
(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Da quando la parola Israele, grazie a Netanyahu e alla sua fairy band, è diventata impronunciabile, è passata l’idea che sia una finta democrazia. Magari: purtroppo è una democrazia vera che, da quando nel 2009 si consegnò alle grinfie di ‘Bibi’, si comporta con i palestinesi occupati di Cisgiordania e rioccupati di Gaza e con i Paesi vicini peggio di un’autocrazia. Ma al suo interno le regole sono rimaste democratiche. E, ogni volta che Netanyahu ha provato a scardinarle, ha trovato Corti e piazze pronte a difenderle. L’ultima è stata alla vigilia delle elezioni, quando la Corte Suprema ha respinto il tentativo di bandire i partiti arabi che rappresentano il 21,1% della popolazione: cioè i 2,1 milioni di palestinesi che dal 1948 vivono in Israele da cittadini accanto agli ebrei e alle minoranze druse e beduine, con pieni diritti e doveri, incluso l’elettorato attivo e passivo, esclusa soltanto la naja. Paradossalmente, lo Stato ebraico fu il primo del Medio Oriente a dare il voto alle donne musulmane, che non potevano avvicinarsi ai seggi neppure per le finte elezioni delle autocrazie arabe. Dopo il 7 ottobre, i palestinesi israeliani hanno subìto varie discriminazioni. Ma l’apartheid che colpisce quelli della Cisgiordania occupata non ha nulla a che vedere col loro status entro i confini d’Israele: voterebbero – altro paradosso – solo se Netanyahu riuscisse ad annetterli per uccidere anche de jure il sogno di due popoli in due Stati.
[…]
In queste elezioni la componente palestinese ha partecipato ancor più di quella ebraica, con un 80% di affluenza, raddoppiando i parlamentari da 10 a 19 (alcuni non riconoscono neppure Israele né condannano Hamas). Così, per la prima volta, le due liste arabe sono decisive per formare il nuovo governo ed evitare nuove elezioni. Il blocco centrista del generale Eisenkot (48 seggi) che si oppone alla Banda Bibi (53) aveva escluso intese con loro. Ma ora, per evitare il rischio di nuove elezioni e la jattura di un’alleanza con Netanyahu, potrebbe ripensarci, magari per un appoggio esterno: la Lista araba unita e Ra’am sono disponibili a un governo di svolta che arriverebbe a 67 seggi (sui 120 della Knesset, il Parlamento), in cambio di una radicale inversione di rotta a Gaza, in Cisgiordania e nelle varie guerre. Già nel 2021, per la prima volta nella storia, gli arabi avevano sostenuto un governo israeliano: quello di Bennett e Lapid, che durò solo un anno prima dell’eterno ritorno di Bibi. In fondo ci sono palestinesi nei tribunali israeliani e persino nella Corte Suprema. E lo sono il 50% dei farmacisti, il 20% dei medici e degli infermieri negli ospedali pubblici. In questa storia piena di paradossi, potrebbe persino capitare che a salvare la democrazia d’Israele siano proprio i palestinesi.
Toh, gli arabi di Israele
(Di Marco Travaglio) – Da quando la parola Israele, grazie a Netanyahu e alla sua fairy band, è diventata impronunciabile, è passata l’idea che sia una finta democrazia. Magari: purtroppo è una democrazia vera che, da quando nel 2009 si consegnò alle grinfie di ‘Bibi’, si comporta con i palestinesi occupati di Cisgiordania e rioccupati di Gaza e con i Paesi vicini peggio di un’autocrazia. Ma al suo interno le regole sono rimaste democratiche. E, ogni volta che Netanyahu ha provato a scardinarle, ha trovato Corti e piazze pronte a difenderle. L’ultima è stata alla vigilia delle elezioni, quando la Corte Suprema ha respinto il tentativo di bandire i partiti arabi che rappresentano il 21,1% della popolazione: cioè i 2,1 milioni di palestinesi che dal 1948 vivono in Israele da cittadini accanto agli ebrei e alle minoranze druse e beduine, con pieni diritti e doveri, incluso l’elettorato attivo e passivo, esclusa soltanto la naja. Paradossalmente, lo Stato ebraico fu il primo del Medio Oriente a dare il voto alle donne musulmane, che non potevano avvicinarsi ai seggi neppure per le finte elezioni delle autocrazie arabe. Dopo il 7 ottobre, i palestinesi israeliani hanno subìto varie discriminazioni. Ma l’apartheid che colpisce quelli della Cisgiordania occupata non ha nulla a che vedere col loro status entro i confini d’Israele: voterebbero – altro paradosso – solo se Netanyahu riuscisse ad annetterli per uccidere anche de jure il sogno di due popoli in due Stati.
