Manuale per le elezioni. Battaglia: consigli anti-destra per vincere felici

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Pubblichiamo un estratto del libro in uscita domani, martedì 20 ottobre. […] Vogliamo fare un gioco? Ecco le dieci cose da fare per sconfiggere (forse) Giorgia Meloni. La prima regola, “informarsi davvero”, è esattamente quello che va fatto se non ci vogliamo far intontire dalla pochezza del potere. È chiaro che se non ti informi veramente, sul serio, credi a tutte le baggianate del potere. Credi che la Meloni sia brava? Credi che Tajani sia bravo? Credi persino che Donzelli possa essere bravo? Credi alla narrazione e allo storytelling del regime. E allora non fidatevi del Tg1, non fidatevi di Libero, ma cercate di andare alla fonte. Cercate di scoprire le cose facendovele raccontare da chi magari non vi piace fino in fondo, di cui non condividete sempre ciò che dice, ma cercate quelle persone a cui riconoscete onestà intellettuale, e magari anche un po’ di competenza e di talento. La seconda regola è quella di “ribellarsi”, e bisogna per forza ribellarsi, perché altrimenti si accetta qualsiasi cosa. Si comincia perfino a credere che avere una classe dirigente fatta da figure come Bignami sia normale. Non è normale, ma diventa normale se ci dimentichiamo di ribellarci.
La terza regola deriva proprio dall’ignavia di molti intellettuali. Noi dobbiamo fare esattamente l’opposto di quello che fanno coloro che “tengono famiglia” e che coltivano l’avidità e il paraculismo. Dobbiamo rischiare, quindi dobbiamo “restare vigili, restare critici e restare vivi”. È fondamentale, perché altrimenti ci spegniamo, altrimenti diventiamo ignavi anche noi, ed è la peggiore delle morti. “Una morte un po’ peggiore”, proprio come diceva Francesco Guccini nella Canzone delle osterie di fuori porta.
Poi c’è la quarta regola, che è quella di “mettere in discussione anzitutto se stessi”, perché anche noi siamo italiani, anche noi siamo “italiani brava gente”, anche noi siamo italiani medi, anch’io sono italiano medio. E quando noi critichiamo l’italiano medio, critichiamo noi stessi. Per non diventare italiani medi dobbiamo mettere ogni giorno in discussione noi stessi, andando quindi a sconfiggere, o quantomeno a combattere, tutte quelle tentazioni che abbiamo di accontentarci, di andare a cercare la furbizia, il sotterfugio, di fregarcene di tutto. Sempre mettere in discussione se stessi, sempre, anche se è una delle cose più difficili. Ma io mica vi ho detto che era un decalogo facile, questo qua.
[…]
La quinta regola è una di quelle a cui tengo di più: “andare in profondità”. E andare in profondità è esattamente l’opposto di quella cosa schifosa che è lo scrolling. Se noi vogliamo salvare questo Paese, o anche soltanto noi stessi, dobbiamo coltivare la profondità, la complessità e il dubbio. Diffidate sempre da coloro che vi dicono come stanno le cose, che non fanno mai distinguo e che vi danno soltanto certezze. Andate sempre a cercare coloro che vi buttano lì qualcosa – come diceva Giorgio Gaber – e poi se ne vanno. Poi ognuno elaborerà quello che è stato buttato lì, cercando da solo – con tutte le difficoltà del caso – di trovare le eventuali risposte.
La sesta regola è “indignarsi ancora”. Penso, per esempio, che sia necessario indignarsi quando sentiamo la Meloni dire di ispirarsi a Borsellino e a Guccini. Lo vedete? Ogni regola era già dentro questo libro, perché sottesa a ogni capitolo. Quando vi dicono, e ci dicono, certe cose, incazzatevi e incazziamoci ancora – democraticamente, ma risolutamente.
Poi c’è la settima regola: “coltivare la memoria”. Che è l’unica maniera per non incorrere negli stessi errori che si ripetono nella storia. Per esempio, credere di nuovo ai pifferai magici più abietti, alle caricature viventi del fascismo come Vannacci. Coltivare la memoria ti permette di scorgere tutti i rischi per qualcosa che c’è già stato: nel nostro Paese, nel nostro continente, nel mondo. E potrebbe tornare. Se noi coltiveremo la memoria, e quindi conosceremo la storia, potremo riconoscere se veramente oggi c’è un pericolo di fascismo, o anche solo di democratura o di deriva autoritaria. Poi c’è l’ottava regola, che è la regola già citata di Vittorio Arrigoni: “Restare umani”. È quella che dobbiamo tenere a mente sempre, ogni volta che leggiamo commenti atroci sui social da quelle amebe mononeuronali degli haters (epiteto dietro il quale può nascondersi chiunque) e ogni volta che vediamo quelle immagini atroci del genocidio di Gaza, e non solo di Gaza. Il genocidio è da tante parti. La morte è da tante parti, la guerra è da tante parti, lo sterminio è da tante parti, i soprusi sono da tante parti. Restiamo umani, come diceva Arrigoni e come diceva anche don Gallo, un altro che dovremmo ricordare molto di più.
