
(dagospia.com) – Insomma, che succede in Israele? Dopo la “non sconfitta” di Netanyahu, restano sono tre scenari plausibili (più uno). Il risultato clamoroso dei partiti arabi (19 seggi) ha agitato molto “Bibi”, che non a caso sta cavalcando l’indagine sulle “interferenze” qatarine per scongiurare l’ipotesi di un’alleanza dei “palestinesi” di Israele con il blocco di Eisenkot.
Un’eventualità che comunque al momento appare altamente improbabile, visto che lo stesso Eisenkot ha negato un’alleanza con gli arabi per tutta la campagna elettorale, e ha parlato esplicitamente di una coalizione “sionista” (mentre Ra’am di Mansour Abbas è ormai “istituzionalizzato”, avendo già dato l’appoggio esterno in passato a governi “sionisti, la lista comune è molto più rigida).
Dunque, che si fa? Il pallino è in mano al presidente, Isaac Herzog, che ha tre possibilità:
-Governo di unità nazionale
-Accordo Eisenkot-arabi (appoggio esterno o ingresso nel governo)
-Nuove elezioni
Il governo di unità nazionale è la scelta preferita di Herzog, e degli Stati Uniti. Permetterebbe di espellere quei mezzi criminali di Ben Gvir, Smotrich e i partitini ultraortodossi di estrema destra che hanno appoggiato “Bibi” in questi anni, e di “terminare” il lavoro a Gaza e, magari, in Iran. In entrambi i casi, la linea di Eisenkot e dei suoi alleati non si discosta molto da quella di Netanyahu (anzi, l’ex capo di stato maggiore ha parlato esplicitamente della necessità di un “disarmo” di Hamas e anche sulle bombe a Teheran è sulla stessa lunghezza d’onda del governo uscente).
Sommando i 27 seggi del Likud (Netanyahu) ai 21 di Yashar (Eisenkot), ai 12 di Insieme (Bennett-Lapid) e ai 7 di Yisrael Beiteinu (Liebermann), si arriva a 67 seggi, ampiamente sopra la maggioranza.
C’è però un enorme ma, e ruota sempre intorno a Netanyahu. Eisenkot ha detto in tutte le salse che vuole archiviare l’era di “Bibi” a capo del Governo, e non può accettare di farsi triturare dal premier (chiedere a Benny Gantz, che entrò nell’esecutivo ed è stato maciullato fino a scomparire nei sondaggi).
Quindi? Il presidente Herzog potrebbe ingolosire Netanyahu concedendogli una grazia, o quantomeno un’immunità, dai processi per corruzione, vero spadone di Damocle sul suo capoccione. Con la promessa di scavallare i guai giudiziari, “Bibi” potrebbe accettare di farsi da parte, rimanendo come “regista” e architetto del nuovo governo, rimanendo a capo del primo partito.
Un’accelerazione a questa ipotesi potrebbe arrivare da una nuova escalation contro l’Iran. Nel caso la guerra riprendesse (o per un attacco di Teheran o di uno congiunto Usa-Israele), allora tutti i partiti “sionisti” non estremisti si potrebbero tuffare dentro l’esecutivo per ragioni di opportunità. Fare fuori Ben Gvir e Smotrich permetterebbe anche a Trump di rimuovere due grossi ostacoli al suo piano di ricostruzione per Gaza: entrambi vogliono spianare e colonizzare la Striscia, impedendo le mire immobiliari del tycoon sul territorio governato dai terroristi di Hamas.
L’accordo tra Eisenkot e i partiti arabi è più complesso: convincere Naftali Bennett e Avigdor Liebermann, entrambi ex esponenti del Likud di Netanyahu, a governare con gli islamici è complicato. Tutti e due avrebbero molto da perdere, senza considerare che lo stesso Eisenkot è contrario: una parte del partito arabo è restia a condannare Hamas e a dirsi “sionista” (ma non a candidarsi nel Parlamento dello Stato ebraico, sionista per definizione e Costituzione). Un appoggio esterno delle liste arabe non è ancora escluso, mentre un ingresso diretto nel governo è piuttosto complicato.
La terza opzione è quella del ritorno al voto: un’ipotesi che piacerebbe molto a Netanyahu, che rimarrebbe in carica per gli affari correnti fino alle nuove elezioni, ma che penalizzerebbe molto l’opposizione.

