
(Fabrizio Russo – lafionda.org) – Ecco l’ennesimo paradosso della politica internazionale che manda in frantumi le certezze del clero politico-mediatico nostrano. L’indiscrezione su un accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin relativo alle forniture di benzina e diesel offre un piccolo ma eloquente compendio della geopolitica contemporanea: un concentrato di pragmatismo americano, disinvoltura russa e, immancabilmente, miopia strategica europea. Proviamo a ricostruirne il significato, al di là delle rappresentazioni di comodo.
1. Il pallottoliere e la realtà: volumi modesti, significato politico rilevante
Dal punto di vista strettamente quantitativo, l’intesa annunciata sulle forniture di prodotti petroliferi raffinati russi verso gli Stati Uniti potrebbe apparire quasi irrilevante. Parliamo di volumi che, rapportati agli enormi consumi energetici dell’economia americana, rappresentano una goccia nel mare: una frazione trascurabile delle centinaia di milioni di galloni consumati quotidianamente negli Stati Uniti. Ma fermarsi al dato contabile significherebbe trascurare la dimensione propriamente politica della vicenda.
La portata dell’accordo è infatti essenzialmente politica e simbolica. Per la Casa Bianca, rappresenta un modo per segnalare che anche il regime sanzionatorio può essere subordinato alle esigenze dell’interesse nazionale e per inviare un messaggio ai mercati energetici. Per il Cremlino, costituisce invece l’occasione per mostrare i limiti del proprio isolamento internazionale e ribadire che persino l’Occidente a trazione trumpiana è disposto a negoziare quando il costo dell’energia rischia di tradursi in una perdita di consenso interno.
2. Il pragmatismo trumpiano e l’inettitudine dei mandarini di Bruxelles
Mentre Washington applica senza particolari scrupoli il principio fondamentale della Realpolitik — perseguire l’interesse nazionale, subordinare la retorica alle convenienze concrete, trattare persino con il “demonio” se questo può contribuire a ridurre di qualche centesimo il prezzo del carburante per gli automobilisti dell’Ohio —, l’Unione Europea resta a guardare, esclusa dai principali tavoli negoziali.
Le autorità europee confermano così tutti i limiti di un ceto burocratico privo di un’autonoma visione strategica, incapace di leggere le trasformazioni degli equilibri energetici mondiali e costretto a ricorrere al gas naturale liquefatto americano a prezzi elevatissimi, dopo aver sacrificato importanti settori dell’industria tedesca e italiana sull’altare di politiche sanzionatorie dagli effetti largamente autolesionistici. Trump negozia con l’avversario storico per alleggerire la pressione economica sui propri elettori; la Commissione europea continua invece a recitare la parte del vaso di terracotta, persuaso di poter competere ad armi pari con i vasi di ferro.
3. Il catechismo politico-mediatico e la manipolazione del consenso
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto i palazzi della burocrazia comunitaria. Investe anche il sistema politico-mediatico che, da anni, propone all’opinione pubblica europea, e in particolare a quella italiana, una rappresentazione della geopolitica fondata su contrapposizioni morali elementari: i “buoni” contro i “cattivi”, le “democrazie” contro le “autocrazie”, l’Ucraina “aggredita” la cui difesa giustificherebbe qualsiasi sacrificio economico e sociale, fino all’impoverimento delle famiglie e alla deindustrializzazione del Paese.
Mentre le grandi potenze continuano a negoziare, anche sottobanco, per tutelare i propri interessi strategici ed energetici, da noi si insiste nel rivendicare una presunta superiorità morale dell’Occidente, quasi che questa potesse dispensare dall’analisi dei rapporti di forza e dalla valutazione delle conseguenze concrete delle decisioni politiche.
È il risultato di un catechismo etico-politico che pretende di sostituire alla complessità delle relazioni internazionali le categorie proprie di un codice d’onore cavalleresco, quando non addirittura le regole di un’assemblea di condominio. Una rappresentazione semplificata e moralistica che finisce per oscurare gli interessi effettivamente in gioco, sottraendo al giudizio dei cittadini gli elementi necessari per valutare le scelte compiute in loro nome.
Conclusioni: la fabbrica del consenso e la circonvenzione dei cittadini
Di fronte a uno scenario in cui le grandi potenze continuano a contendersi e a spartirsi mercati, risorse e sfere d’influenza, emerge con particolare evidenza la responsabilità di classi dirigenti europee che, anziché rappresentare e tutelare gli interessi dei propri cittadini, sembrano soprattutto preoccupate di giustificare scelte delle quali sono proprio questi ultimi a sopportare le conseguenze.
Il problema non risiede, dunque, in una presunta incapacità degli elettori di comprendere la realtà, bensì nella sistematica deformazione dei termini del dibattito pubblico, attraverso una narrazione che sostituisce l’analisi politica con la contrapposizione morale, restringendo gli spazi di un confronto democratico realmente consapevole.
Più che di incapacità di intendere e di volere dei cittadini, si dovrebbe allora parlare di una sorta di circonvenzione politica ai loro danni: un meccanismo alimentato da classi dirigenti ciniche e da un sistema dell’informazione che continua a dispensare certezze morali mentre altrove si negoziano interessi e si contabilizzano profitti.
Resta da chiedersi se la narrazione politico-mediatica nostrana riuscirà a giustificare anche questa mossa sull’asse Washington-Mosca, o se assisteremo finalmente a un risveglio del realismo politico. Temo, ancora una volta, la comica finale…
La Realpolitik è un’ arte della politica che non alberga nella “Parruccona” della Presidente Europea e meno che mai nella Caciottara della Garbatella .
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proprio cosi’…..!!!!
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mica è krucca per niente!!! e la nostra pesciarola cerca di scimiottarla, per nascondere il fatto ke non ha spazio di manovra, ma deve solo eseguire.
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