La quarantena bis è alle porte (forse) e gli ex sono già al citofono

(Simonetta Sciandivasci – ilfoglio.it) – Non ci chiediamo più come ne usciremo. Forse perché abbiamo capito, o semplicemente accettato, che ci siamo dentro fino al collo, e che forse anziché uscire continueremo a entrare, di porta in porta come Alice, e di dolore in dolore, ché così è la vita, non si esce da niente, ci si trasforma e basta, la malattia e la morte questo sono, trasformazioni. E invece no. Non ci chiediamo più come ne usciremo per scaramanzia, previdenza, paura.

Barcolliamo, meriggiamo, temporeggiamo. Soprattutto, ci scindiamo. Alcuni di noi credono che il coronavirus sia una scia chimica, altri che sia una frottola, altri che sia una manna, altri ancora che sia la sola cosa che è al di là di ogni ragionevole dubbio: un virus. Siamo scissi anche dentro di noi, dove il mascara non cola, e pare ci sia l’anima: una parte di noi non si rassegna, rivuole la vita di prima, è certa che l’avrà, beffeggia i virologi – è la parte di noi che ci fa dimenticare la mascherina quando usciamo di casa, e ci fa ricordare che dovevamo prenderla molti chilometri dopo aver chiuso il portone, non appena vediamo un’anziana addormentata o forse morta su una panchina, con la faccia coperta da una chirurgica che forse è un burqa. La parte boomer di noi, gaudente, spavalda, affamata e folle. L’altra parte di noi teme il ritorno del virus, non esclude il secondo lockdown, comincia a declinare gli inviti a cena fuori, di notte consulta i dati dei contagi, di nascosto, come i maschi sposati i risultati del Fantacalcio. E’ la parte millennial di noi, quella ligia, bigia, accorta, inappetente e razionale, quella che ci fa dire, alla fine di ogni conversazione, “sempre se non ci chiudono”. E’ tutto un ci rivediamo l’anno prossimo, se non ci chiudono; a Pasqua andiamo a Mosca, se non ci chiudono; a settembre mi metto a dieta, se non ci chiudono. Auspichiamo democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni. Circospetti ci muoviamo e cominciamo ad attrezzarci, non vogliamo farci trovare impreparati, se verrà la quarantena bis non avrà i nostri occhi.about:blank

Chiamiamo l’ex. Anzi, non lo chiamiamo ancora, non vorremmo che s’insospettisse, che pensasse che, per noi, lui/lei/eccetera non è che un bene rifugio, un porto, un albergo, un asilo. Cominciamo appena appena a ripalesarci, circumnavighiamo l’Instagram del malcapitato, un giorno ne guardiamo le stories e un giorno no, un giorno mettiamo un cuore a una foto, e sette giorni no, ogni tanto gli scriviamo un WhatsApp, mentre accarezziamo persino l’ipotesi di spedirgli una cartolina.

Il malcapitato abbocca, o forse no, chissà, per ora osserva, riceve, accoglie, placidamente acconsente e, sempre lusingato, talvolta replica. Del resto, il malcapitato fa la medesima cosa, con le fidanzate delle medie attualmente emigrate a Toronto, o a Copenaghen, o domiciliate per ragioni professionali in una qualche steppa.

Nel primo lockdown abbiamo tutti scritto ai nostri passati amori, e viceversa. Per giorni, settimane, mesi. Tra una fase e l’altra, alcuni sono quasi stati sul punto di rivedersi, ma poi per evitare d’incorrere in sanzioni o imbarazzanti conversazioni con la polizia, hanno lasciato perdere e si sono accontentati di andarsene in cantina a videochiamare il primo amore. In quelle cantine, molti hanno giurato a quei fantasmi di averli sempre amati, voluti, desiderati, e quelli ci hanno creduto, perché ai revenant si crede sempre, specie quando il mondo sembra spacciato, e per strada non c’è che il vento, e dire a tutti ti amo, ti ho sempre amato, è una specie di automatismo animale, un battito che batte come non ce n’è. In quelle cantine, molti hanno preso appuntamento coi fantasmi per il post covid, per una cena, un fine settimana a Praga, ah no, Praga non si può, facciamo Ostuni, ah no, a Ostuni ci sarà di certo la RAI, metti che finiamo intervistati da un inviato di Franco Di Mare che ci chiede come sta andando questa ripresa della normalità, poi che cosa dici a tua figlia, evitiamo la Puglia dai, incontriamoci a Pescara, portami a Pescara e dimmi che non vuoi morire.

