
(Tommaso Merlo) – Trump ha incolpato Zelensky perché scarseggia il diesel, ma dovrebbe guardarsi allo specchio se ancora vi riesce. Il lunapark occidentale è rimasto a secco perché i sionisti hanno spinto Trump ad aggradire illegalmente l’Iran. Ed invece di trionfare, se lo sono preso in quel posto. E non riescendo ad ammetterlo, siamo piombati in un baratro tale che Trump è passato dalle sanzioni alla Russia ad elemosinare qualche barile a Putin. Esempio cristallino della superiore civiltà occidentale, i propri sporchi interessi senza nessun ritegno. Ma del resto la strategia iraniana sta funzionando alla grande checché ne dica il circo mainstream, a venire strangolato economicamente questa volta è il panciuto sceriffo americano e i suoi sguatteri europei. Col risultato che Trump alle elezioni di medio termine rischia di fare la fine di un immigrato clandestino, deportato a malo modo in un campo di concentramento ecuadoregno e fatto marcire in una gabbia. Atro che scarica barile, i droni ucraini che colpiscono le raffinerie russe servono giusto a fare foto per la propaganda della Nato e sfogare la bile della banda Zelensky oramai alla canna del gas. Pare che a Kiev non si possa andare neanche più di corpo serenamente perché sono esplose anche le fogne e il sindaco della città ha suggerito ai suoi cittadini che non l’hanno ancora capito da soli che è ora di fare armi e bagagli dato che la vittoria è rinviata a data da destinarsi. La vera ragione della crisi energetica è lo Stretto di Hormuz da cui non esce una goccia di oro nero senza il permesso dei nuovi padroni dell’Asia Occidentale che risiedono a Teheran e che stanno anche riscuotendo lauti dazi con cui sbarcano il lunario in attesa di una escalation che danno per scontata. Il picco della crisi energetica era stato finora rinviato con le manipolazioni del mercato della banda Trump, attingendo alle riserve strategiche e grazie all’Arabia Saudita di Bin Salam con le sue condotte verso il Mar Rosso che aggirano lo Stretto. Condotte poi avvolte da colonne di denso fumo nero come raffinerie e perfino aeroporti per opera degli Houthi dello Yemen, gli stessi che Trump si vantava di aver gloriosamente sconfitto. La loro colpa è la solita, essere alleati con l’Iran e pro Palestina e a massacrarli per conto terzi ci stava pensando da anni Bin Salam ma si sa, coi soldi compri armi e mercenari ma non certo una buona ragione per morire. Davvero tempi duri per la Coalizione Epstein, di questo passo Bin Salam rischia di venire trattato come lui ha sempre trattato i suoi oppositori, fatto a pezzi. Ma la vita è così, coi soldi puoi comprare roba ma non certo qualità umane e Bin Salam è un rinomato idiota con un ego tossico disposto a tutto per il potere. Cosa ci faccia un contingente italiano in quel regime oscurantista in mano a quel personaggio squallido, è uno dei misteri della malapolitica italiota. Pare che Bin Salam sia addirittura al verde e se decidesse di vendere i titoli di stato americani prima che diventino del tutto spazzatura, potrebbe allargare le voragini borsistiche. Ed è anche per questo che Trump potrebbe decidere d’intervenire in soccorso del sodale saudita con cui condivide da sempre la passione per soldi, potere e soprattutto per le ragazzine. Del resto se crolla il Salam, crolla un pilastro del colonialismo petrolifero e gassoso nonché del doppiogiochismo politico a fini sionisti nel Golfo. Ed è per questo che molti analisti danno per scontata una nuova escalation ed hanno già registrato movimenti anomali di cacciabombardieri tra le basi superstiti della regione. Esigenze energetiche ma anche elettorali, Ad essere in difficoltà non sono solo Trump e il Salam ma anche il loro padrone, quell’orco latitante del premier israeliano che rischia di venire linciato dal suo stesso popolo e vorrebbe una escalation per rilanciarsi come l’Erode più sanguinario in modo da recuperare nei sondaggi o perfino rinviare le elezioni. Trump ha detto che se ne parla eventualmente dopo il voto, ma quello che gli esce dalla bocca oramai vale meno di quello che gli esce dal fondoschiena e dato che la Coalizione Epstein deve rimanere unita con le buone e con le cattive, tutto è possibile. L’intenzione sarebbe quella di dar fondo agli arsenali colpendo obiettivi civili iraniani, ormai un classico della superiore civiltà occidentale e magari pure Pickaxe Mountain con una bomba nucleare tattica un po’ come colpo di scena finale utile a far finta di aver vinto e un po’ nella pia illusone che i Pasdaran calino le braghe dalla paura. Ma se davvero osassero, l’Iran coglierebbe l’occasione per provare anche preventivamente a finire il lavoro, cacciando definitivamente il morente impero americano dal Golfo Persico, consolidando il controllo su Hormuz ed imponendo ad un nuovo assetto regionale che includa la fine dei conflitti in Palestina e Libano. La soluzione più intelligente per tutti sarebbe la resa occidentale e l’accettazione del nuovo status quo, ma con certa gentaglia al potere e con la morsa sionista su Washington, il timore è che a meno di catastrofi economiche, l’unica soluzione sia sul campo di battaglia con rischi nel tempo di escalation mondiale.
Mah…
Questo editoriale non analizza la situazione: la usa per sostenere una narrativa ideologica. Prende fatti veri come Hormuz, Houthi, tensioni USA‑Iran e li infarcisce di insulti, complotti e scenari fantasiosi, quantomeno poco verificabili e il risultato è un testo che cerca di indignare.
Se si vuole capire la crisi energetica bisogna distinguere tra geopolitica e sfogo politico. Qui la seconda ha completamente divorato la prima.
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