In queste elezioni la componente palestinese ha partecipato ancor più di quella ebraica, con un 80% di affluenza, raddoppiando i parlamentari da 10 a 19 (alcuni non riconoscono neppure Israele né condannano Hamas). Così, per la prima volta, le due liste arabe sono decisive per formare il nuovo governo ed evitare nuove elezioni. Il blocco centrista del generale Eisenkot (48 seggi) che si oppone alla Banda Bibi (53) aveva escluso intese con loro. Ma ora, per evitare il rischio di nuove elezioni e la jattura di un’alleanza con Netanyahu, potrebbe ripensarci, magari per un appoggio esterno: la Lista araba unita e Ra’am sono disponibili a un governo di svolta che arriverebbe a 67 seggi (sui 120 della Knesset, il Parlamento), in cambio di una radicale inversione di rotta a Gaza, in Cisgiordania e nelle varie guerre. Già nel 2021, per la prima volta nella storia, gli arabi avevano sostenuto un governo israeliano: quello di Bennett e Lapid, che durò solo un anno prima dell’eterno ritorno di Bibi. In fondo ci sono palestinesi nei tribunali israeliani e persino nella Corte Suprema. E lo sono il 50% dei farmacisti, il 20% dei medici e degli infermieri negli ospedali pubblici. In questa storia piena di paradossi, potrebbe persino capitare che a salvare la democrazia d’Israele siano proprio i palestinesi.
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Si, vabbè. Ora se ci mettiamo a fare anche l’apologia della Democrazia di Israele, significa che la Democrazia è morta davvero. La nostra, intendo.
Strano che Travaglio non sappia che nella Legge Fondamentale di Israele, un ordinamento superiore, diciamo la loro Costituzione, la legge sullo Stato-Nazione del 2018 all’art.1, stabilisce che il diritto all’autodeterminazione nazionale è “esclusivo del popolo ebraico” e declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua con “status speciale” al PRIMO articolo si proclama Stato Nazionale del Popolo Ebraico”
Articolo 1(C): Il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele
“Democrazia”, dopotutto, come abbiamo visto, specialmente, in questi ultimi cinque anni, è un termine come minimo ampiamente sopravvalutato.
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Mi è partito il commento prima che lo completassi (ma perché Indosannio non mette la possibilità di correggere o di cancellare?!). Comunque si capisce quello che volevo dire.
Insomma la famosa democrazia d’Israele che, con assoluto sprezzo del pericolo, MT ci tiene a difendere nel suo editoriale, in buona sostanza è: “Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge… ma gli ebrei sono più uguali degli altri”.
Riguardo alla lingua, volevo aggiungere che, ad esempio, in Italia il tedesco in Alto Adige gode dello status di lingua “parificata” con l’italiano, mentre in Israele come dicevo, hanno declassato l’arabo a “speciale”. E in realtà, nei rapporti con la Pubblica Amministrazione, non conta assolutamente nulla. Con la differenza che in Israele gli arabi sono il 20% della popolazione! È un po’ come se da noi ci fossero 12 milioni di italiani ( che parlano tedesco e non ne riconoscessimo la loro lingua!
È vero che alla luce degli ultimi anni, in cui finanziamo nostro malgrado, una intera nazione e un Regime corrotto per portare avanti una guerra contro la Russia, voluta “solo” dalle oligarchie occidentali, per cui il dissenso viene represso a colpi di Codice Penale; la parola “Democrazia” è sempre più una parola vuota, utile solo a riempirsi la bocca nei talk show a “tripla G”. Ma comunque, dove vede MT questa “democrazia vera” in Israele… Bohhhh, mi piacerebbe tanto saperlo.
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Mah … io credo che sia più che altro, la speranza del pochettino meno meno peggio.
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Cioè? Cosa c’entra la “Democrazia” con questi ultimi cinque anni? Secondo me nulla. Quella considerata la Grande democrazia ateniese del V sec era la più guerrafondaia del pianeta.
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…E non era la sua unica pecca, aveva anche il ‘difettuccio’ di non far votare le donne, per dirne un’altra. Detto questo, Atene combatteva comunque le proprie guerre, non costringeva i suoi cittadini a combattere quelle degli altri. A meno che tu non affermi che siamo in guerra contro la Russia e contro l’Iran per il volere (o per il bene) dei cittadini italiani… Una tesi che solo, Calenda & Picerno, riescono a sostenere senza ridere. Spero non vorrai aggiungerti a questa coppia…Anche perchè loro non creso lo facciano gratis 😉
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Questa era per Napalm51
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Carrie, non sono d’accordo.
La democrazia è un sistema in cui la sovranità appartiene al popolo, che la esercita direttamente o tramite rappresentanti eletti. Se uno Stato democratico tollera un genocidio, significa che le istituzioni che quel popolo ha eletto lo stanno tollerando, e questo è un problema strutturale della rappresentanza democratica.
Non implica che ogni cittadino lo approvi, ma implica che il meccanismo democratico, così com’è, non sta impedendo quella tolleranza. E questo dice qualcosa sulla maturità politica, sulla consapevolezza civica e sui limiti della democrazia quando il consenso non è abbastanza vigile.
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Carrie è sostanziale dai. 🙂
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🤣🤣😂🤣😂
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Oltretutto quello che ho scritto calza bene con quello che succede nel nostro Paese non trovi?
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Arsenio, non sono d’accordo.
Una democrazia ha degli anticorpi e bilanciamento dei poteri, che impediscono che chi è al governo in quel momento non si comporti come un dittatore o tradisca il mandato per cui è stato votato, se invece succede, l’impianto non è democratico. Che ci siamo le elezioni, non vuol dire che quello stato sia democratico.
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Ok, sugli anticorpi istituzionali e sul bilanciamento dei poteri concordo: sono parte del meccanismo intrinseco delle democrazie.
Però, e lo vediamo sia da noi che nel resto del mondo, ridurre tutto a “mancanza di democrazia” non mi convince. Non è l’impianto formale a venire meno, ma un suo vulnus, che nasce dal rapporto stretto tra quelle istituzioni e la maturità del popolo che le sostiene.
