Gli studenti in Francia, gli inquilini in Spagna: aule, insegnanti, caro affitti, penuria di abitazioni popolari. Ma è il divario sociale il bersaglio della protesta che scuote l’Unione

(Federica Bianchi – lespresso.it) – C’era il cielo delle grandi occasioni la settimana scorsa a Strasburgo. Quello di un azzurro così intenso che sembrava dipinto a mano per il fondale di un teatro. Per strada sfilavano migliaia di ragazzi, di adulti, persino di bebè. Questa volta gli studenti non erano scesi soli a protestare come nelle settimane precedenti. Questa volta la polizia non li avrebbe caricati con la forza di chi non ha nulla da perdere e fa invece perdere: qui un occhio, laggiù una mano. «Più soldi per i servizi pubblici, meno per i vostri amici della Repubblica», urlavano i cartelli fatti con i cartoni dei traslochi.
Con i ragazzi hanno sfilato i professori, troppo pochi e troppo poco pagati (nonostante gli oltre tremila euro netti dei più anziani). E poi i genitori, soprattutto loro, sfiniti da una scuola che abita edifici sbilenchi e non riesce più a garantire un futuro alla prole. «Vogliono ridurre il numero di persone che hanno studiato perché non ci sono abbastanza posti di lavoro per tutti», lamenta con la certezza dei suoi diciotto anni Heidi Beker, alunna del biennio preparatorio del Liceo Fustel de Coulanges, che si trova al centro della città alsaziana, proprio accanto alla Cattedrale: «E lo fanno con un algoritmo che discrimina contro chi va nelle scuole di periferia». Una veloce occhiata ai suoi compagni che si preparano a sostenere gli esami per entrare nelle università d’élite: «Non riguarda noi, ma protestiamo comunque in solidarietà».
A stare ai liceali, Parcoursup, la piattaforma nazionale francese introdotta nel 2018 dal governo di Emmanuel Macron per razionalizzare l’accesso all’università, impedisce di fatto a tanti, troppi studenti, di continuare a studiare nei settori di propria scelta e lo fa con criteri poco trasparenti, perpetuando le disuguaglianze sociali. «Era uno dei più bravi della classe e ora lavora in un fast-food a causa dell’algoritmo», taglia corto Beker, parlando di un amico di un suo compagno di banco, aggiungendo: «Deve mantenere anche suo padre e sua madre che non hanno i documenti in regola».
Secondo una ricerca dell’Institut Montaigne, il 77 per cento dei giovani intervistati dichiarava di sentirsi stressato da Parcoursup, soprattutto i più svantaggiati, come sottolinea il politologo Ulysse Rabaté: «Quando il servizio pubblico e l’istruzione pubblica entrano in crisi a subirne le conseguenze più pesanti sono coloro che si trovano in fondo alla scala sociale».
Questa nuova generazione Z, cresciuta in un mondo di crisi permanenti, è da settimane che protesta in Francia. E per altre settimane probabilmente continuerà. «Non c’è futuro fuori dalla scuola ma la scuola non può garantire loro alcun futuro», sintetizza il sociologo François Dubet.
La novità è che non sono più soli. Dopo l’ondata di proteste del 13 ottobre, per sabato 17, giornata mondiale del rifiuto della povertà e primo giorno delle vacanze scolastiche d’autunno, è stata annunciata una nuova mobilitazione: insieme agli studenti migliaia di cittadini arrabbiati per il rincaro dei carburanti, il crollo del potere d’acquisto e l’aumento del costo della vita. Quasi una riedizione aggiornata della rivolta dei gilet gialli iniziata nel novembre 2018. Un clima da fine regime a sei mesi dalle elezioni presidenziali. Dovessero vincere gli estremi dell’arco politico francese, gli stessi a cui questi giovani intendono affidare la missione di «rivoluzionare tutto», delusi dai partiti moderati, a cambiare davvero potrebbero finire per essere i connotati dell’Unione europea: da insieme di Stati a Stati (a fatica) insieme.
«Oltre alle rivendicazioni puntuali esiste un malessere più profondo che riguarda la paura del futuro dei giovani, la consapevolezza che vivranno peggio dei loro genitori tra riscaldamento climatico, ritorno del razzismo, inflazione, violenza gratuita della polizia, guerre che non cessano mai», snocciola al telefono da Parigi Manon Aubry, 35 anni, testa della delegazione di Jean-Luc Mélenchon al Parlamento europeo: «C’è un grande livello di collera nella società».
