La mobilitazione “L’Italia scende in piazza”, promossa contro il caro carburante e la crisi del settore agricolo dal Movimento popolare nazionale insieme a Popolo di Calabria, Movimento territorio e agricoltura, Gda Associazione Tutela Agricoltori, Gruppo agricoltori del Crotonese e Comitati riuniti agricoli – Cittadini italiani, Cosenza, 28 settembre 2026. ANSA/LUIGI SALSINI

(lafionda.org) – Da settimane agricoltori, allevatori, olivicoltori, pescatori e autotrasportatori sono in mobilitazione contro il caro carburanti e l’aumento dei costi di produzione. Dalla Sicilia alla Calabria, dalla Puglia al Lazio, si susseguono presìdi, cortei e blocchi stradali. Tra il Gargano e il Foggiano, nel Cosentino e nel Catanzarese, si segnalano difficoltà nell’approvvigionamento dei supermercati e lunghe code ai distributori di carburante. Al centro della protesta ci sono condizioni economiche divenute insostenibili per un intero mondo produttivo: l’aumento dei prezzi del gasolio e delle materie prime, i compensi agricoli spesso insufficienti persino a coprire le spese, la concorrenza delle importazioni sottoposte a standard differenti. A pesare è anche il divario tra i prezzi riconosciuti ai produttori e quelli pagati dai consumatori, insieme al potere contrattuale degli intermediari e della grande distribuzione organizzata, che tende a scaricare sui primi una parte sproporzionata dei costi e dei rischi d’impresa. Una situazione che mette in difficoltà interi settori produttivi e si ripercuote, attraverso i rincari, anche sui consumatori. Da qui la richiesta di interventi urgenti sul costo dei carburanti, di misure a sostegno delle attività produttive e di risposte istituzionali concrete.

E la mobilitazione non si ferma, anzi si allarga. Dal 16 al 20 ottobre è previsto un fermo di cinque giorni degli autotrasportatori aderenti alle organizzazioni promotrici in Calabria e Sicilia, mentre in altre regioni del Mezzogiorno proseguono presìdi e proteste. Sul piano nazionale, le associazioni del settore chiedono interventi urgenti e prospettano un’estensione della mobilitazione in assenza di risposte adeguate. Dai presìdi emerge la difficoltà crescente di continuare a lavorare: agricoltori schiacciati dall’aumento dei costi e da prezzi di vendita sempre meno remunerativi, imprese di trasporto che non dispongono più della liquidità necessaria a mantenere in circolazione i mezzi, pescatori e piccoli produttori che vedono erodersi ogni margine di guadagno. Particolarmente difficile è la condizione dei piccoli autotrasportatori, spesso impossibilitati a trasferire sui committenti l’aumento dei costi del carburante, a fronte di tariffe che non tengono il passo con i rincari. A questo quadro si affianca la vertenza dei lavoratori dell’ex Ilva di Taranto e dell’indotto, che chiedono garanzie occupazionali e un piano industriale credibile, capace di coniugare continuità produttiva, risanamento ambientale e tutela del lavoro. Sono mobilitazioni differenti, ma attraversate da una medesima questione di fondo: la possibilità, per chi lavora e produce, di continuare a vivere dignitosamente del proprio lavoro.

Eppure, nel grande circo politico-mediatico nazionale, queste proteste, pur non essendo passate completamente sotto silenzio, ricevono un’attenzione del tutto insufficiente rispetto alla loro portata. Il dibattito pubblico si consuma in una baruffa sterile e inconcludente, che aggira le questioni fondamentali del Paese o le affronta soltanto in superficie, mentre il disagio di questi lavoratori e delle loro comunità resta ai margini. È la consueta operazione di rimozione della realtà quando questa risulta sgradita: non occorre censurarla apertamente, basta relegarla sullo sfondo, fino a renderla politicamente quasi invisibile.

È il paradosso di un Paese che celebra il Made in Italy, ma lascia impoverire chi materialmente lo produce. Da una parte, la retorica governativa del «Made in Italietta»; dall’altra, un’opposizione parlamentare distante dalle ragioni profonde di queste mobilitazioni. Il riflesso di una classe dirigente inadempiente e subalterna, incapace di assumere i bisogni, gli interessi e le aspirazioni profonde delle classi lavoratrici come vincolo interno della propria azione politica. Si misura qui la distanza, sempre più evidente, tra le domande che emergono dalla società, attraversando interi territori, settori produttivi e vasti strati sociali, e un sistema politico-istituzionale che non sa raccoglierle, rappresentarle e tradurle in indirizzo politico.

Sullo sfondo, le contraddizioni di un modello economico e sociale che espone le produzioni nazionali alla concorrenza globale senza adeguate garanzie a tutela del lavoro e delle produzioni nazionali, mentre i vincoli europei e sovranazionali ostacolano una politica orientata alla piena e buona occupazione e alla tutela delle capacità produttive del Paese. A tutto questo si aggiungono gli effetti delle guerre e delle politiche di escalation militare sui mercati energetici e sui costi di produzione, mentre la corsa al riarmo sottrae risorse agli investimenti produttivi, allo sviluppo dei territori e al welfare.

Nel Mezzogiorno, tutto ciò si innesta su fragilità strutturali mai superate: carenze infrastrutturali, difficoltà di accesso al credito, disoccupazione, spopolamento, impoverimento del tessuto produttivo e progressivo indebolimento dei servizi pubblici essenziali. Un quadro già segnato da profonde diseguaglianze territoriali, che l’attuazione dell’autonomia differenziata rischia di aggravare ulteriormente, anziché contribuire a superare.

Non è soltanto una protesta di categoria. È una grande questione sociale, nazionale e popolare, che riguarda la dignità del lavoro, la sopravvivenza delle economie locali, la tenuta dei legami sociali e il futuro del Mezzogiorno.

Piena solidarietà dunque a chi si mobilita e lotta per difendere il proprio lavoro, la propria terra e il futuro delle proprie comunità.