Il giurista: “Per i tecnocapitalisti la libertà è potere assoluto. Su emarginati e poveri c’è una condanna morale”

(Giuseppe Salvaggiulo – lastampa.it) – «Dove l’ho messo? Ah, eccolo». Da una pila di libri, il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky estrae un quadernetto nero e lo apre a metà. «Da un lato, ci sono i miei appunti sul dibattito aperto da Gianrico Carofiglio sul tema “condividere la prosperità”. Dall’altro, un elenco che sto compilando da qualche tempo, con i titoli dei libri che escono in tutto il mondo sulla crisi della democrazia, il declino della democrazia, la fine della democrazia».
Qual è la relazione tra queste due pagine di appunti?
«Negli interventi pubblicati su La Stampa, così come nel dibattito internazionale, emerge che la sperequazione tra la vita della gran parte della popolazione e le ricchezze, soprattutto finanziarizzate, di un’esigua minoranza è diventata un problema di democrazia».
Nel senso, come recitano i titoli di quei libri, che la sta uccidendo?
«Di più. Non ricordo quale grande ricco americano, uno di quelli che operano nel campo dell’intelligenza artificiale, ha detto: libertà e democrazia sono in contraddizione».
Ma in Occidente siamo liberi e scegliamo i governanti. Dov’è la contraddizione?
«Dobbiamo intenderci sulle parole. Rousseau diceva: la democrazia non è compatibile con un eccesso di distanza tra chi può e chi non può. La democrazia è morta quando c’è qualcuno che può comperare chi non ha altra soluzione ai suoi problemi che vendersi».
Per evitarlo non basta lo stato sociale novecentesco?
«La democrazia è un regime di tendenziale uguaglianza. Da qui, l’idea della distribuzione equilibrata dei beni della vita. Poi si può discutere: in che misura? L’uguaglianza come omologazione uniforme porta al totalitarismo. Una misura ragionevole garantisce a tutti uno standard minimo di benessere per sentirsi liberi».
Dahrendorf la chiamava la quadratura del cerchio. Non funziona più per garantire la libertà di tutti?
«Dipende dal significato che diamo alle parole. Che cos’è la libertà oggi? Si può intendere come libertà dall’oppressione, dall’ignoranza, dal bisogno, quindi emancipazione. Ma per i tecnocapitalisti la libertà è proprio potere assoluto, quindi prevaricazione».
Come si può definire questa evoluzione-involuzione del liberalismo?
«Darwinismo sociale – generalmente implicito e talora ormai apertamente teorizzato – secondo cui la libertà come potere di svilupparsi e crescere indipendentemente da chi non ne ha rappresenta un valore evolutivo per tutta la società».
Ma ciò ripugna ai canoni dell’etica liberale.
«Sì, se si assolutizza l’idea di una libertà creativa come motore unico di sviluppo, per cui ciascuno è artefice della sua fortuna. E se non sei in grado di raggiungere le mete che ti sei dato, peggio per te, fatti da parte. È la colpevolizzazione degli emarginati, dei deboli, dei poveri che, per dirla con Spencer, sono solo zavorra che impedisce lo sviluppo. Dunque, perché la politica dovrebbe occuparsene garantendo loro quelli che chiamiamo diritti sociali?».
Il darwinismo sociale è irreversibile?
«Ho raccolto almeno una trentina di libri recenti sulla democrazia. In gran parte non sono analisi critiche di una realtà in tensione con l’ideale, ma constatazioni categoriche e rassegnate di obsolescenza dell’ideale stesso».
Da cosa nasce l’obsolescenza?
«La democrazia si fonda su due pilastri. Il demos è una società che supera la frammentazione individualistica, nonché la frattura insanabile tra chi ha tutto e chi non conta niente. E così esprime le sue energie nel kratos, cioè nell’autorità, nel governo senza l’arbitrio della forza bruta, dove nessuno è posto nell’alternativa tra vendersi o diventare uno scarto sociale. Entrambi i pilastri sono in crisi».
Quale pilastro si è rotto prima?
«Il popolo, se non scomparso, è depresso. Sulle decisioni fondamentali la sua voce è irrilevante anche quando riesce a esprimersi, sia pure in modo embrionale, come nei movimenti per i diritti, l’eguaglianza, la pace».
Dov’ è l’innesco della crisi?
«A monte, se leggiamo in controluce il vostro dibattito. La crisi della democrazia politica, la rottura del demos e del kratos, sono l’effetto e non la causa della sperequazione della ricchezza».
Che cosa pensa delle proposte di Carofiglio?