Una democrazia può avere anticorpi perfetti sulla carta, ma se la consapevolezza collettiva si indebolisce, anche quei meccanismi diventano permeabili. È lì che si misura la fragilità o la forza reale del sistema.
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Riguardo al “mandato” tradito suggerirei di leggere l’articolo 67 della nostra Costituzione per farsi un’idea:
“Il divieto di vincolo di mandato (Articolo 67): L’art. 67 della Costituzione stabilisce che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (divieto di mandato imperativo). Significa che un deputato o un senatore non è giuridicamente legato alle promesse fatte in campagna elettorale, né alle direttive degli elettori o del proprio partito, ma agisce in piena libertà per l’interesse generale della Nazione.”
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“che le istituzioni che quel popolo ha eletto lo stanno tollerando”
non sono le istituzioni, ma chi le rappresenta.
certo che la “democrazia” è piena quando viene difesa dal popolo.
E’ appunto questo il punto. Non basta che ci siano delle elezioni per considerarsi democratici e non basta che ci sia un popolo che le voglia se non c’è un impianto che lo garantisca. Infatti hai citato art. 67 della Costituzione. Ma se il Parlamento è assoggettato al governo, se il “garante” ne tradisce lo spirito, se uno dei poteri viene attaccato continuamente dagli altri due (magistratura) dov’è la DEMOCRAZIA?
Parlavo di “mandato degli elettori” per cui hanno votato in base a delle promesse ed un programma, NON NEL SENSO DELL’ART. 67. Se viene tradito, come spessissimo accade si potrebbe chiamare TRUFFA ELETTORALE, non credi?
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Quello che spesso sento confondere è il concetto di democrazia parlamentare rappresentativa inteso come fosse diretta.
Quando si va a votare in quelle rappresentative, si votano i propri rappresentanti in base alla fiducia sulla persona e sulla visione generale, si vota un proprio rappresentante in parlamento, non un esecutivo perché quello dipende dai numeri, dalla legge elettorale e da successivi accordi con altre rappresentanze che dovranno arrivare a un compromesso tra le rispettive visioni. I cittadini non possono appellarsi a eventuali decisioni che non coincidono con la propria visione. Possono semmai raccogliere firme per indire un referendum, sempre che questo non riguardi accordi internazionali.
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ribadisco: io ti voto perchè mi devi rappresentare per quello che hai promesso di fare in base al tuo programma, se invece sei fedele solo ai dettami del governo, perchè il tuo seggio lo decide il capo del tuo partito che è anche il capo del governo, che DEMOCRAZIA E’? E’ una truffa!!!
Infatti tutti hanno tentato di sovvertire le regole, le istituzioni, l’impianto della nostra democrazia a colpi di riforme della costituzione per togliere di mezzo l’ultimo baluardo, per fortuna bloccate col referendum dagli uomini e donne di buona volontà. La DEMOCRAZIA la fanno l’impianto e l’organizzazione di regole ed istituzioni e la vigilanza del popolo. Se un popolo permette il genocidio di un altro popolo NON E’ UN POPOLO DEMOCRATICO, è un popolo razzista e genocida e complice di un governo GENOCIDA. Alcune migliaia di israeliani se ne sono andati da Israele perchè non volevano essere complici della mattanza, sono tornati solo per votare.
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adriano spero di farmi capire:
Ma se “io ti voto perchè mi devi rappresentare per quello che hai promesso di fare in base al tuo programma” e poi il governo si forma insieme ad altre forze che devono trovare un compromesso per governare e quel compromesso non soddisfa le tue aspettative, si verifica il principale cortocircuito tra l’aspettativa dell’elettore e la realtà delle democrazie parlamentari.
E qui mi scuso ma parte lo spiegone:
Nelle repubbliche parlamentari come l’Italia, le elezioni servono a distribuire i seggi in parlamento, non a eleggere direttamente un governo.
Se nessun partito ha i numeri per governare da solo, le diverse forze politiche devono trattare. Il programma finale del governo non sarà mai l’esatta copia di quello che hai votato, ma una sintesi (o un compromesso) tra i programmi dei partiti che formano la maggioranza.
Per i partiti che entrano in una coalizione si pone un dilemma: rimanere puri e all’opposizione, rinunciare a governare pur di non tradire nessuna promessa, lasciando però che gli altri decidano per il Paese. O accettare il compromesso, rinunciare a una parte del proprio programma pur di entrare al governo e provare a realizzare almeno le promesse ritenute più importanti.
Dal punto di vista del cittadino, questa dinamica viene spesso percepita come un tradimento o una truffa elettorale, tuttavia, in un sistema pluralista, il compromesso è considerato lo strumento per evitare la paralisi istituzionale e garantire che il governo rappresenti una fetta più ampia possibile della popolazione (la somma degli elettori dei partiti alleati).
Non essendoci un mandato vincolante, il cittadino non può bloccare il governo, ma ha a disposizione alcune leve politiche: manifestare il malcontento attraverso il dibattito pubblico, i social, l’attivismo o all’interno del partito stesso per fare pressione sui leader, togliere il consenso al partito nelle elezioni successive (politiche, europee o regionali) premiando forze che hanno mantenuto una linea più coerente o l’astensionismo.
