
(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Non bastavano i problemi in seno al campo largo, ancora privo di un programma a meno di un anno dalle elezioni. A mettere a dura prova la segreteria Schlein è ora la discussione interna al Partito Democratico sul Ddl Antisemitismo, proposto dal leghista Massimiliano Romeo e in attesa di approvazione alla Camera, dopo il primo sì incassato al Senato. A Palazzo Madama Elly Schlein aveva optato per la linea dell’astensione, lasciando l’onere del voto contrario agli alleati del M5S e AVS, che insieme a una vasta rete composta da accademici e ong denunciano la natura liberticida della legge. L’indirizzo della segreteria è stato boicottato da 6 senatori dem, tra cui Graziano Delrio, firmatario di una proposta analoga assorbita dal Ddl Romeo, a cui hanno espresso il proprio voto favorevole. Ora, nel tentativo di ricompattarsi per evitare una nuova spaccatura a Montecitorio, i dirigenti del PD hanno lavorato per ottenere il rinvio del voto in aula, trovando l’assenso della maggioranza che dal canto suo potrà contingentare i tempi dell’esame e scavalcare le richieste delle opposizioni.
Astensioni, voti contrari (per ora solo annunciati) e favorevoli, aule abbandonate: in pochi mesi il Partito Democratico ha percorso tutte le strade possibili, cambiando più volte itinerario, di fronte all’esame del Ddl Antisemitismo. Il provvedimento adotta la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), contestata a livello internazionale perché equipara all’antisemitismo le critiche alle politiche del governo d’Israele, attaccando di fatto la libertà di espressione. La misura ha comunque trovato un centrodestra compatto, passando a marzo in Senato con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. Tra questi, i 6 senatori dem: Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa, che hanno ignorato la direttiva dell’astensione proveniente dal Nazareno. Non proprio la vetrina ideale per un partito impegnato nelle trattative sugli equilibri politici del campo largo, ancora alla ricerca di un leader condiviso da tutte le forze.
Elly Schlein non vuole cedere così facilmente lo scettro a Giuseppe Conte, volto del M5S post-Grillo; così è corsa ai ripari, per ricompattare il partito e rilanciare l’immagine della sua leadership. In vista del voto in Commissione Affari costituzionali della Camera, è stata adottata la nuova linea sul Ddl Antisemitismo: il voto contrario. Sembrava fatta, poi è arrivato l’aut aut di Emanuele Fiano, che ha minacciato di uscire dal partito in caso di opposizione alla proposta di legge. A un possibile effetto domino si è aggiunto l’invito della senatrice a vita Liliana Segre a ripensare la posizione sul ddl. Lo psicodramma ha così ripreso a serpeggiare, portando i deputati dem ad abbandonare l’aula prima del voto in Commissione.
Ieri, all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, avrebbe dovuto figurare anche il Ddl Antisemitismo. Ma a seguito di un accordo raggiunto tra i capigruppo, la discussione è slittata a novembre. A guadagnarne è sia il PD, che dovrà continuare i suoi lavori di mediazione interna, sia la maggioranza, che con il cambio di calendarizzazione potrà contingentare i tempi dell’esame, limitando interventi e modifiche.
Che il Partito Democratico abbia ereditato quella divisione in correnti tipica dei partiti-massa della prima repubblica non è un mistero. Così come non è un mistero che queste divisioni comportino evidenti spaccature su temi politici rilevanti, a partire dai rapporti con Israele. Quello del Ddl Antisemitismo non è un caso isolato. Nel PD c’è chi parla di genocidio a Gaza, e chi lo nega. Chi chiede sanzioni nei confronti di Tel Aviv e chi si oppone, perché le inquadra come una punizione collettiva, nonostante il pieno appoggio alle sanzioni verso Mosca per l’invasione dell’Ucraina, configurando il doppiopesismo europeo. L’invio di armi a Kiev è un altro argomento scottante in casa Nazareno, registrando tensioni tra la base e la dirigenza. Un punto che tiene in scacco il campo largo, ancora orfano di un programma a meno di un anno dalle elezioni.
perchè ogni volta che i PIDIOTI devono fare una scelta hanno bisogno dello psichiatra?
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MARCO REVELLI – IL POLITOLOGO: “DIFFICILE CAMBIARE IL PARTITO”
“Parte del Pd è una zavorra per la coalizione: è col governo su esteri, giustizia e lavoro”
di Lorenzo Giarelli
Con Marco Revelli, politologo e fine conoscitore della sinistra, si parte da una fotografia: un gruppo di parlamentari del Pd (e di Azione) che applaude passaggi del discorso di Giorgia Meloni sulla guerra in Ucraina, in particolare sul sostegno a Kiev e sulla pace giusta.
Professor Revelli, andiamo verso le elezioni: ha senso proporsi come un’alternativa a Meloni, se su un macrotema come questo si è perfettamente in linea con l’attuale governo?
Devo dire che la cosa non mi stupisce neanche più. Dentro al Pd c’è un settore non maggioritario, ma che esercita un certo potere, che rema in direzione ostinata e contraria al sentimento che appartiene al popolo della si?nistra. Sembrano quasi ostentare la loro diversità rispetto alla tradizione anti-militarista della sinistra, c’è quasi un compiacimento in questo.
È un segnale allarmante per la coalizione?
Il guaio è che non riguarda solo l’Ucraina, ma avrebbero potuto applaudire Meloni anche sul genocidio a Gaza, sul riarmo o persino su temi sociali. Li troviamo sempre da un’al?tra parte e io credo che quest’area del Pd sia una grande zavorra che impedisce al centrosinistra di mobilitare con convinzione il proprio popolo.
Un programma di coalizione prima o poi andrà scritto: come si fa a trovare una sintesi in queste condizioni?
Di sicuro è impossibile pen?sare di scrivere un program?ma che prescinda da una questione dirimente come la politica estera, de?clinata sia con gli aiuti militari che col riarmo. Parlia?mo di una cappa di piombo che impe?disce qualsiasi al?tro progetto di wel?fare, uguaglianza sociale, pensioni, infrastrutture. Sa?rebbe una grande ipocrisia presentare proposte agli e?lettori senza risolvere il tema della guerra. Schlein dovreb?be dotarsi di un coraggio da leoni, mi rendo conto, ma basta vedere i sondaggi: per?sino chi vota a destra non vuole farsi trascinare nel conflitto. E figuriamoci poi i giovani, di cui spesso si parla soprattutto nel cosiddetto Campo largo.
Schlein guida il Pd da tre anni, ma su alcuni temi fatica a incidere: riuscirà a riformare il Pd?
Parliamo di una formazione politica nata male e segnata in maniera profonda dalla stagione del renzismo, una transizione che non possia?mo dimenticare, fatta di un’identità capovolta. A me il Pd sembra un partito dif?ficile da riformare, a meno di una forte spinta dall’esterno. La stessa Schlein è stata imposta dagli elettori e non cer?to dal corpo del partito o dal?la sua classe dirigente, che è in buona misura segnata da un’adesione esistenziale al
neoliberismo.
Oltre al Pd, anche Calen?da è su posizioni vicine a Meloni in politica estera, eppure qualcuno lo evo?ca ancora come poten?ziale alleato dei progres?sisti.
Calenda è da diverso tempo che fa il pendolare tra destra e sinistra. C’è una zona grigia che parte dalla destra del Pd e va ai partiti di centro che non si vergognano di flirtare con la destra. Sono gli stessi della Sinistra per Israele, del ddl Antisemitismo, del no al referendum sul Jobs Act e così via, fino anche alla giu?stizia.
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