Ed è la collera il filo conduttore delle proteste che, per motivi diversi, hanno preso a scuotere l’Europa di questo inizio Millennio, a partire dalla penisola iberica, Portogallo incluso, per arrivare al Belgio dove professori, studenti e tanti lavoratori hanno paralizzato scuole e trasporti. E sono pronti a rifarlo. Anche qui gli stipendi faticano a garantire il potere d’acquisto, nonostante il meccanismo di indicizzazione automatica all’inflazione, e i servizi pubblici subiscono tagli e riorganizzazioni, allargando la forbice delle disuguaglianze.
In Italia molti giovani delusi abbandonano una Penisola che ha troppo poco da offrire loro. Altrove in Europa la frustrazione si traduce in mobilitazioni di massa. I manifestanti pretendono non solo di essere ricevuti a Palazzo per fare sentire la propria voce ma soprattutto di cambiare leggi vetuste disegnate da generazioni che hanno fatto il loro corso.
In Spagna la rabbia ha finito per intrecciarsi con una crisi politica che ha accelerato il ciclo elettorale, portando il premier socialista Pedro Sánchez a convocare elezioni anticipate il prossimo 29 novembre. È un Paese anomalo la Spagna, dove i brillanti risultati economici del governo contrastano con il crescente malcontento sociale.
Con lo scoppio della bolla immobiliare durante la Grande crisi, e un periodo di instabilità politica, il timone del Paese è passato nelle mani di un politico tanto pragmatico quanto fortunato. L’economia ha conosciuto una ripresa che negli ultimi anni ha portato Madrid a diventare la nuova locomotiva d’Europa, come ha certificato il Fondo monetario internazionale.
I miliardi del Piano di recupero europeo ne hanno accelerato la conversione energetica e quella industriale, creando nuovi posti di lavoro e facilitando l’ingresso di un’ondata immigratoria sudamericana, favorita anche dalla vicinanza linguistica e culturale. Ma negli ultimi quattro anni di pari passo con il Pil sono cresciuti anche i prezzi, soprattutto quelli delle abitazioni, cogliendo alla sprovvista economisti e politici. Il settore immobiliare, che solo dieci anni fa sembrava una causa persa, è stato preso d’assalto da turisti, nuovi residenti, investitori e speculatori piccoli e grandi (i famosi fondi avvoltoio), con il risultato che i prezzi sono aumentati vertiginosamente, soprattutto quelli degli affitti nelle grandi città.
I salari però non hanno tenuto il passo. A differenza che in Italia, dove stanno subendo una forte erosione, in Spagna sono sì cresciuti, ma l’aumento non ha compensato per tutti il rincaro delle abitazioni, nonostante il salario minimo sia quasi raddoppiato, passando dai 655 euro del 2016 ai 1.221 euro di oggi.
Così in migliaia si sono ritrovati poveri in una nazione sempre più ricca. L’anno scorso il 27 per cento degli inquilini a canone di mercato spendeva oltre il 40 per cento del reddito in affitto, rispetto al 18,6 per cento della media Ue e, secondo la Banca di Spagna, oggi il 66 per cento degli spagnoli vive ancora con i genitori, un dato di poco inferiore a quello di un’Italia in declino economico da trent’anni.
È questo il paradosso spagnolo: l’economia cresce ma il lavoro, un tempo principale strumento di emancipazione economica, non basta più. E il confine tra chi può permettersi una casa e chi ne resta escluso dipende sempre meno soltanto dallo stipendio e sempre più dal patrimonio familiare.
«La Spagna, ma in misura minore anche l’Irlanda, è vittima del suo successo», sostiene l’eurodeputata Irene Tinagli, che da anni si occupa del dossier case: «Il Paese è diventato iper moderno e attraente per gli investimenti esteri, le infrastrutture si sono moltiplicate, sono arrivati tanti immigrati ma i salari sono rimasti ancorati a numeri antiquati».