Questa si chiama democrazia, una forma di democrazia ma sempre democrazia, che piaccia o meno ed è il popolo che ne risponde con le sue scelte, prima e dopo ma è sempre democrazia.
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Quello che dici nella realtà si traduce in: votami poi io faccio quello che mi pare.
Quando parli di compromesso in astratto, mi vengono in mente i governi Monti e Draghi, hai voglia di compromessi che sono stati fatti sulle pelle della maggioranza dei cittadini, perchè non si è voluto andare a votare per chiedere loro quello che volevano. Pensa te, un partito che ha spesso governato senza mai vincere una elezione. Davvero una ottima democrazia. Compromesso è una bella parola, ma essa non significa ad esempio che In una coppia, decidere di passare le vacanze al mare anche se uno preferiva la montagna, questo si chiama rinuncia. Le coalizioni si fanno condividendo un programma comune, non difendendo ad ogni costo lo scranno. Quando una parte non è d’accordo è previsto il voto di sfiducia, per cui il PdC rassegna le dimissioni. Se non si trova una diversa maggioranza di sostegno al governo, si torna al voto. Questa è democrazia, invece nei decenni si è stiracchiata all’inverosimile la Costituzione tanto che abbiamo avuto 2 PdR con due mandati, una aberrazione costituzionale, anche se molti sostengono il contrario.
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No Monti e Draghi furono governi tecnici perchè venne a mancare la maggioranza di cui parlavo prima in un processo comunque che rientra nelle prerogative democratiche e presieduta dal PdR che ne è il ustode.
“Un governo tecnico che subentra a seguito della caduta di un esecutivo per mancanza di maggioranza rientra pienamente nelle prerogative della democrazia costituzionale, in particolare all’interno della forma di governo parlamentare (come quella italiana).
Non si tratta di un’anomalia o di una “sospensione” della democrazia, ma dell’applicazione di precisi meccanismi previsti dalla Costituzione per garantire la continuità dello Stato.”
“Nelle democrazie parlamentari, il Capo dello Stato ha il compito di risolvere le crisi di governo. Quando una maggioranza cade, il Presidente della Repubblica non ha l’obbligo immediato di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni, ma deve verificare se sia possibile formare un nuovo esecutivo all’interno del Parlamento in carica.
• Articolo 92 della Costituzione Italiana: Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri. La scelta di affidare l’incarico a una figura non politica (un “tecnico”) fa parte del potere di iniziativa del Capo dello Stato per superare uno stallo politico.
Un governo tecnico non governa per diritto proprio o per imposizione. Per entrare pienamente in carica, deve presentarsi alle Camere e ottenere il voto di fiducia, come previsto dall’Articolo 94 della Costituzione.
• Legittimazione democratica: La legittimazione democratica del governo tecnico deriva direttamente dal Parlamento, che è l’organo eletto dal popolo. Se i rappresentanti eletti votano la fiducia al governo tecnico, quel governo è democraticamente legittimato. Se il Parlamento revoca la fiducia, il governo tecnico cade.”
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no, i governi tecnici è la sospensione della democrazia. Come durante la repubblica di roma, quando si trovavano nei guai nominavano un dictator che rimaneva in carica 6 mesi, ma si è rivelato rischiosissimo, infatti Cesare si fece nominare dictator a vita.
Tu continui ad elencare le regole di funzionamento, sulla carta sono ineccepibili, ma di prassi in prassi, eccezione in eccezione, esse piano piano vengono disattese e la democrazia muore, come la nomina del Drago, che fino a poco prima il PdR disse che avrebbe sciolto le camere ed indetto le elezioni. Oppure che fino ad un istante prima, non avrebbe accettato un secondo mandato. Puoi elencare tutti gli articoli della Costituzione fino alla fine dei tuoi giorni, sulla carta sarà sempre una democrazia, nella realtà essa è molto ammaccata e sbrindellata, ed i primi a lacerarla sono proprio le persone che ne dovrebbere essere i garanti. Monti e Draghi sono stati voluti dai due peggiori presidenti mai nominati, dopo Kossiga. Sono il comportamento delle persone all’interno di precise regole con bilanciamento dei poteri. con il popolo che si esprime e controlla le vere democrazie.
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“no, i governi tecnici è la sospensione della democrazia.”
“Articolo 92 della Costituzione: Stabilisce che «Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». La norma non richiede che i ministri o il Premier siano parlamentari o esponenti di partiti politici; pertanto, la nomina di “tecnici” (esperti estranei alle Camere) è pienamente legittima dal punto di vista formale”
“rticolo 94 della Costituzione: Impone che il governo debba avere la fiducia di entrambe le Camere. Un governo tecnico, pur essendo composto da specialisti, non può prescindere dal voto e dal sostegno politico di una maggioranza parlamentare che gli permetta di entrare in carica e operare.”
Questo è ciò che prevede la nostra Costituzione e non credo che in nessuna parte della Carta ci siano articoli che possano prevedere una sospensione della democrazia.
Forse tu riesci ad indicarmene uno che non sia un tuo parere personale che comunque è rispettabilissimo come opinione.
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Chiedo scusa, ma mi pare che il punto non sia stato colto.
Nella nostra democrazia, quella definita dalla Costituzione, ciò che fa fede è sempre il Parlamento, perché è l’istituzione che rappresenta il popolo nella sua interezza: maggioranze e minoranze.
