
(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Il processo per diffamazione è una trappola da cui per un giornalista è difficile uscire indenne, anche se ha svolto un lavoro egregio e ha raccontato la verità” (da “E io ti querelo” di Caterina Malavenda – Marsilio, 2025)
Se c’è un tema su cui tutti i giornali – grandi e piccoli; di destra, di centro e di sinistra – dovrebbero fare fronte comune, è quello delle cosiddette “liti temerarie”: cioè le querele per diffamazione, o le citazioni in giudizio civile, “consapevolmente infondate e pretestuose”. Vale a dire quelle azioni intimidatorie, intraprese per lo più da politici o potentati economici, contro la libertà di stampa. Una sorta di “bavaglio giudiziario” che mira a silenziare l’informazione, colpendo un giornalista nel tentativo di “educarne cento”. E con lui, coinvolgere anche il suo editore, chiamandolo a rispondere in solido.
L’Italia, secondo i dati raccolti a livello europeo, detiene la “maglia nera” per il maggior numero di querele temerarie e azioni legali abusive rivolte ai giornalisti, reporter e attivisti: 2,9 milioni di euro su scala nazionale (fonte: ministero della Giustizia). Non è disponibile un dato ufficiale sull’importo complessivo di queste richieste per il risarcimento dei danni, ma ammontano approssimativamente a qualche miliardo di euro. Una pesante e minacciosa “spada di Damocle”, dunque, sui bilanci delle imprese editoriali e sulle tasche degli stessi giornalisti, in particolare su quelli precari o “in nero” che non hanno una tutela contrattuale.
Bene ha fatto perciò l’Ordine dei giornalisti del Lazio, su iniziativa del presidente Guido D’Ubaldo, a organizzare recentemente a Roma un convegno su un tema così delicato. Tanto più che il 7 maggio scorso è scaduto il termine per recepire la Direttiva dell’Unione europea (2024/1069) denominata “anti Slapp”: sembra quasi una voce onomatopeica, per dire “schiaffo”, ma in realtà è un acronimo che in inglese sta per Strategic lawsuits against public participation. E proprio nel corso di questo incontro, sono emersi tutti i ritardi e le ambiguità per cui l’Italia non s’è ancora adeguata al provvedimento.
Il meccanismo europeo anti-Slapp prevede una serie di misure come archiviazione o rigetto anticipato della querela, quando questa risulta manifestamente infondata o pretestuosa; inversione dell’onere della prova, a carico di chi ha intentato la causa; garanzia finanziaria di una cauzione; copertura totale delle spese legali; sanzioni dissuasive pesanti in caso di soccombenza. Senza entrare qui nel merito degli aspetti più strettamente tecnici e giuridici, basterà dire che a giugno la Polonia ha approvato per prima una legge anti-Slapp e altrettanto ha fatto il Belgio. Seguiti poi da altri Paesi tra cui Romania, Malta, Spagna e Grecia. Sono 14, invece, quelli che non hanno ancora recepito la Direttiva, in primis il nostro, sebbene il 5 agosto lo schema di decreto legislativo approvato dal governo abbia ricevuto il parere favorevole delle Commissioni Giustizia della Camera e del Senato.
Ecco, allora, un provvedimento che meriterebbe di essere menzionato nel programma di qualche partito, di maggioranza o di opposizione, in vista delle prossime elezioni politiche. O meglio ancora, fosse approvato magari all’unanimità ancor prima di andare alle urne. Qui non si tratta, infatti, di difendere gli interessi di questo o quel giornale, bensì di salvaguardare la libertà d’informazione in funzione dell’interesse generale. Questa non è una rivendicazione corporativa. Non punta solo a tutelare una categoria professionale particolarmente esposta, com’è quella dei giornalisti. Ma piuttosto a preservare il diritto dei cittadini di essere informati in modo trasparente e completo, anche sugli abusi o sulle violazioni di chi esercita poteri pubblici.