Chiusure alle 18, spostamenti e scuola: i tre nodi della stretta

COVID-19 – IL NUOVO DPCM SALVA-NATALE – CONTE ABBANDONA LA CAUTELA E OGGI FIRMERÀ IL DECRETO CHE DURERÀ PER UN MESE: I PRESIDENTI CHIEDONO PIÙ FLESSIBILITÀ SUI RISTORANTI E PIÙ DAD PER GLI STUDENTI

(di Luca De Carolis e Paola Zanca – Il Fatto Quotidiano) – Non è bastata una giornata intera per chiarire i contorni della nuova stretta in cui l’Italia piomberà da domani. Nonostante abbiano cominciato a riunirsi alle 6.30 di mattina per rubare le ore all’emergenza, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i ministri a sera non erano ancora in grado di chiudere il testo del dpcm, dopo il consueto passaggio tra le forche caudine dei governatori. Troppe incognite ancora da sciogliere, a cominciare dal divieto di spostamento tra Regioni, osteggiato ormai solo da Liguria, Abruzzo e Trentino. Ma anche la chiusura dei locali alle 18, considerata una misura troppo drastica dai presidenti, a cominciare da quello dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, che lo ha detto così: “Serve un impianto di norme congrue e coerenti, altrimenti certe misure non riusciremo a farle accettare. E comunque vanno prestabiliti ristori adeguati”. E c’è anche il tema della didattica a distanza, che il governo propone al 75 per cento per le superiori e che invece molti governatori – il campano De Luca, l’umbra Tesei, ma non solo – vorrebbero totale. “Anche per le università” scrive il presidente della Conferenza delle Regioni Bonaccini, nelle sue controproposte al governo. In cui chiede di far slittare alle 23 la chiusura per i ristoranti che abbiano il servizio al tavolo e alle 20 quelli dei bar, eliminando anche la chiusura domenicale prevista dal dpcm. Mentre le Regioni sono favorevoli alla chiusura dei centri commerciali.

Misure che si definiranno tra la notte appena passata e questa mattina, ma che di certo segnano un punto nella discussione dell’ultima settimana: Conte può ancora permettersi di non usare la parola lockdown, ma la realtà gli assomiglia parecchio. E il premier che voleva aspettare, oggi è pronto a spiegare che la “nuova strategia” è rinviata a data da destinarsi. Perché di fronte al virus che è tornato, non c’è altro da f are che chiudere la porta. Così, almeno fino al 24 novembre, #restateacasa, come questa primavera. “Serve a permetterci di passare il Natale insieme”, è lo zuccherino che passa il ministro Luigi Di Maio.

Infatti, nonostante le residue perplessità del presidente del Consiglio, che ancora venerdì predicava cautela, il nuovo dpcm ha preso rapidamente forma, a soli cinque giorni di distanza dall’ultimo firmato. E stavolta non è il “brodino caldo”, per dirla con il Pd, che aveva già espresso le sue remore sulla mancata stretta di lunedì scorso. Stavolta vince la linea dura, nonostante ancora ieri il presidente della Repubblica in un messaggio inviato alla confederazione degli artigiani e dei piccoli imprenditori avesse voluto trasmettere “fiducia nella nostra capacità di affrontare questo momento cruciale con scelte e comportamenti che consentano di puntare alla ripresa della crescita, contenendo i contagi ed evitando costi ancor più elevati per la società intera e ciascuno di noi”. Invece la ripresa della crescita subisce un altro colpo ferale e si torna a cercare fondi per “ristorare” chi verrà di nuovo colpito dalla serrata. Oltre agli orari di chiusura e alla scuola, con i governatori è stato scontro anche su questo. “Sono tutte attività essenziali”, dice il ligure Giovanni Toti protestando contro lo stop a palestre e piscine; il calabrese Spirlì si lamenta per cinema e teatri, off limits anche quelli, mentre il lombardo Attilio Fontana ha l’impressione che le restrizioni siano “più ideologiche che concrete”.

In ballo, per usare le parole del ministro per i rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, c’è la “tenuta sociale del Paese”. Dopo i fatti di Napoli, ieri sera a Roma un’altra piazza convocata in nome di un fantomatico “popolo” che vuole “libertà”. Segnali che preoccupano tutti i partiti. E che ieri hanno spinto De Luca a chiedere aiuto al governo per rafforzare l’ordine pubblico dopo le 23, l’orario da cui scatta il coprifuoco in Campania. Ieri il premier ha sentito i leader dell’opposizione per pre-annunciare la stretta. Ed è a loro che ha spiegato che sul tavolo del governo c’è anche l’ipotesi di limitare gli spostamenti tra regioni. Il ministro Francesco Boccia ha però spiegato che quest’ultima restrizione, la più vicina al lockdown anche da un punto di vista simbolico, potrebbe entrare in un prossimo provvedimento e non nel decreto che firmerà oggi il presidente del Consiglio. Di certo per lo stop agli spostamenti liberi tra regioni spinge il capodelegazione del M5S, il Guardasigilli Alfonso Bonafede. Ma la maggioranza è stanca e abbastanza agitata, con Italia Viva che già alza la voce contro la chiusura delle palestre e borbotta su quasi tutto. Per questo in tarda serata Conte riunisce di nuovo i capidelegazione, cercando un punto di caduta definitivo. Mentre da fuori il centrodestra già protesta contro le restrizioni.

1 reply

  1. il centrodestra protesta su qualunque cosa, mai una esternazione di solidarietà o una lista di proposte sensate a fare da contraltare a quelle governative.
    Dei provvedimenti accennati quello che mi addolorerebbe di più, senza voler minimizzare sulle mazzate che cadranno in testa a tante categorie economiche, riguarda la chiusura delle scuole.
    Il Paese ha un dannato bisogno “di Istruzione “. Rovinare un altro anno scolastico sarebbe devastante e non garantirebbe un bel niente sul calo dell’infezione. I ragazzi non rimarrebbero a casa lo stesso ed anzi potrebbero darsi ad altri motivi di aggregazione molto più pericolosi per la diffusione dell’infezione.
    E poi le lezioni a distanza: con quale percentuale di discenti e docenti si potranno sufficientemente svolgere. Quanti istituti, su tutto il territorio sono adeguatamente attrezzati per tale evenienza. Non tutti immagino. Si creerebbero delle discrepanze formative difficilmente colmabili e accettabili. E questo per il secondo anno di seguito.
    Si rischia di andare così verso un danno culturale enorme per milioni di ragazzi senza la certezza di un riscontro positivo per la salute pubblica. Almeno, se fossero assolutamente indispensabili, che durassero, questa volta veramente, poco.

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