«La prima è una tassazione straordinaria a carico di chi detiene grandi patrimoni: sostanzialmente una patrimoniale, anche se c’è una pruderie a usare questa parola. La seconda è un fondo nazionale per chi si trova in situazioni eccezionali di bisogno. Ecco: quest’ultima mi convince, per far fronte agli imprevisti della vita. Sarebbe opportuno affidarne la gestione non allo Stato, ma agli enti locali, anche in rapporto con i soggetti del terzo settore, del privato sociale».
E la prima proposta?
«Obbedisce al principio: al di sopra di una determinata soglia di ricchezza, scatta una misura tributaria speciale. Al di là delle obiezioni tecniche come quelle condivisibili di Bernabè, non mi convince per il motivo fondamentale che divide ulteriormente il demos, creando un ceto di ultra ricchi distinto dal ceto delle persone normali. Vogliamo tornare a una società per ceti?».
Che cosa comporterebbe?
«Le società per ceti, pre rivoluzione francese, erano tenute insieme da lingue, ideologie, religioni, concezioni metafisiche della società e dello Stato che non esistono più. Oggi la divisione in ceti non può che alimentare invidia sociale, odio, risentimento in entrambe le direzioni: verso l’alto e verso il basso. Io sono contrario a combattere la colpevolizzazione sociale dei poveri con la simmetrica colpevolizzazione dei ricchi».
Ci sono alternative?
«La Costituzione dice una cosa saggissima: non devono esserci misure tributarie speciali, ma un unico regime in cui tutti i cittadini sono coinvolti secondo il criterio della progressività, contribuendo al benessere collettivo in misura delle proprie risorse».
C’è una differenza così rilevante?
«Certo. Bisogna evitare opzioni che alimentino la disgregazione sociale. Ne faccio una questione di psicologia, prima ancora che di economia o diritto. Stesso obiettivo, logica opposta: solidarietà chiedendo di più a chi ha di più, anziché fratture e invidie sociali colpendo i privilegiati additati come affamatori del popolo».
In realtà, il sistema fiscale è attualmente regressivo e discriminatorio.
«Cioè abbiamo fatto un passo indietro persino rispetto al criterio della proporzionalità fiscale, proprio dello Stato liberale. Oggi la rendita finanziaria è tassata meno del lavoro e delle pensioni. Ciò dovrebbe farci interrogare: non siamo una Repubblica democratica fondata sul lavoro?».
Torniamo sempre alla Costituzione?
«Non per feticismo, ma per una visione apprezzabile della società. In Assemblea Costituente, la sinistra avrebbe voluto scrivere “dei lavoratori”. Incontrarono opposizioni a causa dell’intonazione classista della formula. “Fondata sul lavoro” fu il compromesso. Il significato, però, è chiarissimo: Repubblica fondata sul lavoro, non sulla rendita. Il che non vuol dire espropriare i patrimoni, ma tutelare il reddito da lavoro rispetto al denaro che produce denaro».
Che sbocchi può avere questo dibattito?
«L’invidia sociale è un sentimento ambivalente. In tempi normali, il privilegio altrui suscita ammirazione e desiderio di emulazione: penso ai genitori che accompagnavano i figli fuori dal Billionaire a invidiare i ricchi. Ma in tempi difficili, e questi lo sono, può degenerare in odio distruttivo».
Fino a che punto?
«Alla scorciatoia dell’uomo forte, che si nutre di demagogia e sfocia nell’autoritarismo. Perché quando ti accorgi che resterai sempre fuori dal Billionaire e non diventerai mai come quelli che entrano davanti ai tuoi occhi, la democrazia non serve più».
Non esistono i poveri ed i ricchi ma tutto quello che c’è in mezzo fatto di decine di milioni di persone che pur non avendo avuto successo , per così dire, lavorano e creano ricchezza ma non ricevono in cambio la sicurezza sociale data da servizi fondamentali come la sanità,i trasporti, la scuola ed il diritto al lavoro remunerato decentemente. Senza queste garanzie non ha senso parlare di democrazia e libertà. Poi le libertà….quali libertà? La vita sociale di milioni di individui comporta inevitabilmente il rispetto di regole che viste in un certo modo possono essere viste come una limitazione delle proprie azioni , ma qualcuno riesce ad immaginare una società che consenta a tutti i suoi componenti di fare quello che gli pare ? A quel punto ci sarebbe qualcuno che ci riuscirebbe a farlo perché più potente e ovviamente a discapito degli altri . A pensarci bene è proprio quello che accade da noi e che viene chiamata libertà.