La Costituzione pone dei limiti chiari (ripudio della guerra, divieto di ricostituire il partito fascista, impossibilità di referendum su trattati internazionali), ma non vieta i governi tecnici, perché anche quelli nascono dal Parlamento e dalla fiducia che il Parlamento concede.
Piaccia o meno, questa è la democrazia parlamentare rappresentativa: il governo è legittimo quando ha la fiducia della Camera, e la Camera è legittima perché è stata votata dal popolo. Da questo non si esce.
Allo stesso modo, altre democrazie hanno impianti diversi dal nostro, ma restano democrazie perché riflettono la volontà del loro popolo.
E qui torniamo al punto: Israele ha una forma di democrazia diversa dalla nostra, ma è comunque una democrazia. Non la si può negare perché oggi è artefice di scelte gravissime o di crimini: il “mostro” non è il sistema democratico in sé, ma la leadership che quel popolo ha scelto e che quel sistema ha portato al potere.
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Quanto ai “due mandati” del PdR: non è un’aberrazione. La Costituzione non pone alcun limite ai mandati del Presidente della Repubblica. È una scelta politica, non una violazione.
La democrazia non è un meccanismo che garantisce governi graditi, ma un sistema che garantisce continuità istituzionale e rappresentanza parlamentare.
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la mia risposta si trova in moderazione
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ah mi spiace, la leggerò 🙂
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riandiamo a quanto scritto da Carry “una democrazia che tollera un genocidio non è una democrazia” ma uno stato in mano a dei guerrafondai assassini.
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Arsenio mi dispiace, ma Israele non ha proprio nulla di democratico.
Salvo che tu non voglia discutere sul senso della democrazia, ma allora a questo punto sarebbe opportuno coniare una nuova definizione.
In un sistema democratico, i cittadini godono della libertà di scegliere i propri rappresentanti e di influenzare le decisioni politiche che li riguardano. Ti sembra che in Israele funzioni in questo modo ?
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Grazie alla Redazione di Infosannio…
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va bene essere ottimisti, ma purtroppo non ci sono molte differenze tra il Likud e la lista Yashar di Eisenkot, sono due destre sioniste. Quando era capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, nel 2018 aveva schierato 100 cecchini a Gaza durante la manifestazione della Grande Marcia del Ritorno. Ci sono stati allora circa 6’000 manifestanti feriti e con 180 morti, tra cui 35 minori. La maggioranza della popolazione israeliana è profondamente e fanaticamente SIONISTA. E’ andata peggio di quello che temeva la Arendt: il SIONISMO avrebbe cambiato lo stato d’Israele verso una deriva ultranazionalista e fascista.
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Le due liste sono sovrapponibili in politica estera, se vogliamo chiamarla così, e nessuno dei due vuole fare un governo con gli arabi, nemmeno un appoggio esterno……piuttosto arriveranno ad un governo di unità nazionale, lasciando fuori le cosiddette ali estreme, da una parte gli arabi e dall’altra i fanatici, ancora più fanatici, ministri di Bibi! E’ vero che gli arabi sono passati da 10 a 19 seggi, ma non hanno alcun potere di influenza o controllo sul futuro governo, di unità nazionale, larghe intese o come lo si voglia chiamare, costituito da un blocco politico rappresentativo della popolazione israeliana che e’ uguale a Topognao o ad Eisenkot, declinati in ogni sfumatura di nero…….Non cambierà NULLA! Ed è probabile anche una ripresa della guerra contro l’ Iran! Quindi nessuna democrazia sarà salvata, e soprattutto nemmeno le persone vittime delle “ democrazie “ israeliana e statunitense…..
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In sintesi, in Israele ci sono: 7,4 milioni di ebrei (~73%); 2,8 milioni di non ebrei, di cui 2,15 milioni di Arabi e 550.000 di altri.
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Elezioni in Israele: nessuno ha la maggioranza per governare. I partiti arabi raddoppiano i seggi.
Il sistema elettorale israeliano è un po’ diverso dal nostro: è un proporzionale puro, si vota solo la lista, c’è un unico collegio nazionale, la soglia di sbarramento è al 3,25% dei voti validi. Noi saremmo portati a pensare che il partito e la coalizione che raccolgono più consensi siano i vincitori. In Israele è praticamente impossibile che un partito da solo raggiunga la maggioranza necessaria per ottenere l’incarico di formare il governo, conta la coalizione che riesce a raggiungere la maggioranza di almeno 61 seggi (su 120). Ma le coalizioni in una certa misura non si formano soltanto prima della votazione, ma anche dopo. Questo perché i partiti che partecipano sono più di una trentina, ma quelli che superano lo sbarramento del 3,25% sono una dozzina o poco più. Per questo, dopo lo scrutinio sono necessariamente previste alcune settimane di trattative fra quei partiti e gruppi che sono effettivamente entrati in Parlamento.
A scrutinio non ancora concluso (all’80% circa), per esempio, al Likud (il partito di Netanyahu) vengono attribuiti 26-27 seggi, e 27 complessivi agli altri 4 partiti della coalizione di destra; a Yashar (il partito di Eisenkot) sono attribuiti 21-22 seggi, e 27 complessivi agli altri 4 partiti della coalizione di opposizione. Alla Lista Comune araba sono attribuiti 12 seggi e 7 all’altro partito arabo, Ra’am. Le 2 liste arabe potrebbero quindi ottenere quasi il doppio di seggi rispetto alla precedente legislatura. Ma per i dati definitivi occorre attendere qualche giorno. E per quelli ufficiali il 4 novembre.