La nona regola – e lo so che qualcuno la riterrà indigesta, perché so benissimo quanto molti piddini detestino i Cinque Stelle e viceversa – è: “fare squadra”. Bisogna fare squadra, anche se è faticoso, anche se significa accontentarsi, anche se significa accettare di camminare con qualcuno che fino al secondo prima ti stava sui coglioni. Siamo un Paese spaccato a metà, diviso violentemente in fazioni, e se non ci uniremo lasceremo che a vincere siano anche (e soprattutto?) gli odiatori, gli incivili, i cinici, i complottisti e le carogne che esultano quando i Di Battista si sentono male. L’Italia di oggi è questa roba qua: un coacervo di rabbia cieca, ignoranza compiaciuta e insensibilità ostentata. Bisogna fare squadra, altrimenti perdiamo. Sono troppo realista? Può essere, ma invecchiando si diventa così.
Decima e ultima regola, molto legata alla nona, e che vi fa capire che sto invecchiando, sì, ma resto un rompicoglioni e spero di restarlo fino alla fine: “accontentarsi, ma non troppo”. Ok fare squadra, ma se fai squadra con delle persone che sono la tua nemesi e kryptonite, non è che fai squadra: distruggi lo spogliatoio, che è molto diverso.
Io credo che questo decalogo sia una buona base di partenza, e ognuno di noi lo dovrebbe applicare. Magari non faremo miracoli, ma se ognuno di noi applicasse anche solo queste dieci regole, probabilmente al prossimo giro vinceremo. E vinceremo persino felici, persino convinti che quella vittoria è un po’ anche nostra, guardandoci con orgoglio e con gioia allo specchio. Ora o mai più: sarà una battaglia importante, una battaglia campale, una battaglia decisiva. E bisogna combatterla tutti. Al meglio e al massimo delle nostre forze.
E per Bacco, ma se si applicano queste regole mica si può votare il campo largo ? Bisogna stare attenti, perché,per esempio uno che a me fa indignare almeno quanto Donzelli è un certo Renzi detto Er bomba . Chi ci portiamo a casa nostra ?
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Lui lo odia più di noi.
Lo sottintende SEMPRE.
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Se esponi queste soavità ad un astensionista equilibrato, dopo un
“meccojoni” per la grandezza dei concetti espressi, ti fa un applauso per cinque minuti, soprattutto sul “fare squadra”.
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“Decima e ultima regola, molto legata alla nona, e che vi fa capire che sto invecchiando, sì, ma resto un rompicoglioni e spero di restarlo fino alla fine: “accontentarsi, ma non troppo”. Ok fare squadra, ma se fai squadra con delle persone che sono la tua nemesi e kryptonite, non è che fai squadra: distruggi lo spogliatoio, che è molto diverso.”
Ogni riferimento al “Bomba & Co.” è delegato alla soggettività di chi legge.
E grazie per il suggerimento che è esattamente quello che si sta cercando di fare ( squadra ) nonostante gli impedimenti inconcepibili di chi si è impuntato a inserirli “per far numero” e chi ora deve ingoiare il rospo, perchè alla squadra di cui parli ci tiene davvero e risulta il più criticato.
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Scanzi, ti voglio bene(si fa per dire, eh!), ma se in un LIBRO-neanche in un articolo buttato lì, in fretta- scrivi questo:
“Diffidate sempre DA (😖) coloro che vi dicono come stanno le cose, che non fanno mai distinguo e che vi danno soltanto certezze.”
… mi cadono le braccia e soffro!
La scelta tra “diffidare di” e “diffidare da” dipende dal significato del verbo.
1. Diffidare DI (non fidarsi)
• Significato: Avere dei dubbi, sospettare o non riporre fiducia in qualcuno o qualcosa.
• Preposizione corretta: DI (con l’eventuale articolo determinativo: del, dello, della, dei, degli, delle).
2. Diffidare DA / A (ambito giuridico o formale)
• Significato: Intimare, ordinare ufficialmente a qualcuno di compiere o di non compiere un’azione.
• Preposizioni corrette:
• Diffidare A fare qualcosa: intimare di compiere un’azione.
• Diffidare DAL fare qualcosa: intimare di astenersi da un comportamento.
Ps scusate🙏🏻 , ma proprio non ce la faccio😣😞
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Scanzi è una persona molto colta, credo che il punto sia psicologico più che semantico. Pressione psicologica sul linguaggio.
È molto probabile che quel “da” non sia stato usato per ignoranza totale della norma, ma per una proiezione semantica: Scanzi voleva suggerire distanza, allontanamento, presa di posizione.
Solo che… ha scelto la preposizione sbagliata. 🙂
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belin…..non posso piu’ mettere “mi piace” ad alcuni commenti….non posso piu’ commentare gli Editoriali di Marvo Travaglio…..e che ca@@o….!!! poffarbacco….!!!
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scusate non “Marvo”…ma bensi’ “Marco”….!!!
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