Fermato il blitz per salvare i pescatori dai miliziani libici

(panorama.it) – «Comandante, state tranquilli, fra poco, 20 minuti, massimo mezz’ora, arriva l’elicottero. Mi hanno detto da Roma, al telefono satellitare, dopo le 23 del primo settembre. Ho ancora il numero da dove è partita la comunicazione” conferma a Panorama, Giovanni Giacalone. Nella notte del disastro libico, che ha portato al sequestro
di 18 pescatori di Mazara del Vallo, era a bordo dell’Aliseo, uno dei pescherecci fuggiti in tempo. La nave della Marina militare, Durand de La Penne, allertata un’ora e mezza prima, alle 21.35, si trova 115 miglia a Ovest. A bordo un
elicottero AB-212 Asw è in grado di intervenire in meno di due ore per liberare i pescatori sequestrati dai miliziani libici del generale Khalifa Haftar. Alla ne, si decide di non farlo preferendo la soluzione diplomatica, che langue, con i 18 pescatori detenuti a Bengasi da 70 giorni.

Chi ha dato l’ordine? Gli armatori siciliani coinvolti, i pescatori scampati alla cattura e chi ha partecipato alla gestione della crisi nella notte fra il primo e 2 settembre raccontano a Panorama che fino alle 23 – 23.30 la Marina «stava intervenendo». Poi cosa è accaduto e fino a quale livello sono stati informati i vertici politici? Dalla Difesa rispondono che «il Ministro (Lorenzo Guerini nda) è stato informato a evento concluso dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, alle ore 8.00 del 2 settembre». In pratica a giochi fatti, un dettaglio sorprendente e abbastanza grave tenendo conto della delicatezza politica del caso. La Marina scarica la responsabilità su se stessa: «La decisione è stata presa dal comandante in mare (di nave Durand de La Penne nda), vista la situazione tattica in atto e condivisa con i vertici della Marina» rivela la forza armata.

Panorama ha ricostruito gli eventi sfociati nel disastro libico con due pescherecci di Mazara sequestrati e 18 marittimi (otto italiani, sei tunisini, due senegalesi e due indonesiani) nella mani di Haftar, che ha il dente avvelenato con l’Italia.

PRIMO SETTEMBRE, L’INIZIO DEL DISASTRO LIBICO
Il primo settembre i pescherecci Medinea e Antartide sono da qualche giorno nella zona del gambero rosso a una quarantina di miglia da Bengasi. Acque internazionali, ma all’interno dell’area di 74 miglia decisa unilateralmente da Tripoli come Zona di pesca esclusiva. Il tratto di mare è affollato con 9 pescherecci italiani. Una piccola motovedetta del generale Haftar, comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico in guerra con il governo riconosciuto di Fayez al Serraj osserva da lontano la flottiglia. Nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in visita in Libia incontra il premier di Tripoli e come sempre fa spola dall’altra parte della barricata, in Cirenaica, feudo di Haftar. Questa volta, però, snobba il generale e incontra Aguila Saleh, presidente del Parlamento di Tobruk, che sta offuscando il potere del generale.

L’Italia, in un recente passato, ha sempre trattato con i guanti Haftar. Nel novembre 2018 il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aveva addirittura mandato un aereo dei servizi segreti a prenderlo a Bengasi per portarlo con il tappeto rosso alla conferenza sulla Libia di Palermo. Poi il generale ha assediato Tripoli ed è stato sconfitto, ma rimane ancora forte in Cirenaica. Per questo snobbarlo può essere pericoloso. Verso sera del primo settembre i libici della
piccola motovedetta fanno riferimento via radio a «Italia, Italia» e scatta il sequestro.

ORE 21, I DUE LIBICI ARMATI SUL GOMMONE
Poco prima delle 21 la vedetta libica mette in mare un gommone con due miliziani armati, che raggiungono i pescherecci siciliani. E sparando in aria si fanno consegnare i comandanti di 4 imbarcazioni (in un caso non si tratta del capitano) ordinando agli equipaggi di seguirli verso Bengasi. «Potevano prenderci tutti, ma erano pochi. Due sul gommone e due sulla motovedetta. Era piccola di 10-12 metri» ricorda Giacalone. I libici non hanno forze sufficienti per salire a bordo dei pescherecci e assumere il controllo. Gli equipaggi possono comunicare liberamente e danno subito l’allarme agli armatori a Mazara del Vallo, che a loro volta prendono contatto con la capitaneria locale e a Palermo.