Così è nato il dramma di Maricarmen Abascal, ad 87 anni diventata il simbolo del malcontento spagnolo. Era stata sfrattata il 23 settembre dall’appartamento nel quartiere madrileno di Retiro dove viveva dal 1956. La società immobiliare Urbagestión, che aveva acquistato la casa nel 2018, aveva contestato la validità del suo vecchio contratto d’affitto, ereditato dai genitori, ottenendo una sentenza favorevole. Maricarmen pagava circa 500 euro al mese, mentre per un nuovo contratto le erano stati chiesti oltre 1.600 euro, a fronte di una pensione di 1.400. Dopo tre tentativi di sfratto bloccati dalle mobilitazioni dei residenti, il quarto è andato a segno.
«Nel capitalismo contemporaneo esiste il diritto di comprare una casa, ma non il diritto alla casa», ha detto a El País Brett Christophers, economista e studioso del mercato immobiliare all’Università di Uppsala, in Svezia.
Le immagini di questa anziana mingherlina nel suo pigiama paglierino mentre veniva estratta dal palazzo su una barella, ricoperta con un telo azzurro, e poi ancora dal letto di ospedale mentre lei, fragile e malata, incitava i concittadini a lottare per i propri diritti, hanno toccato un nervo scoperto in tutto il Paese, se non in tutta Europa, e scatenato manifestazioni immense.
Il 7 ottobre Maricarmen è morta in ospedale, proprio alla vigilia della firma del nuovo contratto che le avrebbe consentito di tornare a casa e subito dopo la bocciatura dei disegni di legge sulla casa da parte del Partito popolare, in testa ai sondaggi. Così la protesta ha assunto dimensioni politiche nazionali, diventando uno dei simboli della crisi che ha accompagnato la decisione del premier di convocare elezioni anticipate.
Il caso di Maricarmen ha anche dimostrato che la frattura non è soltanto generazionale. La precarietà abitativa accomuna giovani che non riescono a lasciare la casa dei genitori e anziani che rischiano di perdere quella in cui hanno trascorso un’intera vita. Sánchez aveva già provato ad alleviare il problema dell’indisponibilità di alloggi per la classe media con la legge sulla casa del 2023. Questa fa leva sul contenimento degli affitti, ma non ha provveduto ad aumentare il numero delle abitazioni disponibili, vero tallone d’Achille della Spagna: solo l’1,7 per cento del patrimonio abitativo è composto da edilizia sociale, ben al di sotto della media europea del 6-7 per cento.
Non solo. L’ultima parola per l’applicazione della legge nelle zone “ad alta tensione abitativa” spetta alle regioni che, come è successo nel caso di Madrid, governata dal Partito popolare, possono scegliere se applicarla o meno. La giustificazione politica della scelta sta, secondo il centro studi di ricerca economica Fedea, nel rischio che il controllo dei canoni di locazione scoraggi i proprietari a dare le proprie case in locazione, riducendone così la disponibilità per i nuovi inquilini.
Dopo l’annuncio di elezioni anticipate il governo, grazie a una formula abbreviata, è riuscito ad approvare due decreti-legge, contenenti 21 misure tra cui prestiti complementari a quelli di mercato per un valore massimo di 50 mila euro, accessibili a tutti a patto che le costruzioni acquisite grazie a questo strumento siano per sempre soggette a un prezzo massimo di trasmissione: uno strumento disegnato apposta per beneficiare chi ha poche risorse. Ma la questione ormai supera il mercato immobiliare. È diventata politica.
In Francia e Spagna dietro rivendicazioni apparentemente diverse emerge una stessa frattura che chiede a una nuova rappresentanza politica di essere sanata: la crescente difficoltà degli Stati europei a garantire quei diritti sociali sui cui hanno costruito la promessa di benessere e di sicurezza del Dopoguerra. Ad avere reso più difficile la risposta dei governi sono stati bilanci pubblici costantemente sotto pressione, investimenti insufficienti nei servizi essenziali e un divario crescente tra redditi da lavoro e patrimoni. Senza contare il moltiplicarsi delle sfide geopolitiche a cui è sottoposto il Vecchio Continente che continuano ad accorciare una coperta già troppo corta.
È sempre più chiaro che la crescita economica non basta più a produrre consenso quando i suoi benefici non si traducono in sicurezza e opportunità per la maggior parte della popolazione e non solo per le élite. Non quando le nuove generazioni sentono di essere state tradite dalla politica. «Tu quando eri giovane avevi una prospettiva davanti a te, vero? Ecco noi no. Non sappiamo quello che sarà di noi», aveva detto tutto d’un fiato Heidi, da sotto il suo caschetto di riccioli neri, in quel pomeriggio assolato di metà ottobre.