione ha la sua fine, e il 23 novembre ’80 non fu solo l’inizio di un nuovo decennio, considerato in genere come quello della restaurazione, fu la fine di un mondo, travolto e percosso a morte dall’urto del consumismo e della società del Capitale.

Arrivarono i soldi, e nulla fu più come prima. La corsa al profitto diventò una passione generale, il guadagno fu in cima a tutte le preoccupazioni. La svalutazione dei valori tradizionali, e la mercificazione di quelli che restavano, distrussero la cultura autoreferenziale dei villaggi e costrinsero ogni suo aspetto nelle logiche mercatizie. Nonostante una legge a loro protezione, la distruzione dei centri storici fu l’effetto plastico di queste logiche che emancipò appetiti politici ed economici (persino il senso morale ed estetico) di ceti fino ad allora marginali e poverissimi. Dopo la ricostruzione, lo spettacolo che si prova nel guardare una piazza e le sue vie d’accesso vuote e disadorne – strutture senza utenza e senza vita sebbene fresche di posa in opera – è esattamente ciò che è successo alla società irpina. Decenni di corsa all’accaparramento privato hanno lasciato un tessuto collettivo senza trama, se non quello derivante dall’inasprimento inaudito della lotta di classe.

Due terremoti, ma specialmente quest’ultimo, che hanno provocato una rivoluzione sociale, che ci hanno costretto a diventare moderni, forse a diventare adulti. Una tabula rasa da cui stenta a ripartire un tessuto produttivo tradizionale, con i prodotti della terra tutti di nicchia, e le poche attività artigiane dagli intenti artistici. Nei primi due decenni parve esserci un momentaneo e leggero ritorno a ripopolare i nostri borghi, ma in quelli che seguirono fiorì solo un’enfasi paesanistica, con uno sterile interesse elegiaco attorno alle quattro pietre travolte dai soldi della ricostruzione. Ora ci si augura che terremoti non ne vengano più, almeno non così disastrosi, sebbene le insidie della natura non siano finite. Non il sottosuolo ma la biosfera ci costringe oggi a fronteggiare un’emergenza con esiti pericolosi quanto quelli di quarant’anni fa. E la lezione che abbiamo ricevuto allora, possa almeno servirci oggi durante e dopo la sciagura di questa pandemia.

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