La fase zer: “Allarme pediatri, dottori di famiglia e guardie mediche”

LOMBARDIA – LA DENUNCIA DEI CAMICI BIANCHI: “LA SANITÀ QUI È DA RIPENSARE E RIORGANIZZARE”

(di Natascia Ronchetti) – Un primo risultato lo hanno incassato, dopo la lettera-denuncia con la quale all’inizio di aprile hanno messo in fila i sette errori commessi dalla Regione Lombardia nella gestione dell’emergenza Covid. Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo, e Gianluigi Spata, presidente della federazione regionale degli ordini, sono stati chiamati a far parte del comitato tecnico-scientifico che affianca la giunta guidata da Attilio Fontana. L’invito è arrivato direttamente dall’assessore al Welfare Giulio Gallera, dopo un aspro botta e risposta e una inevitabile scia di polemiche. Della serie: dopo lo strappo una ricucitura che è di fatto anche l’implicita ammissione, da parte della Regione, che probabilmente l’elenco delle criticità stilato dai medici ha colto nel segno. “Ben contenti di partecipare”, dice ora Spata, precisando che anche “se a noi non spettano certo le decisioni politiche la medicina territoriale va rivista. Oggi facciamo soprattutto triage telefonico ma dobbiamo riprendere in mano il nostro lavoro, per esempio puntando sulla telemedicina per il monitoraggio dei pazienti: pensiamo naturalmente ai pazienti Covid ma anche a chi ha patologie croniche”.

Tutto risolto? Non proprio. Le doglianze restano lì, sul tavolo del comitato, intorno al quale è stato chiamato a sedere anche un rappresentante degli ordini infermieristici. E si va dalla mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia, legata all’esecuzione di tamponi solo sui pazienti ricoverati (con sottostima del numero dei malati e dei decessi), alla mancanza di dispositivi di protezione individuale per i medici di famiglia. Per arrivare alla quasi totale assenza delle attività di igiene pubblica, a partire dall’isolamento dei contatti e ai tamponi sul territorio. “In fondo qualcosa l’abbiamo ottenuto – dice Marinoni –. La Regione ha emesso una circolare che stabilisce l’esecuzione del tampone per chi, malato e in isolamento domiciliare, deve rientrare al lavoro: senza, non può essere riammesso. Bene. Solo che ci deve essere una dotazione sufficiente di tamponi che adesso non c’è. A Bergamo, per esempio, l’Ats riesce a farne solo 350 al giorno”. L’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna – primo istituto incaricato di fare le analisi dal ministero della Salute all’inizio dell’emergenza – analizza 2.200 campioni al giorno nella sede di Brescia, altri 800 a Pavia, 2.500 dei quali provenienti dalle aziende sanitarie della sola Lombardia. “Le forniture però sono agli sgoccioli – spiegano dall’istituto –. Speriamo di poter chiudere un accordo con una azienda la prossima settimana”. Eppure il test è necessario farli a tutti coloro che, ammalati a casa, finiscono la quarantena, anche per tracciare gli eventuali contatti, osserva Samuele Astuti, consigliere regionale del Pd: “L’assessore Giulio Gallera in commissione Sanità ci ha detto che siamo arrivati a 11mila tamponi al giorno. Sono pochissimi: e questo a cinquanta giorni dall’emergenza. E rammento che appena scattato il contagio tutta l’attenzione della Regione era sui ventilatori, per chi era in ospedale, e non sui tamponi”.

Sul fronte della medicina territoriale, come denunciato dai medici e dalle opposizioni, la Lombardia è debolissima, a causa del forte spostamento dell’attenzione sugli ospedali a scapito del territorio (medici di famiglia, pediatri, guardie mediche). “È mancato del tutto un coordinamento della medicina territoriale, anche come supporto ai sindaci per l’identificazione dei soggetti a rischio perché entrati in contatto con persone Covid”, prosegue Astuti. Quanto alle Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale, la Regione è in ritardo anche su questo. Costituite da medici per l’assistenza a domicilio dei pazienti Covid, dovrebbero essere una ogni 50mila abitanti. In Lombardia ce ne dovrebbero essere almeno duecento, mentre fino ad ora ne sono state attivate solo 44. E la scarsa attenzione al territorio, nonostante il lieve allentamento della forte tensione sulle terapie intensive, non autorizza a escludere che la pressione non possa aumentare nuovamente, come ha spiegato al Fatto, pochi giorni fa Antonio Pesenti, primario al policlinico di Milano e coordinatore di tutte le terapie intensive della Lombardia. “Oggi l’unico cambiamento che potrebbe fare la vera differenza sarebbero le dimissioni di Gallera – dice Marco Fumagalli, consigliere regionale dei 5stelle –. Non è riuscito nemmeno a far partire i presidi sanitari socio-territoriali previsti dalla legge di riforma del 2015. Legge sperimentale che peraltro non ha funzionato”. Qualche buona pratica comunque c’è. A Bergamo una cooperativa di medici (Iniziativa medica lombarda, che associa 900 camici bianchi), ha siglato un accordo con l’Ats per fare da tramite tra i contagiati e l’azienda sanitaria per il trasferimento in un hotel Covid.

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