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“La vita sociale di milioni di individui comporta inevitabilmente il rispetto di regole che viste in un certo modo possono essere viste come una limitazione delle proprie azioni , ma qualcuno riesce ad immaginare una società che consenta a tutti i suoi componenti di fare quello che gli pare ? ” Esatto, ma ora siamo ad un loop osceno. Quelli che hanno oggettive limitazioni alla loro libertà perchè già in una situazione di svantaggio economico e sociale chiedono maggiore sicurezza dalla minaccia dei migranti. Votano partiti di demagoghi e applaudono Trump, Musk, Salvini, Vannacci e pure Rizzo. E qui ha ragione Ainis: “La sicurezza non è un diritto, è un limite all’esercizio dei diritti. Il diritto alla manifestazione del pensiero può essere compresso e allora il corteo viene vietato per ragioni, appunto, di sicurezza. Ma se per respingere i migranti o i disobbedienti proclamiamo uno stato d’assedio permanente, ne va di mezzo la nostra stessa libertà. Quest’ossessione si traduce in una superfetazione della norma penale: abbiamo 35mila fattispecie di reato, nemmeno i giudici le conoscono tutte. Risultato: da inizio legislatura si registra un sovraffollamento del 133 per cento delle carceri, 16mila detenuti in più dei posti letto. Un’offesa alla civiltà giuridica.”
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“… Repubblica fondata sul lavoro, non sulla rendita. Il che non vuol dire espropriare i patrimoni, ma tutelare il reddito da lavoro rispetto al denaro che produce denaro».”
Esatto. Equiparare o meglio invertire le tassazioni.
Il reddito da lavoro e pensione deve casomai essere tassato MENO delle rendite finanziarie!
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Occhio che anche un bot, un cct, un obbligazionario qualunque (erroneamente ritenuto “protettivo” rispetto alle azioni erroneamente ritenute “speculative a prescindere”) sono rendita finanziaria. Rendita finanziaria di quelle che con ogni probabilità hai anche tu (risparmio investito) e con cui arrotondi la pensione.
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Ritieni che sia giusto che chi guadagna con la finanza sia tassato meno di chi lavora? 😳
È un obbrobrio, un’assurdità che solo un destrorso neoliberista può apprezzare.
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Sul piano morale il discorso è anche condivisibile; sul piano pratico sembra un capitolo del libro dei sogni.
Cominciamo da una contraddizione.
Se, come sostiene Zagrebelsky, la concentrazione della ricchezza è già arrivata a livelli tali da minacciare la democrazia, quale forza politica sarebbe in grado di correggerla?
Redistribuire significa togliere molto a pochi per dare poco a molti.
Chi ha da perdere, soprattutto se ha molto da perdere, combatte ferocemente.
Chi ha da guadagnare, soprattutto se ha poco da guadagnare, spesso nemmeno se ne accorge o gli conviene combattere.
Chi ha interessi rilevanti da difendere si organizza: associazioni di categoria, gruppi di pressione, fondazioni, reti relazionali, club esclusivi.
Chi potrebbe beneficiare della redistribuzione, nella maggior parte dei casi, ha una famiglia e qualche amico; quando va bene.
Anche l’idea di tassare maggiormente le rendite finanziarie rispetto ai redditi da lavoro appare più una dichiarazione di principio che una proposta concretamente praticabile.
È facile sostenere che le rendite debbano contribuire di più; più difficile è farlo in un contesto in cui i capitali possono spostarsi con relativa facilità.
Nel momento in cui l’imposizione aumenta, una parte della base imponibile tende a trasferirsi altrove.
Si può continuare ad aumentare l’aliquota quanto si vuole, ma se la base imponibile si riduce il gettito rischia di scomparire.
Storicamente non mancano esempi di forti riduzioni delle disuguaglianze, dal New Deal , al secondo dopoguerra europeo.
Tuttavia questi cambiamenti non sono stati il risultato di una correzione democratica.
Sono arrivati dopo shock di enorme portata: crisi economiche devastanti, guerre mondiali, sconvolgimenti sociali.
L’idea secondo cui cresce la disuguaglianza, gli elettori reagiscono, la politica interviene e il sistema si riequilibra assomiglia più a un modello onirico.
La storia mostra piuttosto un’altra sequenza: le disuguaglianze crescono, il sistema le assorbe per decenni, gli interessi consolidati e le rendite di posizione bloccano le correzioni, arriva uno shock e soltanto allora diventa possibile correggere.
Non dico che questo sia auspicabile; dico che è ciò che, finora, successo.
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Basta continuare a non porsi il problema e anzi a magnificare chi è già ricchissimo, così il problema non si pone per i prossimi decenni.
E’ più forte di te, hai il vizietto di str0nzeggiare su ogni argomento con quelle 2 cose in croce che hai imparato in economia.
Gonfio e tronfio come sempre.
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… E neoliberista di 💩.
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A cuccia scema
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O deficiente, “a cuccia” lo dici a quella ca*na di tua mamma!
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A cuccia scimunita.
Se i vermi del camposanto sapessero cosa è l’intelligenza tu diventetesti una mummia.