Naturalmente, quando Conte ci ha detto che potevamo andare ovunque con chiunque, purché con moderazione e dentro il paese, scappare a Pescara ci è parsa una pessima idea, il nostro ex ci è ritornato in mente per quello che davvero era, e cioè un fesso che ci diceva continuamente di stare calme e che lasciava che sua madre ci accusasse di qualsiasi cosa, pure di aver otturato il cesso coi capelli, quindi abbiamo smesso di rispondergli al telefono e lo abbiamo abbandonato e non ci siamo curate nemmeno di spiegargli perché, e non che lui se ne sia crucciato, per lui era la stessa cosa, e che regalo gli abbiamo fatto a levargli il disturbo di doverci dire che a Pescara proprio non ci poteva venire, e sperava di incontrarci tra vent’anni, avrebbe di certo riconosciuto i nostri occhi neri tra milioni di occhi neri, belli più di ieri, ma per adesso no, non ce la faceva, aver superato indenne la quarantena gli aveva fatto capire i veri valori della vita, e quanto amasse sua moglie. Le famiglie italiane hanno brillantemente superato la temibile prova della cattività domestica, l’Istat lo ha fatto sapere con tono congratulante, e l’italiano, l’italiano vero sa che il merito di quella tenuta è stato come sempre il fatto che ci si è potuti amare con i propri amanti nella maniera migliore: senza mai vedersi, avendo sempre la validissima giustificazione di non potersi raggiungere perché vuoi pure che paghi una multa alla polizia, e se poi sono contagiato, e se sono asintomatico?! Dagli amanti abbiamo preso tutti il meglio: il trastullo e non l’obbligo. Quanto relax ci ha dato, eravamo così in pace che non abbiamo neanche litigato con i vicini.

E perché mai perdere tutta quella benefica distanza, quando il governo ci ha liberati? Come siamo stati bene isolati, con i vecchi amori clandestini e ritrovati in tasca e quelli leciti di fianco, o in cucina a panificare. Cos’altro potevamo volere? Tutto il resto, naturalmente. E quindi a lockdown finito e virus non più percepito ci siamo detti che eravamo forse immortali e perché mai avremmo dovuto tornare dagli ex, l’usato sicuro ce l’avevamo già a casa, e allora abbiamo trascorso la nostra estate italiana insieme a zii, prozii, bisnipoti, cugini, affini, acquisiti, molti dei quali loquaci e volgari e brutti, ma questa volta, siccome il lockdown ce li ha fatti odiare dentro e amare fuori, e il fuori vince sempre sul dentro, li abbiamo anche infilati nelle nostre Instagram stories, che quell’ex sedotto e abbandonato ha guardato, sospirando, talvolta piangendo, capendo che siamo dei miserabili, e che non vogliamo andare né a Pescara né a Bora Bora, né a cavallo sulle sponde dell’Aniene: vogliamo starcene a casa nostra, a sognare di essere altrove, possibilmente su Telegram con un amore passato, illudendolo di rivolerlo indietro. E concederci, naturalmente, qualche immersione su Tinder, qualche nuova caccia, da semidei quali abbiamo dimostrato di essere. 

Se la quarantena bis tornerà chi l sa, ma l’ex che se l’è filata in Sardegna con quella che ha sposato, dopo averci raccontato per tre mesi di non avere più alcuna intenzione di sopportarla, e ti giuro amore mio non appena questo virus si leverà di torno io verrò a prenderti, non ho più intenzione di sprecare la mia vita, ora che ho capito che potrei morire per uno starnuto, e che in fase tre s’è volatilizzato, eccolo riemergere, abbronzato e nefasto, pronto a dirci che spera tanto che ci sarà un altro lockdown, così potrà tornare in ginocchio su Zoom, per noi e soltanto per noi, che naturalmente gli diremo ancora un altro sì. 

Non ne siamo usciti mai, replicheremo forse lo stesso copione, ma meglio, con qualche accortezza in più, suvvia, ora che abbiamo maturato una certa esperienza in vita quarantenata vuoi che non ce la godremo ancora di più. Lo scrittore Errico Buonanno ha scritto che non immagina come potremo rifare tutto come lo abbiamo fatto e anzi secondo lui, se ci chiuderanno di nuovo, nessuno vorrà starsene a casa, tutti diranno che il governo esagera e vuole spaventarci, e lui sarà il solo a rintanarsi, con le scorte di lievito, a ricordarsi di quando ce la facevamo sotto. Può darsi. Intanto, il temibile revenant già ci aspetta sotto il portone. Non vuole niente, neppure che scendiamo giù, per carità, e vuole tutto. 

Categorie:Cronaca, Editoriali, Interno

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