Al di là di quale coalizione otterrà dal presidente Herzog l’incarico di formare il futuro governo, ciò che il voto e le trattative mettono in luce offre interessanti indicazioni e spunti di riflessione sul clima politico e sociale in cui si è svolta la consultazione di martedì 27 ottobre 2026, ma anche sulle prospettive di partenza, su quelle che si aprono e su quelle che si chiudono.
Senza pretese di completezza, mi sembrano importanti tre aspetti da tenere in considerazione, oltre all’elevata affluenza alle urne (più 7,1%) rispetto al 2022.
Il primo è il dato di partenza, una sorta di chiave di lettura del voto del 27 ottobre, di cui in Europa non teniamo forse abbastanza conto: per gli ebrei israeliani e della diaspora, l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 con 1.200 morti e 250 ostaggi è uno shock con molte implicazioni, anche politiche, percepito a tutt’oggi in modo molto più forte delle reazioni e delle guerre scatenate da Netanyahu e dal suo governo.
Il secondo elemento da considerare, ma forse il più importante, che emerge dalla consultazione è la novità dell’alta partecipazione degli arabi israeliani, tanto da mettere in atto una difficile alternativa: la coalizione che accettasse i 17 o 19 deputati arabi israeliani o anche solo il loro appoggio esterno otterrebbe probabilmente la maggioranza per governare. Entrambe le coalizioni attuali escludono formalmente questa eventualità, con la sola eccezione del partito di sinistra (I Democratici), che aderisce alla coalizione di Eisenkot. Accettare l’appoggio dei partiti arabi (che da parte loro sono disponibili) indurrebbe però qualche formazione a cambiare schieramento, scompaginando le carte. Naturalmente la coalizione di Netanyahu esclude categoricamente questa eventualità e punta proprio sulla “defezione” delle formazioni di centro-destra avversarie per ottenere la maggioranza.
Il terzo elemento rilevante è la possibilità, reale ma piuttosto teorica, di avviare un percorso politico in Israele che con l’apertura ai partiti arabi riveda anche le politiche di apartheid, se non razziste, messe in atto in modo esplicito e/o implicito dai governi sempre più a destra guidati negli anni scorsi dal Likud di Netanyahu. Naturalmente una tale “profezia” si scontrerà inevitabilmente con gli irriducibili sostenitori del Grande Israele (coloni in particolar modo) e con Donald Trump, espressione del fondamentalismo messianico statunitense. Una sfida probabilmente impossibile per il sionismo israeliano.
Per intanto, anch’io mi unisco al cauto ottimismo di Anna Foa, ebrea non sionista, storica dell’ebraismo e una delle voci più critiche e autorevoli della politica israeliana del governo Netanyahu dopo il 7 ottobre 2023. Anna Foa, Premio Strega 2025 con “Il suicidio di Israele”, ha così commentato, fra l’altro, le elezioni israeliane: «Il dato più interessante mi pare sia questa vittoria strepitosa dei partiti arabi e che gli arabi siano andati a votare così numerosi».
Bruno Cantamessa
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Ringrazio Infosanno per aver reso più agevoli i commenti, in cambio mi sembra sia sparita la possibilità di postare immagini o video. Peccato!
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Ciao Vi,
puoi ancora farlo su WordPress.
Almeno, a me riesce.
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La maledizione che grava sulla testa dei palestinesi da una 80ina d’anni, nell’essenza, rimane sempre la stessa: il predominio solitario degli Usa su Israele visto come unico agguerritissimo avamposto militare yankee nell’area mediorientale. Chiunque vinca le elezioni, questo dato rimane solido come un macigno inamovibile. Questa la vera forza che possiede il sionismo che può tranquillamente scegliere ciò che gli aggrada, persino il genocidio e/o l’espulsione totale dei palestinesi per impossessarsi di tuuutta la “terra promessa” ad Abramo/Mosè. Cioè la realizzazione della favola mitologica che ogni “saggio” e “giudizioso” genitore ebreo racconta ai figli piccoli prima che si addormentino.
Sul rapporto Trump-Netanyahu (a parte gli Epstin files in mano al Mossad) torna utile ricordare ciò che Roosevelt ebbe a dire a proposito di Somoza, diabolico ras del Nicaragua di quel tempo: “E’ fuor di dubbio un gran figlio di put*ana ma sappiate che è… il NOSTRO figlio di put*ana!”.
Se l’Europa dai 500 mln di abitanti non fosse in mano ad amebe invertebrate, avrebbe svolto, e oggi più che mai, un ruolo efficace di pacificazione in vista dei due Stati. Ma visto quello che sadomasochisticamente ha combinato finora in Ucraina… figuriamoci cosa potrebbe fare in quell’area, se non il gran bel nulla mischiato col niente con cui si è distinta non senza infame complicità!
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A differenza di Travaglio io non credo che il diritto al voto degli arabi d’Israele costituisca prova di autentica democraticità di quel paese ma anzi di una presa in giro di quella parte di popolazione in quanto nella costituzione del paese ebraico viene imposto che esso sia il paese del popolo d’Israele cioè quello ebraico esclusivamente. Poi all’atto pratico le due fazioni hanno una visione comune riguardo ai conflitti in corso ivi compreso quello a Gaza . L’unico dissidio riguarda la persona di Netanyahu ed il suo potere.