A cuccia e non rompermi i OO
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Capisco che tu NON possa capire, funziona così per chi ha almeno 30 punti di QI in meno… e tu difetti di almeno una quarantina, poveretto, si vede dalla frase priva di senso che hai rigurgitato … ma almeno questo lo puoi afferrare: che la cuccia è occupata fa quella cag na di tua madre che ti ha partorito x strada… perciò sei così disastrato e te ne stai a ca*are in giro, col solito tono di fare un regalo a tutti…
Spostati – veloce – ché mi sporchi le scarpe.
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A parte che oggi parlare della Costituzione Italiana, è come parlare del miglior tipo di macchina da scrivere. La nostra “Carta”- dopo aver sciaguratamente aderito al Regime dell’Unione Europea, dopo che l’intero arco parlamentare ha avuto la spregiudicatezza di sospendere le procedure democratiche, di militarizzare la società, limitare le libertà civili e introdurre misure di controllo senza precedenti come conseguenze di Pandemia e Guerra contro la Russia – bhè, diciamocelo, ha la solita autorevolezza della pagina dell’Oroscopo di Paolo Fox del Lunedì.
Detto questo, il tema trattatato da Zagrebelsky è da anni un cavallo di battaglia di Thomas Fazi. Un intellettuale, giornalista e saggista britannico-italiano. Un analista di assoluto rilievo nel dibattito critico su capitalismo, democrazia e politiche europee. E per questo, ovviamente, assolutamente sconosciuto in Italia.
Nei suoi articoli e interventi spiega l’assoluta incompatibilità fra il neoliberismo e la democrazia. La base del suo ragionamento è che: “l’estrema disuguaglianza e la democrazia sono fondamentalmente incompatibili”.
Per Fazi oggi infatti non saremmo in una vera democrazia, ma in quella che molti definiscono ‘post-politica’: un regime in cui lo spettacolo politico prospera, ma dove le alternative sistemiche allo ‘status quo’ neoliberale vengono escluse a priori.
Egli sostiene che (soprattutto) dagli anni ’70 in poi è andato verificandosi lo smantellamento progressivo delle cosiddette democrazie. Eseguito attraverso deindustrializzazione, didintegrazione delle classi sociali (anche con mezzi, non leciti o addirittura criminali) e l’istituzione di politiche neoliberali.
Per Thomas il Trattato di Maastricht ingloba il neoliberismo nella struttura stessa dell’UE ed è, fra le altre, la creazione più evoluta e più totalitaria che le elitè neoliberali hanno creato.
L’Unione Europea è infatti un ente che vieta politiche keynesiane ma trasferisce il controllo economico e decisionale a un’istituzione non-democratica, tecnocratica, utile solo a conferire un quadro di legalità al potere finanziario illimitato delle élite occidentali, come appunto la sua Commissione.
In altre parole, l’UE interviene eccome nell’economia, ma sempre per imporre il neoliberismo, non per servire la volontà democratica dei popoli.
In sostanza è un mero strumento del neoliberismo, per garantirsi la sua continuità ed escludere strutturalmente le alternative democratiche. Incorporando le sue logiche in istituzioni legali (come l’UE) in modo che nessun governo democraticamente eletto possa mai contestarle.
Quindi leggere oggi questa intervista a Zagrebelsky, pur rispettando il giurista e l’uomo, è come leggere un giornale ormai vecchio di almeno 30 anni.
Purtroppo condivido le conclusioni di Lionheart70, ne usciremo solo dopo shock di enorme portata.
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Conosco le tesi di Fazi, è uno che dice la verità senza edulcorarla. Ma allora che facciamo? Dobbiamo sperare nell’apocalisse per poi andare a ricostruire tutto dalle macerie, sempre che ci sia spazio di ricostruzione e soprattutto possibilità di farlo?? Il capitalismo turbo-finanziario ha già pensato a questa eventualità. La BARBARIE!
E fare come la Cina – o perlomeno imparare da essa – che ha inventato un Modo di Produzione fattibile e progressivamente con brillanti risultati, senza aspettare la catastrofe per poi sperare di rinascere come l’Araba Fenice??
I punti fondamentali su cui agire sono due: il ruolo centrale dello STATO – oggi gli stati occidentali non decidono niente, aspettano ordini dai poteri extra nazionali – l’ECONOMIA MISTA (pubblico/privata) ma sotto la guida dello stato, previa acquisizione del controllo delle BANCHE (cominciare già oggi a fondare una banca pubblica esclusivamente commerciale senza giochi iperfinanziari).
PROGRAMMAZIONE rigorosa dello sviluppo tramite le aziende a controllo pubblico alla quale i privati dovranno accodarsi se vogliono far soldi ma senza arricchimento a briglia sciolta e anarchica. E altro ancora di contorno, tipo la diffusione di una cultura del bene comune.
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