
(ANSA) – ROMA, 09 OTT – “Che io rispetti la sentenza del giudice è ovvio: mi sono sempre battuto per l’indipendenza della magistratura e battersi per un valore del genere non significa togliersi la maglietta quando non ti fa comodo per poi rimetterla all’occorrenza. Quindi ne prendiamo atto: è una decisione che ha abbracciato l’idea secondo cui il clamore mediatico può arrivare a far sostituire un conduttore con una redazione che ha subito delle pressioni e che, di conseguenza, non vi sia la prova che i dirigenti Rai abbiano subito un’influenza diretta da parte della politica. Accetto serenamente questa sentenza”. Lo dice all’ANSA Sigfrido Ranucci.
A margine dell’evento “Censura di Stato – A sostegno di Report e del giornalismo d’inchiesta”, organizzato da AntimafiaDuemila nel Teatro Italia di Roma, Ranucci risponde alla richiesta di un commento sulla decisione del Giudice del Lavoro di Roma, che ha rigettato il ricorso urgente presentato dal giornalista contro la decisione dell’azienda di rimuoverlo dalla guida del programma.
“Tutte le battaglie che ho fatto nella mia vita e che mi hanno portato a 247 querele, a una bomba, a essere sospeso e a subire la decurtazione dello stipendio, trovano compenso solo nell’affetto della gente. L’avete visto tutti: per me significa che ho fatto bene e questo mi basta”, aggiunge Ranucci.
RANUCCI, “IN ATTO FANGO ORCHESTRATO PER CANCELLARE REPORT”
(ANSA) – ROMA, 09 OTT – “Se qualcuno pensa che sia stato sostituito perché porto i jeans attillati, non ha capito. L’obiettivo era chiaro: cancellare la storia di Report. Gran parte dello ‘strepitus’ mediatico che ha messo in ginocchio la mia redazione ed è servito a motivare la sentenza di rigetto è una narrazione artefatta, guidata da precise regie politiche e mediatiche”.
Con queste parole Sigfrido Ranucci è intervenuto a Roma di fronte al bagno di folla, oltre mille persone dentro la sala, radunatosi al Teatro Italia per l’evento “Censura di Stato – A sostegno di Report e del giornalismo d’inchiesta”, organizzato da ANTIMAFIADuemila. Nel corso di un accorato intervento, il conduttore ha ripercorso la complessa vicenda giudiziaria e la valanga di attacchi subiti negli ultimi mesi, criticando duramente le motivazioni poste alla base della decisione della Rai e della pronuncia dei giudici sul rigetto del reintegro: “Rispetto la giustizia e il ruolo della magistratura, che per me in questo Paese è sacro, ma resta il fatto che la Rai ha motivato il mio mancato reintegro parlando di ‘clamore mediatico’ e di ‘ombre’ che avrebbero condizionato la redazione.
Ma quale clamore? Un fango fatto di oltre 3.500 articoli, dossieraggi, notizie false e persino immagini manipolate con l’intelligenza artificiale, costruiti ad arte da un gruppo di giornali e da piattaforme digitali vicine a settori politici”.
Ranucci ha poi rivelato dettagli sul ruolo delle fonti e delle pressioni politiche che avrebbero puntato a condizionare l’informazione di servizio pubblico: “Siamo stati accusati per mesi di essere condizionati da Lavitola, per poi scoprire che era Italo Bocchino, responsabile editoriale del quotidiano di Fratelli d’Italia, a inviare mail a Lavitola per tentare di condizionare Report. Nessun politico ha ripreso questa notizia. Ho messaggi di parlamentari e di colleghi giornalisti che ammettono chiaramente che non avrebbero mollato finché non mi avessero fatto fuori, per pagare il prezzo delle inchieste scomode che abbiamo realizzato”.
Ranucci ha infine richiamato l’attenzione sui pericoli che corrono la libertà di stampa e l’indipendenza dell’informazione nell’era dei social e della disinformazione globale: “Oggi l’informazione non serve più per informare, ma per ordinare e fare piazza pulita dei mediatori. Quando grandi multinazionali o poteri politici agiscono, gli unici in grado di fermarli sono i magistrati indipendenti e i giornalisti d’inchiesta. Per questo vanno combattuti entrambi. Ma io vi dico: difendete il prossimo Sigfrido Ranucci che nascerà, tutelatelo e non consentite a nessuno di rendervi infelici. La libertà di stampa è il pilastro della nostra democrazia”.

