Il premio Nobel è un giudizio scomodo per le cancellerie che tacciono su Gaza

Il coraggio di Navi Pillay. L’atto di accusa contro Netanyahu smaschera l’ipocrisia dell’Europa

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Inutile girarci intorno: il mondo d’oggi più che mai è una antologia di festosi baccanali di violenze torture persecuzioni bugie massacri, le canaglie abbondano “tous azimuts” (a 360 gradi, ndr), la guerra celebra i suoi fasti fino a sfiorare l’inconcepibile della Bomba. Tutto il patrimonio carismatico del Bene e del Diritto, che sarebbe in teoria affar nostro, di europei, appare nella sua più desolante e depressiva esiguità. In questo groviglio di vipere la soteriologia annuale e ritualistica del premio Nobel intitolato alla pace appare ben piccolo conforto. Spesso un omaggio alla bontà e alla rettitudine ma che, tristemente, opera per galvanismo.

Qui bisogna che ci fermiamo un momento. A contribuire alla sua troppo frequente irrilevanza pratica hanno dato mano anche gli stessi giudici con recenti e bizzarri svarioni. Perché questo Nobel è un atto politico; al contrario di quelli “neutri” assegnati per le materie scientifiche e per la letteratura (ma anche lì talora il rischio i giudici più audaci lo sanno correre, basta pensare a Solženicyn).

È soprattutto un atto politico quello assegnato ieri, 9 ottobre, alla giurista sudafricana Navi Pillay e come tale ha il diritto di esser giudicato. Perché il contrario della pace è la guerra che nei nostri tempi così scandalosamente si fa cronaca. La morale del premio istituito da Nobel è un atteggiamento di fronte al mondo, di fronte agli uomini, di fronte alla vita. È tutto contenuto in un semplice aforisma che è anche una rigida consegna: chi fa della vita umana un tesoro avaramente amministrato la uccide. Mi metto nei panni dei signori del comitato: dovrebbero immaginare le vittime, entrare per così dire nelle loro case distrutte, nelle celle della tortura, carpirne i bisogni e le speranza e il dolore, ascoltare le urla e il silenzio. Tutto questo è molto difficile. Premiare chi li difende val molto più di dodici milioni di corone svedesi e di un po’ di breve notorietà. Dovrebbe creare legittime e virtuose influenze, non chiacchiere; mobilitare, spezzare comodi silenzi e bugie, sollevare le coscienze alla rivolta contro i reprobi impennacchiati e la solita litania, Caino continua a uccidere Abele e così via. Perché premiare gli eroi della pace se quando c’è l’occasione non si ascoltano? Questo era il sacrosanto rimorso che mosse il signor Nobel. Lo so, lo so: siamo ai limiti della visione. In una epoca in cui prevalgono integralisti e fanatici per i quali la pace è un crimine, un sacrilegio, una apostasia.

Allora non è far torto alla vincitrice limitarsi all’essenziale della sua splendente biografia: figlia di un povero autista di bus, in gioventù avvocata-pasionaria in lotta con le burocratiche vergogne dell’apartheid, alla Corte penale internazionale giudice e poi presidente, che ha punito almeno alcuni, non tutti, i satanassi del genocidio ruandese; e ancora presidente della commissione indipendente delle Nazioni Unite che ha fulminato con lo stesso vocabolo, genocidio, la rappresaglia israeliana a Gaza dopo i massacri di Hamas il 7 di ottobre. Tutto questo parla da sé. La stessa Pillay immagino inviterebbe a fissar l’attenzione semmai su quello che la sua biografia più recente porta alla ribalta. Che non è il Ruanda del declinare del secolo scorso, ormai Storia e in parte memoria, o la Birmania dei generali di cui si occupa ora alla Corte internazionale. È Israele. Questo è un premio che certifica un esplicito atto di accusa contro il premier Netanyahu, il suo governo e quanto è stato fatto dall’esercito israeliano a Gaza dopo il 7 di ottobre. I giudici di Oslo hanno scavalcato le cautele abituali in cui pur celebrando il bene non si rischia di infastidire qualcuno spesso molto potente. Hanno messo la loro firma sotto la definizione di genocidio accanto a quello della commissione presieduta da Pillay. Questo è il punto: non la riverenza alla “necessità assoluta del diritto internazionale”, che sarebbe necessario se non fosse purtroppo un pio desiderio. Come dimostrano gli impotenti mandati di cattura emessi dalla Corte per alcune Eccellenze come appunto Netanyahu. Che continuano a sguazzare “ad libitum” nelle pagane idiolatrie della forza e del fatto compiuto.

È genocidio un triste vocabolo che a pronunciarlo brucia le labbra, soprattutto se applicato ai discendenti delle vittime dell’Olocausto. Pillay ha fatto cadere il tabù che è molto più che terminologico o giuridico. Per questo a Oslo la premiano; ma in Israele e negli Stati Uniti, da ieri con ancor maggior furia, molti la vorrebbero sottoporre a ostracismo e sanzioni per “antisemitismo”. I giurati del Nobel si sono sottoposti a un ben più serio repentaglio di quanto accade se encomiano organizzazioni umanitarie che si sforzano di lenire i dolori delle vittime. In cui irrompono il plauso dei fanatici di Hamas e i riferimenti a Goebbels di Israele. Altro che premio a Trump “il pacificatore” per cui peraltro si erano spesi alcuni volenterosi apostoli del servilismo. Tra i 287 candidati sono andati a spigolare in un labirinto di odio e di guerre e di ragioni incrociate che dura da ottanta anni. Ma portando in primo piano un principio che è davvero giuridico: che i governi, anche quelli che amministrano una memoria diversa e intangibile, non possono pretendere una indulgenza incondizionata, non devono esser giudicati per quello che sono ma per quello che fanno e che la loro condanna non implica la minaccia alla loro esistenza.

Un giudizio scomodo quello del Nobel anche per le cancellerie che su Gaza tacciono o si sono sveltamente sgravate la coscienza con ben modeste sanzioni. Imbarazzo di cui è esemplare l’ipocrita commento della sempre più mediocre presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ha ricordato l’apartheid e il Ruanda tra i meriti della premiata. Ma ha omesso scrupolosamente qualsiasi riferimento al giudizio su Israele.