(Anna Foa – lastampa.it) – La grande novità del voto in Israele è stata la forte adesione al voto dei palestinesi e il raddoppio dei seggi ottenuti dai partiti arabi, 19 invece che 10 nelle precedenti elezioni. Non pochi ebrei hanno, in realtà, votato per i partiti arabi, e non è una novità di oggi, ma non può essere negato o minimizzato il fenomeno del voto massiccio dei palestinesi – i cittadini di Israele, oltre due milioni, perché la maggior parte degli abitanti di Gerusalemme Est non possono votare alle politiche, non sono cittadini ma residenti, e i palestinesi dei territori occupati non godono di alcun diritto politico. Le conseguenze politiche di questo voto sono chiare a tutti: se i partiti di opposizione, il blocco del cambiamento come viene chiamato, si uniranno in qualsiasi modo, nel governo o dall’esterno, ai partiti arabi, Netanyahu sarà da subito sconfitto. Altrimenti, resterà in sella, determinato a nuove guerre, a nuovi massacri, a nuove annessioni, a nuovi attacchi alla democrazia.

Ma non è questo che mi sollecita a scrivere, bensì la domanda di cosa ci sia dietro questo voto palestinese, il voto di un quinto della popolazione. Un voto che ora si discute se conti o non conti, se può o meno servire a spodestare Bibi e a far ripartire il Paese. Cosa spinge queste lunghe file di uomini e donne, con i bambini aggrappati alle gambe e il velo, a votare, cioè a compiere un gesto politico fondamentale di partecipazione e di protagonismo politico? Quello, insomma, che Netanyahu ha definito come il fatto che gli arabi stavano rubando le elezioni agli ebrei? Un articolo pubblicato ieri su Haaretz lo spiega, almeno in parte. È la confessione di una giovane donna palestinese che vota per la prima volta perché fino a quel momento ha aderito al boicottaggio del voto promosso da una grande parte dei cittadini palestinesi per non avallare l’idea di un’Israele democratica, per non fare la ciliegina sulla torta diremmo. Questa volta, guardando le lunghe file in coda per il voto, decide di votare anche lei. È combattuta e piena di dubbi, ma vota.

Che cosa rappresenta il suo voto? Innanzitutto, la sua partecipazione alla politica del paese di cui è cittadina, una partecipazione che ci immaginiamo combattiva e decisa a trasformarlo e a distruggerne la violenza, il razzismo, il suprematismo. Non un adeguamento, quindi, ma la partecipazione ad una battaglia civile che ha in comune con altri cittadini, ebrei o palestinesi. Poi, un gesto di fiducia. È una scelta coraggiosa, da parte sua, avere fiducia, dopo quello che è successo e continua a succedere, come sarebbe una scelta coraggiosa da parte degli israeliani ebrei avere fiducia nei loro concittadini palestinesi. Con questo voto, l’hanno compiuta i palestinesi, questa scelta, non la stanno compiendo quegli israeliani che rifiutano i voti arabi come se non esistessero. Mossi dalla paura, certo, ma anche da un altro sentimento ancor meno degno che possiamo chiamare “razzismo”.

Ecco, se mi si dice che tutti i palestinesi, non solo Hamas, vogliono la distruzione di Israele, rispondo dicendo che questo voto a me sembra un ramoscello d’ulivo porto agli ebrei israeliani in vista di una riconciliazione.

In vista non significa oggi, né domani. Questi percorsi sono lunghi, ma a volte si compiono. Ma richiedono che la fiducia sia accolta. Ha ragione Netanyahu a dire che una situazione simile non si ripeterà, che i palestinesi non andranno una seconda volta in massa a votare, se le elezioni si ripeteranno. Perché significherebbe che averlo fatto non ha contato, che tutti i partiti dell’opposizione, tranne quello di Yair Golan, autore di un bell’appello, pur tardivo, ad allearsi con i partiti arabi, non li contano, non li vedono, non li considerano cittadini. Certi miracoli non si ripetono. E l’autrice palestinese di quell’articolo deciderebbe definitivamente di non andare mai più a votare.