Il costituzionalista commenta l’ultima stretta sulla sicurezza del governo Meloni e il tic delle leggi calate dall’alto che creano nuovi reati (o ne inaspriscono altri) rinviando soltanto i problemi

​(Carlo Tecce – lespresso.it) – Professor Michele Ainis, come il sangue di San Gennaro, una settimana dopo la sua emanazione, San Decreto Legge ha rifatto il miracolo: la piaga dell’ordine pubblico è sanata. Un giurista del suo rango riesce a spiegarci un fenomeno paranormale?

«Questo fenomeno paranormale, o banale mania che sia, viene da molto lontano a essere sinceri. C’è il nome, non c’è la cosa. Vi ricordate il presidente tecnico Mario Monti che conquistò la crescita economica licenziando un decreto denominato, per l’appunto, “Crescita”? Questa truffa delle etichette la si utilizza per i decreti legge e per le leggi elettorali. L’ultima creazione per il voto si chiama “Stabilicum” e viene promossa dal governo più stabile della storia della Repubblica».

In questa fase i decreti sembrano più severi di quelli di montiana memoria.

«I decreti sono sempre esibizioni muscolari, che hanno per destinatario non tanto un problema sociale, ma un’opinione pubblica allarmata da un evento. Il decreto “Caivano” scaturisce da un orribile episodio di cronaca, e poi i decreti “Rave party”, “Blocchi Stradali”, “Sicurezza”. Il governo mostra all’opinione pubblica di essere pronto a risolvere i guai e i mali del mondo. Però ci sono ricadute molto negative, delle ripercussioni che non si possono né ignorare né sottovalutare. Le carceri di ogni tipo stanno scoppiando. Al sovraffollamento già esistente si sono aggiunti oltre 10.000 detenuti in quattro anni di governo Meloni. Per la prima volta c’è un impatto rilevante anche per gli istituti penitenziari dei minori. Proprio con il decreto “Caivano”, per esempio, si è esteso il carcere per lo spaccio di lieve entità che spesso ha i minorenni come attori».

In una settimana si è passati dalle città in balìa dei maranza, che si preparano al coprifuoco, a un ordine pubblico rigido, massiccio, imperforabile. Che “ci azzecca” il decreto?

«C’entra perché fa apparire una capacità immediata di risolvere i problemi. Ci sono vari aspetti. Primo: la trasformazione delle questioni sociali in questioni di ordine pubblico. Leviamo un attimo dal campo le manifestazioni di queste settimane. Pensiamo ai poveri “indecorosi”. E in nome del decoro urbano, il ministro Marco Minniti, esponente Pd di un governo di centrosinistra, inventò il daspo urbano per i poveri disperati che dormono sulle panchine e causano disturbo alla vista della sciura Concetta. Con onestà possiamo confessare che Meloni ha gonfiato il fenomeno, ma pure che era molto praticato anche dai suoi predecessori».

Sin dal primo provvedimento di quattro anni fa – siamo proprio in zona compleanno – il governo Meloni si rivolge con una certa frequenza al decreto legge. Come sono mutate le suppliche?

«Il decreto è un tic di una democrazia svuotata, non differisce molto nel tempo. Cavalchi un allarme, una paura diffusa, un allarme sociale. Immigrati? Ecco il decreto. Cortei? Ecco il decreto. Il pretesto proviene sempre dalla cronaca. Ci sono manifestazioni pacifiche che convogliano decine di migliaia di ragazzi per ragioni sacrosante, anzi c’è da meravigliarsi che non ne abbiano fatte di più e prima. I ragazzi scendono in strada per gli ideali calpestati, si pensi al genocidio in Palestina e per il futuro negato, si pensi a lavoro, istruzione, sanità».

Le condizioni perfette per far lievitare il desiderio di una risposta securitaria.

«Se le manifestazioni sono un’emergenza di ordine pubblico, questa emergenza la si potrebbe curare con maggiori risorse per l’educazione e la polizia, e invece no. Il governo dice ti “vendo”, caro spettatore-elettore, il nuovo reato o la nuova versione del vecchio. Come il reato per la partecipazione a manifestazioni violente. Questa è veramente una truffa. Intanto, c’era già.  Non è che prima la manifestazione violenta era premiata con una medaglia. Gran parte dell’informazione si concentra sui disordini, e anche quelli hanno una radice sociale perché quei ragazzotti, una minoranza che sfascia le vetrine, sono figli del nostro tempo e dei nostri governi. Non portano sotto il cappuccio delle ragioni politiche, ma semplici e autentiche ragioni sociali».

Però queste “ragioni sociali” solitamente non influenzano positivamente il consenso degli elettori.

«Esatto, allora prevale nel governo Meloni quello che io, nel mio libro, chiamo “fascismo bianco”, cioè un fascismo che non ha bisogno di marciare su Roma. Si interviene in modalità diversa mirando allo stesso obiettivo del fascismo storico: la formazione di un pensiero unico che taglia il dissenso e comprime le libertà. Il decreto legge, come ha dimostrato l’attuale maggioranza, è uno strumento di formidabile efficacia per raggiungere questo obiettivo».

È anche un espediente per azzerare le discussioni parlamentari.

«Il “fascismo bianco” è, inoltre, il dominio del potere esecutivo sul potere legislativo. I ruoli si capovolgono: il governo legifera, i parlamentari eseguono. Lo stesso schema che ha adottato Donald Trump con la sfilza di ordini esecutivi, che sono atti amministrativi, nel primo giorno di insediamento del suo secondo mandato. I decreti legge sono un fenomeno degenerativo che dura da decenni, ma Meloni si trova molto a suo agio e infatti ha battuto tutti i record».

Questo governo utilizza il decreto legge in due modi: per rispondere ad asserite emergenze di sicurezza, inasprendo reati già esistenti o creandone di altri; per elargire un po’ di denaro, rinviando la soluzione nel tempo.

«Se vogliamo battezzarli, possiamo dire che c’è il “decreto manette” e poi c’è il “decreto elemosina”. Siccome ci stiamo avvicinando alle elezioni, probabilmente si moltiplicheranno sia i “decreti manette” che i “decreti elemosina”. Purtroppo la cassa è vuota, al governo rimane solo la grancassa mediatica».