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Ancora una volta Travaglio si dimostra un dilettante del diritto, esprime posizioni tranchant come i ragionamenti giuridici di un ingegnere (senza offesa per la loro chiarezza espressiva), spesso é bene informato su alcuni dettagli procedurali complicati ma a volte gli sfuggono i principi di diritto, che sono sopra alle disposizioni espresse, e altre volte i margini di opinabilità.
E continua a difendere l’indifendibile:
che Israele sia democrazia e non pratichi l’apartheid;
che i territori palestinesi non siano occupati da decenni da Israele (dall’esterno, nel periodo del cd. ritiro dell’IDF);
che il genocidio manifesto non sia cominciato il 7 ottobre (per non dire prima), come affermato da molti giuristi internazionali ma solo dopo ad un certo punto;
che la soluzione ONU dei due Stati sia stata giusta e debba rimanere l’obiettivo immutabile per la pacificazione.
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Ripeto: essere una DEMOCRAZIA (come lo è a tutti gli effetti Israele) non vuol dire essere Gandhi o Madre Teresa. Questo vale per tutti, Stati Uniti in primis. La DEMOCRAZIA ateniese, quella da cui proviene il cosiddetto “occidente”, ossia tutti noi, era super guerrafondaia. La DEMOCRAZIA è assolutamente imperfetta, ma purtroppo fino a oggi non è stato inventato un sistema migliore. Poi: mettiamo da parte le dispute sull’apartheid e sul genocidio, che secondo me non portano a nulla. Se la soluzione ONU dei due Stati la consideri sbagliata, quale sarebbe secondo te la soluzione migliore?
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Lascio perdere la disputa su chi merita il bollino blu e rispondo alla seconda: la soluzione ideale, a lungo termine e con ovvi problemi di transizione, non può che essere analoga all’attuale Sudafrica, uno stato unitario con parità di diritti tra tutti i cittadini, che sarebbero multietnici, a maggioranza palestinese e musulmana. Probabilmente molti ebrei non indigeni non vorrebbero rimanere, già adesso stanno tornando nelle loro terre di origine.
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Sbaglierò, ma dopo tutto quello che hanno subito dai nazisti, non mi sembra di vedere il popolo d’Israele contrario al genocidio palestinese che si butta sui seggi elettorali per fermare lo scempio. Non potranno di certo lavarsi la coscienza e dire che non sapevano cosa Bibi combinasse al fronte.
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La domanda proibita è da dove origina il razzismo dei sionisti.
Alcune delle possibili risposte sono impubblicabili.
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OT
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“Da quando la parola Israele, grazie a Netanyahu e alla sua fairy band, è diventata impronunciabile […]”
Eh no, caro MT. Faccio umilmente notare che Netanyahu e la sua banda si è portata a casa 53 seggi su 120, la maggioranza relativa del Knesset. E gli altri non è che propongano ricette tanto diverse dallo sterminio a Gaza e Cisgiornadia (magari gli danno nomi più “digeribili” ma il senso è quello).
Quindi spiace dirlo, ma Israele non è diventata impronunciabile a causa di Netanyahu, ma a causa degli israeliani.
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Completamente d’accordo, la maggioranza degli Israeliani si é confermata Sionista, ultimamente sempre più sinonimo di Nazista.
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Dai Travaglio oggi scopro che ritieni possibile anzi ventili un accordo con le liste arabe ….mi fai cascare gli zebedei!!!
Se ciò succedesse non so quanti di questi politici arabi rimarrebbero vivi ,si troverebbero letteralmente tra due fuochi ( di mitra)
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La disponibilità e la sorte dei leader arabi non preoccupa nessuno. Sono i leader sionisti che cercassero questa alleanza, a rischiare la morte politica e non solo.
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Hanno iniziato una guerra su sette fronti, hanno raso al suolo la Palestina e stanno radendo al suolo la Cisgiordania, rubando terre e case coi coloni escur-sionisti (cit), muoiono anche parecchi loro soldati e spendono una marea di soldi, ed hanno conseguenze economiche gravi, sono anche ancora in ballo con l’Iran (sembra si preparino ad una nuova ondata) … vanno ad elezioni e cosa fanno?
Sostanzialmente confermano in massa i politici e la politica brutale e folle attuale.
i partiti che si oppongono alla pulizia etnica dei palestinesi totalizzano, circa il 20% della Knesset.
Gli arabi israeliani, che votano quasi totalmente per questi partiti, rappresentano il 18% dell’elettorato complessivo. Questo significa che, tra gli israeliani di religione ebraica, oltre il 90% avrebbe votato partiti che, sionisti o meno, favorevoli a Netanyahu o meno, propongono di continuare l’attuale politica criminale nei confronti di Gaza e della Cisgiordania e del medioriente in generale.
Avevano l’occasione di scaricare bibi il sanguinario senz’anima, fra l’altro sotto vari processi, recuperando un minimo di immagine addossando a lui tutte le colpe, ma non l’hanno fatto, e l’opposizione si lamenta non delle guerre ma perchè non sono state condotte abbastanza duramente.
