
(di Marcello Veneziani) – Ma chi era davvero Il Principe di Niccolò Machiavelli? Non era Lorenzo de’ Medici, regnante nel suo tempo, e non era nemmeno Cesare Borgia, il Duca Valentino, in cui pure il Segretario fiorentino ripose le sue speranze. Ma era, a sorpresa, suo padre, Papa Borgia, con e senza accento finale sulla a, vale a dire Alessandro VI, che aveva il cinismo e l’astuzia, carisma e crudeltà del Principe, e pur essendo Pastore del Bene sapeva “entrare nel male”, come diceva Machiavelli e conosceva la via dell’inferno. E come lui fu machiavellico il suo successore Giulio II.
E chi è stato il prototipo del Principe Moderno, ovvero chi ha tradotto nella modernità il duce machiavellico? Napoleone Bonaparte, figlio degenere della Rivoluzione, padre involontario della Restaurazione. Fu il primo Cesare moderno, il primo re senza dinastia, il primo degli autocrati moderni e dei “golpisti”; a lui si ispirarono leader, duci, führer del novecento. La doppia “rivelazione” si ricava da un libro in verità non eccelso, di Peter Sloterdijk, uno dei filosofi viventi più noti nel mondo, uscito in Italia da Raffaello Cortina: Il Principe e i suoi eredi. Con un sottotitolo accattivante come il titolo: I grandi uomini al tempo della gente comune. Accattivante pure la copertina, con Donald Trump nelle vesti di Principe rinascimentale.
Un vero principe è colui che non crede al Caso ma si crede un Destino; e a differenza del sovrano antico non si appoggia al carisma di una tradizione né si sente Unto del Signore, ma si sente egli stesso un destino, come il Principe napoleonico, che è la continuazione del Principe machiavellico nel tempo in cui la Storia prende il posto di Dio. Hegelianamente.
Sloterdijk non ricerca il fondamento teologico del potere, critica Carl Schmitt che parlava di teologia politica e riteneva che il diritto costituzionale moderno derivasse dalla secolarizzazione dei principi religiosi. Per Sloterdijk invece “la sovranità non è la versione secolare dell’onnipotenza divina ma un pretesto per garantire ai prìncipi l’impunità giuridica”. Argomentazione fragile sotto il profilo teorico e pratico: anche a ritenere fondato lo scopo del Principe di autotutelarsi, ciò non esclude la matrice teologica della sua sovranità. Ma Sloterdijk non ha la raffinatezza e l’acume di Schmitt. Del resto, poche pagine prima lo stesso Sloterdijk aveva sostenuto che “il pensiero politico dell’età moderna dopo Machiavelli ha a che fare con una trasfigurazione del peccato originale e la sua “ricopertura giuridica da parte dello Stato”. Il peccato diventa così disubbedire al sovrano e alle sue leggi. In realtà lo stesso dispositivo vige nel cosiddetto dispotismo asiatico, come in Cina o in Persia, che pure non c’entrano col cristianesimo e il peccato originale.
Peraltro il legame sorprendente tra Sant’Agostino e il Principe lo aveva già acutamente colto più di mezzo secolo fa Giuseppe Prezzolini in Cristo e/o Machiavelli (ed.Rusconi), in cui sottolineava che il Padre della Chiesa e l’Autore del Principe erano accomunati dal pessimismo sulla natura umana, che il primo faceva risalire al peccato originale e il secondo alla malvagità naturale dell’uomo (come poi dirà Thomas Hobbes). Perciò serviva l’Auctoritas di un Principe e la Potestas di uno Stato con le sue leggi e la sua forza, per correggere il male verso cui sono naturalmente inclini i sudditi.
Dalle pagine di Sloterdijk non si evince il nesso tra il Principe e gli eredi contemporanei, gli autocrati Putin e Xi Jinping, ma anche Erdogan e Modi (che l’autore svela proveniente dai ranghi dell’estrema destra indiana), Trump e perfino Berlusconi.
Emerge invece la fragilità della democrazia, sia intrinseca che in rapporto ai regimi autocratici. La democrazia appare stanca, obsoleta, subordinata ai poteri economici, tecnocratici e militari, disertata dal popolo sovrano, disabitata di valori e di principi comuni, inefficiente e incapace di decisioni rapide ed efficaci.E ingannevole: Sartre riteneva le elezioni democratiche “una trappola per allocchi”. Più che ravvisare il filo di continuità tra il Principe di ieri e gli autocrati d’oggi ci sarebbe allora da chiedere un più stretto paragone tra le democrazie declinanti e cagionevoli in cui viviamo e le autocrazie inaccettabili ma gagliarde che torreggiano nella società globale, e rappresentano una risposta al disordine mondiale. Nelle democrazie come nelle autocrazie vigono la propaganda e la manipolazione e manca un tessuto comune di valori, idee, idem sentire.
La democrazia è malata, incapace di risollevarsi con le sue stesse forze, e ricorre talvolta all’estremo rimedio delle scorciatoie impraticabili, come il populismo. Il voto universale è un’offesa all’intelligenza, alla qualità, ai meriti ed è pure deviato e tradito in corso d’opera; la somma aritmetica di volontà singole non produce un coerente ed efficace risultato ma è alla mercé di chi poi di fatto la interpreterà. Ossia il potere usa il gradimento popolare ma è infedele al suo mandato, peraltro vago e contraddittorio. Vero ma il problema è con che cosa puoi sostituire la democrazia? E qui torna, inevitabile, la citazione di Winston Churchill che la democrazia è il regime peggiore, eccetto tutti gli altri. Così restiamo abbracciati a un fantoccio mentre la politica smuore, il popolo oscilla tra scontento e defezione e la vita è altrove, come il potere.
Chirchill ,come quelli con la puzza sotto il naso e l’ impero sotto i piedi ,aveva torto marcio , perché dava ragione a se stesso e al suo regime . Nel ” Il principe ” vi è un razionale ragionamento sul come detenere il potere con il consenso indiretto del popolo ,cioè non inimicandoselo con comportamenti oppressivi oltre misura e mettendo alla fame i sottomessi .Ora se le democrazie non sono tali ,cioè esecutrici dei desideri legittimi e non demagogici della popolazione , è chiaro che hanno fallito e che siano destinate al declino .
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