ORE 21.26: ROMA LANCIA L’ALLARME
Il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo della Guardia Costiera a Roma riceve l’allarme alle 21.26 e lo rilancia alla Marina militare. Alle 21.35 arriva il primo messaggio a bordo del cacciatorpediniere lanciamissili Durand de La Penne, una nave di 5400 tonnellate di stazza, 147 metri di lunghezza e 377 uomini a bordo. L’unità prende il nome da un’eroe della seconda guerra mondiale, che ha sfidato gli inglesi ed è stata impiegata all’inizio
delle operazioni anti pirateria al largo della Somalia. La nave fa parte della missione Mare sicuro, che ha il mandato di garantire la «sorveglianza e sicurezza marittima nel Mediterraneo centrale». Il Durand de La Penne si trova 115 miglia ad ovest rispetto ai pescherecci in pericolo.

L’ELICOTTERO
Secondo fonti della Marina, la prima informativa, parla di «libici a bordo dei pescherecci», ma non è così. Tutte le testimonianze dei pescatori scampati al sequestro concordano che i miliziani non sono mai saliti sui pescherecci. E non l’avrebbero potuto fare essendo solo quattro. Nave Durand in pieno assetto prevede due elicotteri, ma il primo settembre è imbarcato solo un AB-212 Asw, che ha un’autonomia di tre ore e 30 minuti con una velocità massima di
240 chilometri orari. La versione della Marina è che «la possibilità di intervento della nave, anche attraverso l’eventuale impiego del solo elicottero, sono state precluse sia dalla distanze in gioco, sia dalla dinamica dell’evento». In realtà di fronte alle domande di Panorama la fonte della Marina deve ammettere che «l’elicottero ha bisogno di
60 minuti per l’approntamento e avrebbe impiegato altri 60 minuti per arrivare sul punto» del sequestro. In tutto due ore e i tempi combaciano con le assicurazioni ricevute dagli armatori e dal comandante Giacalone. «Fino alle 23 – 23.30 mi hanno sempre garantito che la Marina stava intervenendo con l’elicottero. Hanno chiesto anche la posizione e i numeri di satellitare. Avevamo rassicurato gli equipaggi e chiesto che rallentassero il più possibile proprio per attendere l’intervento» spiega Marco Marrone, armatore dei pescherecci sequestrati. Gli operativi che hanno seguito fin dall’inizio la crisi confermano che la Marina ha subito valutato l’utilizzo dell’elicottero. La visibilità grazie alla luna è a giorno ed i pescatori in mare scambiano addirittura le luci delle stelle per quelle dell’atteso mezzo di soccorso, che poteva imbarcare incursori del Comsbubin o fucilieri del reggimento San Marco con l’obiettivo di fare desistere i pochi miliziani libici della motovedetta. La testimonianza del comandante Giacalone che poco dopo le 23 viene informato da Roma dell’arrivo dell’elicottero in 20 minuti conferma che sarebbe stato già in volo. La Marina smentisce, «non è
mai decollato», ma è un dato di fatto che poteva raggiungere i pescherecci in tempo.