Ne esce ufficialmente l’immagine di un popolo molto coeso ed unito nel considerare giusta una guerra di sterminio e genocidio, con una percentuale di disaccordo talmente bassa (al netto degli arabi) che si può parlare di quasi unanimità. Immagino che faranno un governo campo largo, escludendo i sani di mente e andranno avanti fino alla fine (la loro secondo me).
Travaglio mi sembra un po’ troppo comprensivo ed ottimista su questa mandria di pazzi col cervello frullato da decenni di propaganda asfissiante (come i nazisti all’epoca).
Ricordiamocene in futuro, quando finalmente anche per loro partirà finalmente un processo di Norimberga e molti tenteranno di giocarsi la carta “eseguivo soltanto degli ordini”.
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h caro sabaudo ‘Lino purtroppo la cinica e animalesca strategia politica di B(x2)di spalancare le porte il famoso 7 ottobre ha accresciuto la paura della gente (che nn era poca già di default)a dismisura appannandole nn poco la mente… garantendo alla bestia ancora potere politico.
Qualche azzaro nostrano colorato dal verde al nero … con molto pelo sullo stomaco accoglierebbe come manna dal cielo anche molto meno .
Così pure qualcuno nn disdegnerebbe un aereo colpito da qualche drone dell’est… nn per guerreggiare(fisima mentale tua e del tuo giornale) ma per intascare oltre al potere perpetuo a lunga scadenza,anche qualche lucrosa mazzetta da lobby sconosciutamente conosciute.
Sempre grazie alla paura che spesso annebbia il cervello(per chi ce l’ha e …non lo usa solo per allacciarsi le scarpe)
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Gli arabi, cosiddetti “palestinesi”(sic!) che passano come vincitori (in sedicesimo) alle elezioni israeliane, a me sembrano – mutatis in mutandes – come i futuri parlamentari del partito italiano più sedicente di Sinistra (?)(indovinare quale) che, volenti o nolenti, remeranno contro le indispensabili innovazioni, ultra necessarie al Belpaese solo in cartolina. Tenteranno di vendersi al miglior offerente ottenendo il classico piatto di lenticchie che, peraltro, non vorranno assolutamente condividere con i VERI e AUTENTICI palestinesi in sofferenza (eufemismo).
Che tristezza!
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Ripeto. La questione non è quella della disponibilità e la sorte dei leader arabi. Sono i leader sionisti che cercassero questa alleanza, a rischiare la morte politica e non solo.
Secondo Salvo Ardizzone sul canale di Giacomo Gabellini “Il Contesto”, un nuovo attacco all’ Iran servirà a giustificare la continuità di un governo sionista di unità nazionale
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Ma scusa, Bibi, fatti furbo!
T’inventi il netanellum, detto anche in versione più accattivante parabellum (con premio incorporato a te e un miliardo di firme da raccogliere per i partiti arabi) e hai risolto.
E puoi sterminare altri 70.000 palestinesi in scioltezza.
Avete ancora un sacco da imparare dalla patria del diritto e delle leggi.
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@Robcat
Non mi permetto di commentare l’impianto democratico israeliano perchè non ne ho contezza, quello che ho messo in discussione è ciò che è intrinseco nella vignetta di Carrie e che molti di voi condivide senza remore.
Personalmente non metto in discussione “la democrazia” di chiunque perchè avvengono determinati fatti, semmai posso mettere in discussione la responsabilità dei rispettivi cittadini, cosa che in questo caso pare susciti un certo timore nel dirlo esplicitamente, e comprensibilmente visti i tempi e le etichettature.
Spero che tu, anzi voi, abbiate capito il senso di questo mio commento.
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P.S
Facciamo attenzione a demonizzare “la democrazia” con tanta facilità, per quanto e qualsiasi sia il contesto in cui si esprime perchè poi c’è il rischio che il diavolo arrivi sul serio.
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Non so Arsenio, probabilmente mi sfugge qualcosa nella tua analisi. Io personalmente, detta molto banalmente, non vedo nulla di convertibile in Democrazia, nei comportamenti israeliani. Mi verrebbe anzi da dire molto semplicemente: di cosa stiamo parlando ?
Siccome spesso apprezzo i tuoi commenti, che condivido, se vuoi, spiegami brevemente in modo più eloquente, cosa intendi dire.
Nel frattempo, cambio pagina e ti giro un brano che profuma di pace
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Capisco cosa intendi, e non sto dicendo che i comportamenti del governo israeliano siano “convertibili” in un modello ideale di democrazia. Sto dicendo una cosa diversa: la democrazia non è una beatificazione morale dello Stato, è un meccanismo non un certificato morale.
E quel meccanismo, in Israele, ha prodotto un fatto: una larga parte degli elettori ha scelto consapevolmente una leadership e una linea politica che oggi vediamo all’opera.
Possiamo giudicare quella linea durissima, sbagliata, devastante, e molti lo fanno, ma non possiamo negare che sia il risultato di un processo democratico.
La democrazia non garantisce automaticamente comportamenti giusti: garantisce che un popolo risponda delle scelte che fa, prima con il voto e poi con le conseguenze politiche e storiche di quel voto.
È questo il punto che intendevo: la democrazia non è un sigillo di virtù, è un sistema che riflette la maturità, le paure, le convinzioni e anche le derive del popolo che la esercita.
P.S. Bellissimo il brano di Lee Ritenour. 🙂
Ti ringrazio con questo:
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