IL BUIO DELLE COMUNICAZIONI E «IL LIVELLO DIPLOMATICO»
Verso mezzanotte del primo settembre inizia a calare un inspiegabile silenzio, anche se le rarefatte comunicazioni
continuano ad assicurare invitando gli armatori a stare tranquilli. «Non siamo intervenuti per non mettere in pericolo i pescatori» spiega a Panorama una fonte della Marina. In realtà il primo settembre solo 4 pescatori sono a bordo della motovedetta libica. A bordo dei due pescherecci, nessun miliziano tiene sotto tiro gli equipaggi, costretti a dirigersi verso Bengasi, che avrebbero potuto essere facilmente scortati dall’elicottero verso nave Durand, fuori pericolo. Non solo: l’unità sarebbe arrivata in 5-6 ore con i pescherecci ancora in mare. E i quattro libici a bordo della motovedetta avrebbero avuto ben poca voglia di minacciare gli ostaggi con le armi puntate dagli specialisti della Marina a bordo dell’elicottero. Nella peggiore delle ipotesi sarebbero stati portati a Bengasi solo quattro pescatori e non 18 con due imbarcazioni. Nel 2015 proprio gli incursori del Comsubin partiti da una nave della missione Mare sicuro hanno liberato il peschereccio siciliano Airone sequestrato al largo di Misurata con tanto di miliziano libico a bordo. Il 7 novembre la fregata Martinengo, nel Golfo di Guinea, ha lanciato proprio un elicottero con una squadra di fucilieri di Marina per far desistere i pirati che avevano attaccato un mercantile. L’equipaggio era chiuso nella cittadella, una camera di sicurezza, ma a bordo dei pescherecci al largo della Libia non c’era alcun miliziano e i marittimi potevano tranquillamente comunicare via radio e satellitare. Dopo l’una di notte il Centro di coordinamento della Guardia costiera, su input della Marina, informa gli armatori che la crisi «è passata a livello diplomatico» e che si sta attivando l’ambasciata italiana a Tripoli. Non è chiaro chi prenda la decisione nel cuore della notte. Più tardi, alle 2.35, Marrone riceve l’ultima chiamata, che conferma la via diplomatica. Una scelta che segna il destino di prigionia in Libia dei pescatori, non ancora arrivati in porto a Bengasi. Nel Mediterraneo abbiamo schierato in quattro diverse operazioni (Sea Guardian, Mare sicuro, Standing naval forces, EunavforMed Irini) 1801 uomini, 10 navi da guerra, un sottomarino, 13 mezzi aerei per un costo annuale complessivo di 131,5 milioni di euro. E non siamo stati in grado di intervenire per liberare i pescatori.

CHI HA DATO GLI ORDINI?
La domanda principale è chi ha dato gli ordini di non intervenire militarmente e di passare alla via diplomatica? La Difesa dichiara a Panorama che «nelle decisioni del livello tattico e operativo non è mai coinvolta l’autorità politica e tutto resta connato nell’ambito dell’area tecnico-operativa del Dicastero. Le comunicazioni riguardanti eventi di rilievo sono inviate sotto forma di “report” lungo la linea di Comando ed eventualmente rese disponibili all’autorità politica dopo il verificarsi degli eventi». In pratica Guerini la notte del primo settembre ha dormito sonni tranquilli, non sapeva nulla e a restare con il cerino in mano sono i militari. In situazione ben meno delicate e drammatiche il ministro, al
contrario, è stato informato prima per ottenere l’avallo politico. La Marina conferma che la decisone di non intervenire è stata presa dal comandante di nave Durand e condivisa dai vertici della forza armata. Molto strano che non sia stato coinvolto il Coi, Comando Operativo di vertice Interforze e il capo di stato maggiore della Difesa. Per di più la decisione diplomatica di attivare l’ambasciata italiana non è stata presa dalla Marina. Se il ministro della Difesa ha saputo tutto il giorno dopo, con i pescatori già detenuti a Bengasi, il ministro degli Esteri e Palazzo Chigi sono stati anche informati a cose fatte? Le responsabilità del mancato blitz ricadono solo sugli operativi e nessun vertice politico ha avallato le decisioni del disastro libico? Se fosse veramente così, il governo non avrebbe il controllo delle crisi più gravi, fin dall’inizio, quando si possono sventare prima che sia troppo tardi, come la detenzione dei 18 pescatori in Libia.

Categorie:Cronaca, Inchieste, Interno

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3 replies

  1. debole ricostruzione e valutazione del pericolo, lavoro a tavolino fatto comodamente seduti in ufficio o direttamente in smart working

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  2. Una soluzione sarebbe stata quella di fucilare direttamente i marinai libici, fissandone le teste mozzate sulle antenne della loro vedetta, filmare il tutto e:
    – sequestrare l’imbarcazione in modo da incrementare la Marina Militare di un’unità
    – vendere ad Al Jaziirah il filmato, guadagnandoci su un po’ di soldarielli
    – minare le acque considerate libiche, così ci togliamo anche il pensiero dei “negher” migranti
    – smetterla di raccontare storie ricostruite “ad capocchiam”

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  3. Sì che sono preparati i nostri marinai se han bisogno di 60 minuti per far decollare un elicottero in zona di allerta. Complimenti, siamo (anzi, sono, i nostri pescatori) come sempre in buone mani

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